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Cultura e Spettacolo

La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini

Un Napoletano “vendicatore” dei morti torinesi del 1864

4 Ottobre
12:30 2013
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Questa storia è un corollario della triste vicenda delle “Giornate di sangue” del 21 e 22 settembre 1864 a Torino, quando all’annuncio della decisione di trasferire la capitale del Regno d’Italia da Torino a Firenze, i Torinesi protestano, civilmente come nel loro stile, e la forza pubblica spara sulla folla: nei due giorni, in piazza Castello e in piazza San Carlo si contano 52 morti, fra cui due donne, e 187 feriti.

Nel 1864, la voce popolare torinese considera Silvio Spaventa, il commendator Silvio Spaventa, segretario generale del ministero dell’interno del Governo Minghetti, come il principale responsabile dei morti del 21 e 22 settembre 1864. Già dopo le prime vittime della sera del 21 settembre in piazza Castello, a Torino si diceva che proprio Silvio Spaventa aveva dato ai Carabinieri il segnale di tirare la scarica micidiale sui dimostranti con un colpo di pistola sparato dal suo ufficio.

Non era vero ma lo credevano in molti, visto il suo atteggiamento provocatorio ed esasperante nei confronti dei Torinesi.

Silvio Spaventa, profondamente astioso verso tutto ciò che era piemontese, come anche il ministro dell’interno, Ubaldino Peruzzi, aveva gestito molto male le forze di polizia a sua disposizione.

Fin dal 15 settembre 1864, giorno della firma della Convenzione con la Francia che prevedeva il trasferimento della capitale del Regno d’Italia, Peruzzi e Silvio Spaventa prevedevano proteste in Torino e pensavano che il Questore piemontese Chiapussi non fosse abbastanza “energico” verso i dimostranti torinesi. Non lo avevano rimosso dal suo incarico ma, in segreto, avevano chiamato da Milano, Firenze, Napoli e Palermo un certo numero di funzionari di loro fiducia, posti a diretta disposizione di Silvio Spaventa.

Così hanno esautorato, di fatto, il Questore Chiapussi e hanno ostacolato l’intervento della Guardia Nazionale, coordinata dal Municipio e interamente formata da cittadini torinesi, che avrebbe tutelato l’ordine pubblico senza inutili violenze.

I frutti di queste scelte infelici si sono visti: 52 morti, fra cui due donne, e 187 feriti.

Questo è il clima cittadino di Torino, dove il giornale umoristico “Il Diavolo”, il 14 giugno 1865, propone una sottoscrizione per regalare un bastone a Francesco Calicchio: il giornale spiega che Calicchio è un popolano di Napoli che, alcuni mesi or sono [il 15 marzo 1865], ha bastonato in via Toledo, a Napoli, il commendator Silvio Spaventa; chiamato a rendere conto di tale reato davanti ai tribunali, Francesco Calicchio è stato assolto in prima e in seconda istanza tra gli applausi della popolazione napoletana.

La sottoscrizione del giornale torinese parte con poco più di 11 lire, 5 lire sono date della Direzione del “Diavolo”. I sette sottoscrittori che avranno dato le cifre maggiori formeranno una commissione per stabilire quale bastone regalare.

Sul motivo della bastonatura, lo stesso Calicchio dirà in una lettera (inviata non al “Diavolo” ma al giornale “Il Popolo d’Italia”) che ha colpito Spaventa perché lo riteneva un assassino di persone innocenti e paragona il suo gesto a quello degli operai della birreria inglese Barclay & Perkins che nel 1850 avevano aggredito e malmenato il generale austriaco Julius Jacob von Haynau, autore di una crudele repressione nella città di Brescia ed in Ungheria.

Nel rendiconto fornito dal giornale il 28 giugno 1865, la sottoscrizione va molto bene: sono giunte offerte anche da Cuneo, Saluzzo, Milano, Lodi e dal Napoletano.

A fine giugno sono state raccolte 139 lire e 13 centesimi e, a metà luglio, 202 lire.

La sottoscrizione viene chiusa il 31 agosto 1865: ha fruttato lire 264,92.

Si riparla di Calicchio dopo il Natale del 1865, quando, il 27 dicembre, “Il Diavolo” annuncia che il giorno seguente la canna da donargli sarà esposta dall’Ottico Fries sotto i “portici della fiera” in piazza Castello.

Il giornale riporta il ritratto di Francesco Calicchio e il disegno del pomo in argento della canna, che porta la testa di Gianduia e la rappresentazione di Calicchio in atto di bastonare Spaventa.

Alla figura riprodotta manca però l’iscrizione che è la conclusione dell’arringa dell’avvocato Abbamonte, difensore di Calicchio: «Mal facesti, o Calicchio, a percuotere lo Spaventa, il giudice ti assolve ma sei sette volte maledetto perché egli è rivestito di una guarentigia sacra – guardalo… ha scolpito sulla fronte il marchio d’infamia che Dio impresse a Caino il fratricida».

Sotto a questa la dedica: “A Francesco Calicchio, alcuni italiani riconoscenti”.

Il 28 dicembre l’ottico Fries, che aveva chiesto di poterla esporre, evidentemente intimidito, la espone ma la ritira subito, mentre è accorsa una gran folla. La canna viene poi esposta dal tornitore Cibrario, di fronte al negozio del Fries.

È importante che la sottoscrizione non ha, e non vuole avere, carattere unicamente torinese, ma italiano, “Il Diavolo” non è un giornale conservatore, è stampato a Torino ma non è troppo legato a una “ideologia” torinese.

L’elenco dei sottoscrittori, pubblicato dal giornale, riporta anche persone non piemontesi, come lombardi e napoletani; pochissimi danno il loro nome e molte sottoscrizioni sono accompagnate da spiritose frasi in piemontese.

Mentre l’episodio della bastonatura inglese dell’austriaco Haynau è ampiamente citata ed a Londra, a Southwark, è addirittura ricordata da un cippo in Park Street, sulla bastonatura di Silvio Spaventa gli storici hanno glissato o dato versioni piuttosto contrastanti, anche assai diverse da quanto raccontato da“Il Diavolo”, versione da noi seguita per ricreare il clima torinese del 1865.

I libri di storia parlano di una aggressione e bastonatura, ma è preferita la versione di una sola bastonata e, addirittura, quella di una bastonata scansata con l’ombrello! E poi insistono sul fatto che Silvio Spaventa non abbia denunciato Calicchio, processato per iniziativa di qualche funzionario fin troppo solerte!

Non parliamo poi di Francesco Calicchio: per lui sono usate espressioni come “originale” (quella più favorevole), “bravaccio”, “pregiudicato”, “perturbatore pubblico”, “camorrista”, “capopopolo radical-camorrista”, “massone”, “forse un reazionario”, per concludere con “farabutto”.

Ricordiamoci che La storia non è ciò che è successo. La storia è solo quello che gli storici ci dicono” secondo l’azzeccato detto dello scrittore inglese Julian Barnes.

E ricordiamo anche che a Torino non vi sono vie, corsi o piazze dedicate a Marco Minghetti, Ubaldino Peruzzi e Silvio Spaventa, i tre nefasti personaggi delle “Giornate di Sangue” del 21 e 22 settembre 1864. Una via è dedicata a Bertrando Spaventa, fratello di Silvio.

Ma questa è un’altra storia.

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