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Cultura e Spettacolo

La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini

Il teologo vandalo

6 Febbraio
09:33 2014

Questa storia inizia a Torino, martedì 2 giugno 1874, sotto i portici di via Po, al n. 25, davanti al negozio di stampe ed oggetti di belle arti del signor Bacciarini.

Sotto l’arcata dei portici antistante il suo negozio, il signor Bacciarini, commerciante dinamico ed intraprendente, espone dal mese di maggio un bel dipinto a olio su tela con una cornice dorata.

Il dipinto rappresenta una donna attraente, a grandezza naturale, che con la mano destra regge l’arco d’amore mentre un amorino molto grazioso le presenta uno specchio.

La donna ha un aspetto molto seducente: è seminuda e ostenta un seno morbido e prominente con due mammelle ben arrotondate.

Questo grande quadro ad olio, che appartiene al marchese di Cortanze, rappresenta una dea non univocamente identificata: alcuni, fra cui il signor Bacciarini, ritengono che rappresenti la dea Diana, altri per contro la ritengono una Venere.

Inutile dire che, nella Torino del 1874, uno spettacolo del genere, gratuito, attira sempre un certo numero di curiosi che vanno a lustrarsi gli occhi col seno provocante della Dea, magari dal nome incerto ma dalle certissime nudità.

Martedì 2 giugno, verso le tre pomeridiane, un prete, descritto come alto, robusto, non più giovane,

mentre finge di guardare attentamente il quadro sul cavalletto, vi getta sopra una buona dose di liquido acido che ha portato con sé in una boccetta, poi si dà alla fuga.

I commessi escono subito per riparare al disastro, ma si sciupano inutilmente gli abiti, senza poter salvare il quadro.

Questo «bel fatterello» è riportato con una certa enfasi nella Cronaca Nera della «Gazzetta Piemontese» del giorno seguente. Il cronista raccoglie la voce che il prete gironzolava intorno al quadro da due o tre giorni e che, dopo l’atto vandalico, è uscito nella via Po, è salito in una carrozza da nolo e si è diretto verso il Borgo San Donato.

Dopo lunghe indagini, si accerta che a compiere l’atto vandalico è stato il reverendo teologo don Guido Teresio Massi, di quarant’anni, nato a Pinerolo e residente in Torino: l’autorità politica e l’autorità ecclesiastica lo descrivono come uomo di specchiata pietà e religione, ma insofferente di freno, di consiglio e di riguardo quando crede che siano violate le leggi della morale.

Figuriamoci un personaggio del genere nella penna di un mangiapreti come Curzio, il cronista giudiziario della Gazzetta Piemontese, che riferisce della vicenda nella Rivista dei Tribunali della «Gazzetta Piemontese» del 9 gennaio 1875: viene fuori un ritratto esagerato ed un po’ caricaturale del teologo Massi, «il quale non vuole assolutamente vedere le nudità, siano esse di femmina, siano di maschio».

Nel mese di maggio, il teologo Massi predicava nella chiesa di Santa Giulia in Vanchiglia e qui aveva visto alcuni quadri nei quali erano dipinti degli angeli che il pittore, incautamente, aveva dimenticato di vestire almeno con le mutande o con una lunga camicia.

Il teologo Massi aveva bagnato una spugna nell’inchiostro e con questa aveva supplito alla sbadataggine del pittore. E siccome qualche impudico, od impudica, aveva osato lavare il quadro e ridare agli angeli il loro aspetto primitivo, il reverendo teologo, con un temperino, aveva tagliato addirittura i quadri nelle parti di quei poveri angioletti che lui riteneva scandalose!

Quel famoso 2 giugno, passando davanti al negozio Bacciarini, il teologo Massi ha visto la dea provocante e sfacciata ma, soprattutto, ha visto alcuni curiosi che si lustravano gli occhi.

Pieno di orrore si è coperto la faccia con le mani.

