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Cultura e Spettacolo

La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini

Ladri gaudenti, al Carnevale 1870

29 Marzo
11:00 2014
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A Torino, nelle prime ore del mattino del  13 gennaio 1870, alcuni ladri cercano di rubare nelle cantine di Maria Gallo, Giovanni Marasso e Gaetano Giacomino ma il colpo non riesce: arrivano alcuni poliziotti che riescono ad arrestare uno dei malfattori, identificato come il giovane Vincenzo Lova-Molino detto Cens dla Baricia. In Torino, dal Natale del 1869, si è verificata una vera ondata di furti nelle cantine, e i poliziotti premono su Vincenzo Lova-Molino per ottenere informazioni: lui si comporta da ‘duro’ e nega ma gli investigatori riescono a strappargli alcune indicazioni che permettono di arrestare Giovanni Bellini.  


 

Giovanni Bellini, detto Bel fieul, è un giovane di sedici anni, non molto navigato. I poliziotti riescono a convincerlo  a ‘vuotare il sacco’ e così Bellini racconta per filo e per segno tutti i furti compiuti dalla banda di giovani ladri di cui fanno parte sia lui che Vincenzo Lova-Molino. 


 

Sul finire dell’anno precedente, Giovanni Bosio, Pasquale Magenta, Pietro Negro detto Plucheur, Luigi Lasagna detto Na Bala, Natale Gerbi detto Carognin, Vincenzo Lova-Molino detto Cens dla Baricia e Giovanni Bellini, detto Bel fieul, stavano pensando come festeggiare adeguatamente, con allegri bagordi, il prossimo Carnevale del 1870. Erano tutti giovani di primo pelo, svelti e robusti, tra i diciotto e i ventuno anni, imberbi, ma già con la malizia di un vecchio matricolato. Così li descrive il cronista giudiziario Curzio: «Portano il cappello sur un occhio, fumano come turchi, amano il giuoco, aborriscono il lavoro e la fatica, vivono oziosi, gozzovigliano e stanno sempre allegri in compagnia di donne». Amiche particolarmente affezionate dei componenti della banda erano due ragazze di diciotto anni, Anna Germanetti, detta Ninin la bela, e Felicita Stanga, detta Pruss cheuit, cioè “pera cotta”, che in italiano non sembra un gran complimento ma in piemontese assume un significato tenero e affettuoso.  


 

In previsione del Carnevale del 1870 i giovani scioperati pensavano di divertirsi e di far divertire le loro amiche ma alla loro gran voglia di stare allegri non corrispondevano adeguate possibilità economiche. Discutevano fra di loro della faccenda, in una camera appartata al n. 9 di via della Palma (oggi via Viotti), quando Giovanni Bosio è saltato su a dire: - «Io ho studiato profondamente il modo di procurarci i mezzi, e le mie meditazioni mi guidarono in luoghi profondi, cioè nelle cantine, delle quali ho già qualche conoscenza. Andiamo a rubare nelle cantine, e così avremo vino per bere e vino per vendere». 


 

Il progetto di Bosio è stato approvato all’unanimità e, il giorno dopo, tutti si sono dati da fare per trovare cantine con porte facili da forzare. È iniziata così la serie di furti nelle cantine. Il primo è stato eseguito nella notte di Natale, dal 24 al 25 dicembre 1869, in una cantina di via Bertola, dove hanno rubato 67 bottiglie, alcune di vino, altre di cognac, di ratafià e di altri liquori. Le hanno portate in via della Palma e hanno bevuto per tutta la notte.  


 

Il giorno di Natale hanno festeggiato l’onomastico e il compleanno di Natale Gerbi, nato il 25 dicembre 1850 e, alla sera il festeggiato, in via degli Stampatori, ha fatto ballare al suono del suo clarino gli amici e le amiche Ninin la bela e Pruss cheuit. 


 

Le 67 bottiglie presto sono rimaste vuote, così nella notte dal 26 al 27 dicembre, in via San Francesco d’Assisi, dalla cantina di un sacerdote hanno portato via un bottiglione contenente 25 litri di vino e 10 bottiglie e, da un’altra cantina, 25 litri di vino ed una piccola botte di legno. 

Parte di questo vino se lo sono bevuto e parte lo hanno venduto. 


 

Pasquale Magenta, poco tempo prima ammonito dalla Pretura urbana, ha voluto vendicarsi: alla sera del 2 gennaio 1870, è entrato nella cantina del cancelliere della Pretura e gli ha rubato quattro bottiglioni, tre di vino ed uno di aceto, poi tutti venduti. 


