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Di tutto un po'

Il dottor John Evelyn Thorndyke

Il più razionalista tra i grandi detective della storia del “giallo” è stato creato nel 1907 da Richard Austin Freeman, medico “imprestato” alla letteratura

14 Settembre
13:00 2014
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Il personaggio letterario del dottor John Evelyn Thorndyke è stato creato dallo scrittore di romanzi polizieschi Richard Austin Freeman. Ben noto ai cultori del genere “giallo”, è assai meno noto al grosso pubblico rispetto a Sherlock Holmes, con cui condivide molte analogie anche se non ne rappresenta un banale clone ma assume sue prerogative specifiche e caratteri nettamente peculiari.

 

Il dottor Thorndyke è stato creato analogamente a Sherlock Holmes da un medico “imprestato” alla letteratura. Come Arthur Conan Doyle, infatti, anche Richard Austin Freeman, nato a Londra nel 1862, si era laureato in medicina, aveva lavorato come libero professionista, in Inghilterra e in seguito in Africa, in Ghana, dove aveva contratto una grave malattia che lo obbligava a lasciare l’attività medica e a ritirarsi nelle campagne del Kent, a Gravesend (dove morirà nel 1943). Aveva intrapreso l’attività letteraria “a tempo pieno” e otteneva il primo successo col romanzo poliziesco “L’impronta scarlatta”, apparso nel 1907, con il dottor Thorndyke come protagonista.

 

Austin Freeman, con la sua mentalità di medico, aveva creato un investigatore laureato in medicina che si era dedicato all’attività forense, aveva conseguito la laurea in legge ed era diventato professore di medicina legale.

Erano trascorsi esattamente vent’anni dalla nascita di Sherlock Holmes, venuto alla luce con “Uno studio in rosso” nel 1887. Il personaggio di Arthur Conan Doyle godeva di un enorme successo ma anche di uno smisurato numero di imitazioni, più o meno felici. Cosa poteva dare successo al dottor Thorndyke?

 

Un primo elemento consiste nel massimo rigore scientifico impiegato da Austin Freeman per delineare il suo personaggio e il suo metodo per condurre le indagini, tanto che il dottor Thorndyke viene indicato come il più razionalista tra i grandi detective della storia del “giallo”.

 

Primo medico-detective nella storia del poliziesco, il suo approccio metodologico lo rende un “segugio” che interviene come consulente indipendente, più che come un detective, in casi apparentemente insolubili. Thorndyke parte dall’analisi scientifica della scena del crimine, aiutato dalla acutissima vista e dalla sua valigetta, con lo strumentario per le investigazioni, poi prosegue nel laboratorio che si è installato in casa e dove dà prova di eccezionale manualità.

Non hanno spazio né l’intuito, né la psicologia, non gli piace neppure che uno scienziato usi la parola “ipotesi” perché - a suo giudizio - l’ipotesi «è una conclusione particolare e definita dedotta da fatti che propriamente ne producono solo una generale e indefinita» (“L’impronta scarlatta”).

 

Thorndyke è un detective erudito che, oltre alle cognizioni professionali di antropologia e tossicologia, è esperto nelle più varie discipline, come biologia, chimica, zoologia, botanica, archeologia, egittologia, lingua giapponese, meccanica, e altre ancora. Possiede vaste nozioni e una mente deduttiva che lo avvicina all’intelligenza superiore di Sherlock Holmes, ma non ha manie stravaganti né tendenza alla depressione.

Perbene, tranquillo ed equilibrato, tiene sempre un atteggiamento distaccato e scientifico nei confronti dei casi in esame, ma si dimostra un signore cordiale, brioso e arguto verso gli amici, i collaboratori e i clienti. Austin Freeman lo descrive come  molto bello, alto, slanciato, prestante, con un volto magnetico dal profilo greco ma scapolo e senza legami sentimentali.

 

Thorndyke intrattiene, anche se con qualche difficoltà, buone relazioni con Scotland Yard, in particolare col sovrintendente Miller. Non esita però a contraddire i risultati ufficiali, quando sono errati, per salvare gli innocenti e garantire il corso adeguato della giustizia.

 

Due sono i collaboratori di Thorndyke. Il dottor Christopher Jervis, suo grande amico dai tempi degli studi in medicina, è il narratore di molte avventure, ma non sempre, e rappresenta un Watson abbastanza insignificante. Appare più simpatico l’assistente e domestico Nathaniel Polton, enigmatico e flemmatico.

 

Polton collabora agli esperimenti scientifici di Thorndyke come tecnico di laboratorio, è un esperto fotografo e, come orologiaio e provetto meccanico, sa costruire oggetti geniali, come macchine fotografiche con scatto a tempo oppure nascoste in orologi e altre diavolerie che, al tempo, apparivano veramente inaspettate e singolari.

 

Nei romanzi di Austin Freeman le innovazioni scientifiche hanno largo spazio, come la riproduzione di impronte digitali, la radiografia di una mummia oppure il congelamento di un cadavere con anidride carbonica. Le nozioni mediche assumono aspetti rilevanti (i criminali sono identificati anche grazie a patologie e particolarità anatomiche come i capelli cerchiati), le trame sono arzigogolate e talora di difficile decifrazione, a maggior gloria delle rivelazioni finali di Thorndyke.

 

Un altro elemento che contraddistingue Austin Freeman è stata l’invenzione della tecnica narrativa nota come «inverted detective story», dove il colpevole è noto fin dalle prime pagine e il lettore si appassiona al modo usato dall’investigatore per smascherare il criminale e assicurarlo alla giustizia. L’esempio più classico, e fortunato, di «inverted story» sono le avventure del tenente Colombo.


Dal 1907 al 1942, Thorndyke è stato protagonista di un ciclo di 21 romanzi e 40 racconti, che vengono ristampati e letti ancora oggi. Certo non ha raggiunto il livello di notorietà di Sherlock Holmes!

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