Poi è andato di corsa nella drogheria del dottor Castiati, in via Barolo all’angolo col corso San Maurizio, si era fatto vendere una boccetta d’acido solforico dalla domestica di Castiati, Albina Bertone. Il teologo Massi è poi tornato indietro con la bottiglietta di acido solforico ed ha passeggiato a lungo davanti al quadro. Quando ha creduto di non essere visto, ha gettato il liquido corrosivo sul seno della dea. Poi, svelto come uno scoiattolo, è fuggito: è saltato su una carrozza cittadina ed ha detto al cocchiere: - «In fretta, alla Madonna della Consolata».

Giunto a questo santuario, si è poi  fatto portare nel Borgo San Donato, dove ha pagato la corsa ed è entrato nella chiesa di Santa Zita (meglio, di Nostra Signora del Suffragio), dove ha recitato il Te Deum per aver riportato la vittoria su quella che lui riteneva una oscenità.

Malgrado la sua precipitosa fuga, però, il teologo è stato riconosciuto e così viene sottoposto a procedimento giudiziario insieme ad Albina Bertone, che imprudentemente gli ha venduto l’acido solforico.

Il giudice istruttore delega la causa alla Pretura urbana dove, il 29 dicembre 1874, il teologo Massi e la Bertone devono comparire come imputati, come pure il dottor Castiati, civilmente responsabile.

Presiede il dibattimento il pretore capo, avvocato cavalier Silvio Lessona.

Il Pubblico Ministero è rappresentato dall’avvocato Leopoldo Usseglio, che sarà storico, uomo politico e, nel 1917, sindaco di Torino.

Il danneggiato Bacciarini, che si è costituito parte civile, ha saputo di aver sbagliato nell’identificare la dea, visto che l’autorità giudiziaria ha interpellato per una perizia il pittore Andrea Gastaldi, professore dell’Accademia Albertina di Torino, che ha identificato la dea come Venere: Gastaldi ritiene il quadro fosse una copia tratta dalla famosa Venere del Tiziano esistente in Berlino, del valore di trecento lire.

Il teologo Massi è difeso dall’avvocato Francesco Boccaccini. Don Massi ha sempre sostenuto di essere rimasto offeso nei suoi principi religiosi per l’esposizione del quadro e per la folla che lo contemplava, così ha ritenuto suo dovere distruggerlo, come ha fatto.

Il suo avvocato difensore deve arrampicarsi sugli specchi, espone l’ardita teoria che ogni cittadino, quando sia data pubblicità ad un’opera d’arte reputata immorale, possa subito distruggerla!

Sostiene poi che don Massi abbia agito perché spinto da una forza irresistibile, da fanatismo religioso, una sorta di alienazione mentale, ma nello stesso tempo asserisce che il teologo ha creduto di compiere un’azione lodevole.

Ma queste due asserzioni si contraddicono, come evidenzia il pretore Lessona, il quale sottolinea come non sussista la pretesa immoralità del dipinto, visto che le nudità artistiche non sono immorali, e sono anche ammesse non solo in pubblico, ma persino nelle chiese.

Dopo un lungo dibattimento, il pretore Lessona condanna il teologo Massi ad una multa di trecento lire e la Bertone ad una multa di cinquantuno lire.

Certo l’intransigenza di don Massi si è concentrata su aspetti esteriori ed evoca prese di posizione moralistiche, molto più vicine nel tempo, fonte di critiche alla Chiesa.

Quanto al suo aggressivo vandalismo moralista, Curzio non aveva torto a concludere: «Così il teologo Massi imparerà a rispettare le opere d’arte. Ed intanto lo si deve sorvegliare quando gli venisse la voglia di andare a Roma e specialmente al Vaticano».

Non risulta che don Massi abbia compiuto a Torino altre performance a carattere vandalico-moralistico. Qualche anno dopo, nel 1880, vi pubblica un libro, lodato da alti prelati, intitolato “Cantici di Sion voltati ed esposti in versi italiani pel sacerdote Guido Teresio Massi”: ottanta pagine per i tipi di G. B. Paravia e C., che contengono la traduzione in versi italiani di parecchi Salmi e Cantici delle Scritture dove Massi ha dimostrato la sua grande erudizione negli studi biblici.

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