 

Non avevano più vino da bere: nella notte successiva, da due cantine di via Botero, si sono portati via 75 litri di vino comune e molte bottiglie di vino squisito. Nella notte tra il 4 e il 5 gennaio hanno rubato in via San Tommaso una botte con circa 80 litri di vino e varie bottiglie, una piena di rhum, e le hanno portate in una soffitta di via San Secondo, presa in affitto per eludere la sorveglianza della polizia. 


 

Questo vino è stato in parte venduto e, con i soldi ricavati, si sono comperati pane, salame, carne e uova: con queste uova, e col rhum, sono stati preparati dodici tonificanti bicchieri di sambajon, di zabaglione. 


 

La notte dal 5 al 6 gennaio sono penetrati in diverse cantine ma la scorribanda è stata poco fruttuosa, visto che hanno trovato soltanto otto bottiglie. Hanno poi fatto un’incursione, nella notte dal 6 al 7 gennaio, in via Doragrossa (via Garibaldi), per portar via bottiglioni e bottiglie di un vino veramente buono, come ha detto uno dei ladri: «Ne bevetti una bottiglia sul luogo del luogo, ed essa mi diede tanta forza da portar via un terzo del vino da me solo». 


 

I nostri ladri ogni notte vuotavano una cantina: nella notte dal 7 all’8, alla proprietaria di una osteria in via della Meridiana (via San Francesco da Paola) hanno rubato 35 bottiglie di ottimo vino. La notte successiva hanno assaltato una cantina in via San Tommaso dove il proprietario teneva una buona quantità di olio fine di Nizza. Gli hanno portato via due damigiane, con vari bottiglioni e bottiglie di vino. 


 

L’olio di Nizza aveva provocato un buffo incidente, raccontato dal ‘pentito’ Giovanni Bellini: uno dei suoi complici, giunto nella soffitta, si era subito attaccato al collo di una bottiglia ed aveva così trangugiato molto olio. Si era poi messo a rigettare, maledicendo ed imprecando contro il proprietario che lo aveva tratto in inganno! 


 

Parte dell’olio è stato regalato a Pruss cheuit, parte è stato venduto ed il resto è stato usato per condire peperoni e confezionare frittelle. 


Un tale che abita in una vicina soffitta, dichiara che quelle frittelle mandavano un odore così gradevole che, per tutta la notte e tutto il giorno seguente, gli hanno fatto venire l’acquolina in bocca!


La litania dei furti non è ancora finita: nella notte dal 12 al 13 gennaio hanno rubato ad una signora, in via dell’Arsenale, bottiglie di vino e di sciroppo che dovevano servire come rinfreschi per una festa da ballo. Nella loro soffitta, vedendo gli invitanti sciroppi, hanno deciso di dare una festa da ballo in casa di una delle loro amiche. Per rendere la festa ancora più splendida, hanno pensato bene di arraffare ancora qualcosa nella stessa notte. In una prima cantina non hanno trovato niente di valore, poi hanno tentato di rubare da Maria Gallo ma, per loro disgrazia, sono arrivati i poliziotti che hanno arrestato Vincenzo Lova-Molino. Così si sono concluse le scorribande di questi ladri gaudenti.


Un anno dopo, a fine gennaio 1871, i giovani ladri e due ricettatori sono condannati dalla Corte d’Assise di Torino, come riferisce il cronista Curzio nella sua Rivista dei Tribunali apparsa sulla «Gazzetta Piemontese» del 4 febbraio 1871: Bellini e Lasagna sono condannati al carcere per cinque anni; Lova-Molino e Gerbi a cinque anni di reclusione (pena più severa di quella del carcere); Bosio, Magenta e Negro ai lavori forzati, Negro per dieci anni e gli altri due per dodici anni ciascuno. I due ricettatori sono condannati al carcere per un anno e per diciotto mesi.


Secondo Curzio, questi giovani ladri avevano trovato il modo di divertirsi e stare allegri in Carnevale, anche senza averne i mezzi, a spese altrui, a costo di trascorrere poi varie quaresime in gattabuia.


Rievocando questa storia è stato per me inevitabile pensare quanto sarebbe adatta come traccia per un giallo di gusto moderno: giovani devianti problematici come protagonisti, due personaggi femminili che possono fornire le più ampie possibilità di telecronache coitali in diretta e in differita, ampio spazio a vino e prodotti culinari tradizionali, come peperoni, frittelle e zabaglione, secondo le più moderne tendenze in campo giallistico che vogliono uno stretto connubio tra cucina tipica e crimini. Manca il morto, ma questa è la parte più facile da inventare…

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