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Cultura e Spettacolo

La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini

Il ladro suicida e il suo cranio

22 Marzo
09:00 2014

Questa storia inizia a Torino, giovedì 22 gennaio 1880, quando un tale che si presenta come Giuseppe Dalmazzo, negoziante di Biella, di cinquant’anni, prende alloggio all’Albergo “Corona d’Italia”, in piazza San Martino, oggi piazza XVIII Dicembre, di fronte alla stazione di Porta Susa ormai in disuso. 


 

Il sedicente biellese Dalmazzo si ritira nella sua stanza e non si muove più fino al venerdì mattina, verso le otto e mezza, quando si presenta davanti al proprietario per dirgli che sta per uscire e che tornerà a mezzogiorno per il pranzo. 


 

L’albergatore rimane colpito dall’atteggiamento guardingo del suo strano cliente, ben avvolto nella sua ampia mantellina, e lo squadra da capo a piedi. 

Si accorge così che Dalmazzo tiene nascosti sotto il mantello alcuni capi di biancheria da letto che non aveva quando era entrato in albergo. L’albergatore sospetta che sia biancheria dell’albergo e, quando Dalmazzo esce in strada, gli corre dietro, gridando “Al ladro!”. 


 

Il padrone dell’albergo ha visto giusto. 


 

Dalmazzo realizza di essere stato scoperto e allunga il passo, poi tira fuori di tasca una pistola a due colpi e la fa vedere all’albergatore per intimorirlo, ma  

questi non si perde d’animo e continua a gridare e a invocare aiuto.  


 

Una guardia municipale ed un carabiniere della Legione Allievi sentono lo schiamazzo e così si mettono ad inseguire Dalmazzo. Lo incalzano fino al quarto piano della casa al civico 6 di via Assarotti, dove Dalmazzo, vedendosi senza scampo, si spara alla tempia destra con l’arma che ha in mano e rimane subito esanime. 


 

Il pretore della Sezione Moncenisio e due delegati di pubblica sicurezza si recano sul posto per le formalità di legge. Il suicida è riconosciuto come la stessa persona che alcuni giorni prima ha rubato all’Albergo Due Buoi Rossi, storico albergo torinese con sede in via Bertola all’angolo con via Stampatori.  


 

Bisogna ancora identificare il morto e, a questo scopo, il vice pretore V. Albini della Pretura di Moncenisio, invia una lettera alla «Gazzetta Piemontese» dove si chiedono notizie sul suicida sconosciuto, descritto come un maschio decentemente vestito, dell’apparente età di 45 anni, di statura media, con corporatura regolare, con capelli e barba castani. Il vice pretore prega il direttore del giornale di rendere noto che il cadavere è esposto nella camera mortuaria della via Bastion Verde e invita chi avesse notizie tali da permetterne l’identificazione a mettersi in contatto con la Pretura di Moncenisio. Tutto questo lo apprendiamo dalla «Gazzetta Piemontese» del 24 gennaio 1880, sotto il titolo «A Torino un ladro che si uccide».  


 

Il riconoscimento non si fa attendere a lungo.  


 

La «Gazzetta Piemontese» del 25 gennaio 1880 scrive che il ladro suicidatosi alcuni giorni prima in via Assarotti è stato identificato come Giuseppe Dalmazzo di Venezia, definito come «individuo assai pregiudicato». 

Il caso del ladro suicida ha incuriosito il professor Cesare Lombroso che ne richiede la testa per inserire il cranio nella sua collezione. A questo scopo, il cranio deve essere sottoposto ad adeguata preparazione mediante macerazione.  


E proprio questa parte della vicenda del ladro suicida Giuseppe Dalmazzo, o almeno del suo cranio, è rimasta documentata nei registri dell’Istituto Anatomico di Torino, resi noti da un recente libro, “Gli archivi della scienza. L’Università di Torino e altri casi italiani”, a cura di  Silvano Montaldo e Paola Novaria (Milano 2011). In questo volume sono stati pubblicati gli atti del Convegno sugli archivi scientifici dell'Università di Torino che si è tenuta a Torino il 5 giugno 2009, nel centenario della morte di Cesare Lombroso.


Gli studiosi che si sono occupati del Museo di Anatomia umana dell’Università di Torino, dall’esame dei registri prima citati, hanno accertato che Lombroso ha richiesto più volte al personale dell’Istituto Anatomico di Torino la preparazione di crani tra cui il «Cranio di un ladro che si trovò inseguito dalla forza e si tirò un colpo nella testa [...] 27 Gennajo 1880 [...]», come si legge in uno di questi registri.


Il cranio del ladro suicida Giuseppe Dalmazzo è quindi finito nel Museo di Antropologia Criminale ma non risulta che Cesare Lombroso lo abbia sottoposto a particolari analisi e studi: un altro cranio, quello del “brigante” Giuseppe Villella di Motta Santa Lucia, ha assunto ben altra importanza per l’elaborazione delle sue teorie scientifiche.


Nel cranio di Villella, infatti, Lombroso ha scoperto quella fossetta occipitale mediana che, nella sua mente vulcanica, ha rappresentato il punto di partenza delle sue teorie sull’atavismo criminale.


Dal 2010, il sindaco di Motta Santa Lucia - che si dichiara pronipote per parte di madre del “brigante” Giuseppe Villella - porta avanti una sua battaglia contro il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” perché  restituisca il cranio di Villella al suo comune natio dove dargli sepoltura.

Chissà se a qualche sindaco veneziano verrà un giorno l’idea di chiedere al Museo di Antropologia Criminale la restituzione del cranio del suo concittadino…

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