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Cultura e Spettacolo

“Giornate di sangue a Torino” al Circolo dei Lettori

I torinesi non conoscono questo tristissimo episodio di storia cittadina, come emerge durante la presentazione del libro di Francesco Ambrosini

10 Settembre
14:00 2014

Francesco Ambrosini ha presentato lunedì 8 settembre, al Circolo dei Lettori, il suo libro intitolato “Giornate di sangue a Torino. Settembre 1864: la città non è più capitale”. Come ho già scritto più volte, il libro di Ambrosini rappresenta una benemerita iniziativa, perché rimedia, almeno in parte, al percepibile disinteresse per la ricorrenza dei 150 anni delle “Giornate di sangue”.

 

Occorre infatti ricordare che nelle giornate del 21 e 22 settembre 1864, la forza pubblica sparò sui pacifici torinesi che dimostravano contro la decisione di trasferire la capitale del regno d’Italia a Firenze: in piazza Castello, davanti al ministero dell’interno, e in piazza San Carlo, davanti alla questura, si contarono 52 morti, fra cui due donne, e 187 feriti.

 

Alla presentazione ha partecipato Massimo Novelli che, con i suoi numerosi e puntuali interventi, ha arricchito la già documentata esposizione di Ambrosini. Novelli ha tra l’altro parlato del suo libro “I fantasmi dei Savoia” (Torino, 2012) dove ha ricostruito un episodio collegato alle dimostrazioni del settembre 1864, emerso soltanto per caso quando il ricercatore romano Marco Fano ha ritrovato la relativa documentazione, agli inizi del 2000, negli archivi del ministero degli esteri.

 

Diversi dimostranti arrestati nel settembre 1864 e detenuti a Torino e a Genova, malgrado che il re Vittorio Emanuele II avesse concesso l’amnistia, vennero deportati e arruolati a forza nell’esercito argentino tra il gennaio e il febbraio del 1866. Al tempo era in corso una feroce guerra da parte di Argentina, Brasile e Uruguay coalizzati contro il minuscolo stato del Paraguay.

Studiando questo conflitto, il ricercatore Marco Fano ha trovato una lettera, spedita dal console italiano di Montevideo al generale Lamarmora, presidente del consiglio e ministro degli esteri nella capitale Firenze, per segnalargli che il comandante del brigantino genovese “Emilia” aveva ammesso di aver trasportato 138 prigionieri italiani deportati per essere arruolati a forza in Argentina: di questi 72 erano dimostranti arrestati a Torino nel settembre 1864. Di loro non si seppe più nulla e quasi di certo morirono nella guerra contro il Paraguay.

 

Non sono mancati interventi assai critici dei relatori nei confronti dei politici della Consorteria, Minghetti, Peruzzi, Silvio Spaventa… boriosi “antipiemontesisti”, del comportamento tenuto dal re Vittorio Emanuele II e lodi al sindaco Luserna di Rorà per il suo comportamento equilibrato nel frangente difficilissimo. Sia Ambrosini che Novelli hanno evidenziato parallelismi tra situazioni inquietanti del tempo e altre che si ripetono ancor oggi, come la gratuita violenza poliziesca, l’uso di polizie “parallele” e di provocatori, la diffusione di false informazioni da parte del ministero dell’interno mediante dispacci ufficiali mendaci, le indagini insabbiate e le commissioni parlamentari poco incisive…

 

I due relatori si sono anche soffermati sulle inesatte valutazioni politiche formulate nel tempo su questo episodio, soprattutto da parte dei mazziniani, e sulla “dimenticanza” da parte degli storici accademici per cui le vittime torinesi del settembre 1864 sono state prima uccise o ferite, poi calunniate e infine dimenticate, anche dalle istituzioni.

 

È stato un incontro che ha esaminato i fatti tragici del settembre 1864 sotto molteplici punti di vista ed ha fornito spunti di riflessione utili per quel convegno storico sull’argomento che, purtroppo, per ora rimane nel mondo dei sogni.

Il pubblico, numeroso e attento, ha ascoltato con grande attenzione i relatori ma dalle domande poste è emerso chiaramente che i torinesi non conoscono questo tristissimo episodio di storia cittadina e, in qualche modo, faticano a “metabolizzarlo”. Un anziana signora ha addirittura tentato la difesa d’ufficio di Silvio Spaventa, parlando di “galere borboniche” con accenti degni del sussidiario delle scuole elementari del periodo umbertino…

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