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Al Salone del mobile di Milano trent'anni dopo. La Cina è vicina.

Un pomeriggio da cronista e da designer nel tempio dell'arredamento mondiale. Roccaforte dell'industria che ancora resiste.

7 Aprile
08:45 2017

5 aprile 2017. Il Salone del mobile di Milano, oltre a essere un appuntamento della produzione internazionale, è da sempre una vetrina dell'eccellenza made in Italy nel campo dell'arredamento.

Trent'anni fa ero di casa tra i padiglioni, giovane designer già piuttosto affermato, poi certi inconvenienti della vita mi hanno obbligato a cambiare registro. Emozionante il motivo del ritorno.

Essere invitati dopo così tanto tempo dalla FIAM, per un evento che ha riunito attorno alla poltrona Ghost, leggendario prodotto nazionale (#ghost30  #fiamitalia), i più accreditati designer di un panorama mondiale in continua evoluzione, è stata una piacevole sorpresa e una ghiotta occasione per gettare l'occhio sull'andare dei tempi e sui nuovi prodotti per l'arredo.

Farlo dopo essere stato coinvolto in un’iniziativa artistica dall’azienda stessa, leader mondiale del cristallo curvato  (#fiamitalia), mi ha restituito un anziano diritto critico con il quale mi sono inoltrato tra padiglioni in cerca di nuove e vecchie sensazioni, improvvisato & casuale inviato speciale.

Non è facile tastare il polso di un'industria così diversificata nel tempo tiranno di un rapido pomeriggio. Impossibile visitare con cura tutti gli stand e valutare le nuove proposte, quelle che un tempo venivano trasferite dal lampo dell'idea al gesto lesto e capace di una semplice matita.

Oggi l'informatica e i programmi di grafica consentono progettazioni impensabili trent'anni fa.

Sostando dunque e solo in certi padiglioni, osservando con l’occhio all'evoluzione del modo di interagire col prodotto, posso affermare che è proprio il computer il divo della manifestazione. Sono più frequenti le immagini virtuali che gli oggetti esposti, e altrettanto coinvolgenti gli effetti speciali. Per quanto riguarda i prodotti è un'altra storia.

La Ghost dipinta dall'autore

Tornare dopo trent'anni è una testimonianza insolita. Ecco perché non ho potuto fare a meno di notare che i prodotti storici, i figli della matita anni 70 e 80, i signori del "bello", non solo sono ancora sulla cresta dell'onda, ma come quadri d'autore, con l'andar del tempo aumentano il loro prestigio e il loro successo.

Per quanto riguarda la nuova produzione, il balzo in avanti è senz'altro legato all'impiego di nuovi materiali, con attenzione al riciclabile e alle materie plastiche, e un sempre attuale richiamo a forme antropomorfe, valore aggiunto a ogni progetto, a ogni significato di un oggetto destinato a diventare compagno di quotidianità e che non è soltanto un utilizzo, ma anche gioco, concetto, interazione, sentimento.

Per quanto riguarda il senso della linea, della forma e della funzione, l'evoluzione in molti casi l’ho vista ritornare su se stessa. L'ergonomia a misura d'uomo è legata sempre alle medesime dimensioni. Difficile inventare qualcosa di originale già fatto e pensato nei tempi d'oro del design italiano.

Difficile il settore degli imbottiti, forse il più statico poiché all'ombra di grandi marchi e grandi maestri che la perfezione la inventarono già molto tempo fa.

Molto più dinamico quello dell'illuminazione. Sedie e lampade sono sempre state le sfide più ambite per ogni progettista. Oggetti spesso consegnati alla storia testimoni di bellezza e di genialità senza tempo.

Mentre per le sedute a farla da padrone sono i materiali, per le luci il terreno è ancora vasto da colonizzare. Scherzosi giochi luminosi catturano l'attenzione, soggetto che non ha ancora raggiunto l'apice, perché apice non esiste quando si fa la concorrenza al sole.

E mentre circolavo tra i padiglioni notavo altre cose. I padiglioni della nuova fiera di Rho, sono più grandi, forse alcuni persino dispersivi. Sono aumentati i punti di ristoro, il bar con i tavolini al sole dove un fitto numero di giovani, tra una birra e una piadina, fa "campus" e forse è un bene. Nel quartiere fiera di Milano appariva più professionale. In questa nuova sede trasmette al vecchio designer la sensazione di essere più inserito in un centro commerciale.

