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Cultura e Spettacolo

In via Barbaroux n. 20, Silvio Pellico scrisse “Le Mie Prigioni”

Una lapide ricorda il “pio volumetto vibrante d’italianità subalpina” pubblicato nel 1832

31 Luglio
12:00 2014

Una via stretta e oscura del centro storico di Torino, un vetusto caseggiato con balconcini appena sporgenti, con l’intonaco completamente asportato e i secolari e polverosi mattoni in vista, una lapide scritta con stile ormai quasi indecifrabile che parla di un personaggio pressoché dimenticato.

 

Si può descrivere in questi termini la lapide posta sul muro del palazzo Giriodi di Panissera, in via Barbaroux n. 20, per ricordare che in quella abitazione dell’allora contrada dei Guardinfanti, Silvio Pellico scrisse il libro “Le mie Prigioni”, pubblicato nel 1832. Silvio Pellico, nato a Saluzzo il 24 giugno 1789 e morto a Torino, il 31 gennaio 1854, è stato uno scrittore, poeta e patriota, noto soprattutto come autore di questo controverso libro.

 

Quando la lapide venne posta, nel 1932, rappresentava la soluzione di un piccolo “mistero” del periodo risorgimentale.

 

Silvio Pellico, per motivi politici, trascorse dieci anni di dura prigionia nella fortezza dello Spielberg, a Brno oggi nella Repubblica Ceca. Dopo essere stato liberato, tornò a Torino nella sera del 19 settembre 1830, e andò ad abitare nella casa dei genitori. Qui scrisse “Le mie Prigioni” e vi rimase fino al 1838 quando, dopo la morte del padre, si trasferì nel palazzo dei marchesi di Barolo, in via delle Orfane n. 7, presso i quali fin dal 1834 svolgeva l’attività di bibliotecario.

 

Gli storici ignoravano dove fosse situata la casa torinese abitata, prima del trasferimento a Palazzo Barolo, da Silvio Pellico perché lui la nominava nel testo de “Le mie Prigioni” ma senza indicarne l’indirizzo. Così, per molti anni, l’abitazione torinese di Silvio Pellico rimase sconosciuta. La scoperta avvenne soltanto nel secolo successivo, dopo la morte  - nel 1910 - del primo successore di San Giovanni Bosco, il beato Michele Rua (Torino, 1837-1910).

 

Dalla lettura dei ricordi di don Michele Rua, si venne a sapere che questi, da bambino, aveva frequentato le prime classi nella piccola scuola elementare privata, dove aveva insegnato la madre di Silvio Pellico, e che in seguito era stata rilevata dal professor Bonzanino. Don Rua ricordava che spesso il suo maestro gli diceva: “Vedi, proprio in questa camera dove io ti faccio scuola, Silvio Pellico scrisse Le Mie Prigioni”. Era così accertato che l’abitazione della famiglia Pellico a Torino era situata in via Barbaroux, al civico 20.

 

La collocazione della lapide avvenne soltanto nel 1932, per la ricorrenza del centenario della pubblicazione de “Le Mie Prigioni”, per l’intervento del Comitato Piemontese della Società Nazionale per la Storia del Risorgimento.

 

Presidente di questo Comitato era Cesare Maria De Vecchi, conte di Val Cismon (Casale Monferrato, 1884 – Roma, 1959), generale, politico fascista e quadrumviro della marcia su Roma. De Vecchi era un fascista fedele alla monarchia sabauda: sosteneva una visione storica che conferiva una particolare rilevanza al ruolo svolto da Casa Savoia nel Risorgimento italiano – iniziato secondo De Vecchi con l’assedio di Torino del 1706 – e che in Casa Savoia riconosceva il preciso legame tra la Roma imperiale e la Roma fascista.

 

Esaminiamo la lapide dove leggiamo: In questa casa / Silvio Pellico / reduce dallo Spielberg / nel 1832 / lanciò “Le Mie Prigioni” / pio volumetto vibrante d’italianità / subalpina / arma formidabile / ad affrettare i destini della patria / Nella prima ricorrenza centenaria / del memorando evento / il Comune / p. / Giugno MCMXXXII / E. F.    A X.

 

È tipica di quel periodo la scritta “E. F.” in basso a sinistra che significa “Era Fascista”, mentre la scritta a destra “A X”, dove “X” rappresenta il numero romano dieci, significa che il 1932 è l’anno decimo dell’Era Fascista, contando come primo anno il 1922, anno della marcia su Roma (28 ottobre 1922).

 

De “Le Mie Prigioni” la lapide fornisce una visione che si rifà a un giudizio spesso ripetuto: questo libro, che denunciava con pacatezza e rassegnazione cristiana la condizione disumana e brutale delle prigioni austriache, avrebbe danneggiato l’Austria più di una battaglia persa.

 

Ercole Moggi, giornalista torinese d’adozione (era nato a Ferrara nel 1878), molto attento alla storia e alle storie della vecchia Torino, nel 1942 pubblicò un documentato articolo su “Torino. Rivista mensile municipale”, dedicato all’alloggio di via Barbaroux n. 20 che aveva ospitato la famiglia Pellico e che, al tempo di Moggi, era divenuto proprietà di due anziane damigelle che vi abitavano. Moggi descrive la camera dove Silvio Pellico scriveva, la definisce “di povertà francescana”, piccola, senza caminetto o stufa, illuminata da una finestra aperta su via Barbaroux.

 

Un articolo analogo è apparso su “La Stampa” del 25 settembre 2011, col titolo “L’orrore dello Spielberg rinato in via Barbaroux” e a firma di Elena Lisa, dove si parla anche delle profonde modifiche interne apportate al palazzo, “… da pochi mesi … abitato da una giovane donna e mamma di un bimbo di otto anni … e dai suoi due chiwawa”.


In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, qualcuno si era ricordato di Silvio Pellico e della sua abitazione…

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