Ma quello che mi ha stupito più di ogni altra cosa è stato il variegato pubblico ad occhi a mandorla che, molto folto e interessato, si spostava raggruppato nella fiera, con l'occhio gentile, il trolley al traino e con il cipiglio di chi sa ben quel che deve fare.

Per lo più cinesi, trasportati da decine di torpedoni che, fuori, attendevano l'asiatica folla, il gran numero di volti orientali che si soffermavano a contemplare con attenzione, a discutere, a fare affari.

Questo è stato il vero volto nuovo del salone che ho percepito trent'anni dopo. Nella fine di quegli anni 80 l'Italia era un paese sulla cresta dell'onda. Il mercato globale era dietro l'angolo, ma ben lontano da venire. L’ho ritrovato concentrato in tutta la sua essenza, in tutta la sua potenza all'interno di questa kermesse milanese che sapeva più di terreno di conquista che non di inarrivabile espressione di genialità italica.

A novembre 2017 il Salone del mobile sarà nuovamente a Shanghai. La politica e la cronaca nazionale lo dipingono come una grande occasione per la nostra industria e per l'esportazione. Chissà perché, nella mente, un maligno tarlo mi ha insinuato un altro scenario meno trionfale.

La nuova potenza industriale, ormai comunista solo nella repressione di alcuni diritti civili, sta affilando le armi per un'ultima, definitiva stoccata? A far poltrone, lampade e cucine, certamente sono bravi anche loro. A costi e distribuzione sono migliori di noi. Ci mangeranno in un sol boccone? Stavo assistendo a un sorridente epitaffio di un'ultima eccellenza nazionale?

Aggirandomi per il salone ho avuto l'ennesima percezione di una grande Italia portata in alto dal coraggio imprenditoriale di pionieri industriali nel dopoguerra, mantenuta in volo dalle genialità scaturite in quel breve, irripetibile fermento, quindi abbattuta da una politica miope, ingorda, complicata e litigiosa, che ha accompagnato il percorso del Paese in una storia dalle occasioni perdute.

Pensando questo ho scambiato qualche parola con alcuni produttori ritrovati tra i superstiti. Gente un po' attempata come me; piacevole il momento dell'incontro e poi, i commenti: "non sono più i tempi di una volta. La crisi si fa sentire, costi, tasse, burocrazia, concorrenza sleale".

"I grossi nomi tengono duro, noi ce la caviamo, ma soprattutto vendendo all'estero. In Italia si fanno pochi numeri e poi, i supermercati, quei mobili da quattro soldi che si montano in casa credendo di risparmiare, quei divani pubblicizzati in tv manco fossero regalati. Non è facile da far capire che con la qualità sovente si spende meno"

Discorsi che sentivo già trent'anni fa, quando Aiazzone inventò: "l'architetto a casa vostra senza spese". Fu un colpo basso per tutto il settore e per la figura professionale. Potenza della pubblicità. Quell'azienda non fece una bella fine, ma il danno era fatto. Da quel dì l'arredamento si trasferì in televisione, come tante altre, fugaci cose, sprofondando nel mediocre.

Cose a cui pensavo dopo un pomeriggio "salto indietro nel tempo", parlandone con un amico che fu mio socio di lavoro, valutando altresì il prezzo del biglietto d'ingresso al quale sono esente per ben tre concomitanze: designer, invalido e pure cronista accreditato.

Chi ha pagato, ha pagato salato. Moltiplicato per l'incredibile affluenza l'ottimismo ha lasciato spazio a un paio di considerazioni: c'è ancora molta gente in grado di permettersi il biglietto e, finché ce ne sarà ancora, il salone si farà, non importa se vedremo aziende "occhi a mandorla" tra gli stand del salone di Milano.

Nella metropoli lombarda si stanno abituando. Le sue due gloriose squadre di calcio hanno già cambiato quasi del tutto padroni e programmi. Milano è a un'ora d'autostrada da Torino. Ma la Cina è sempre più vicina!

Per inoltrarsi alla ventura tra lampade, cucine, poltrone, tramezzini e divani c'è tempo fino al 9 aprile!


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