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Politica Nazionale

La strategia miope del breve termine

Gli aiuti a pioggia, dagli 80 euro in busta paga al bonus mamma passando per il reddito di cittadinanza

17 Maggio
11:00 2017

Se c’è una citazione di qualche decennio fa che si addice più che mai alla politica dei nostri giorni è quella di Alcide De Gasperi, secondo cui “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”.

L’Italia dal dopoguerra sino agli anni ’80 era un Paese nel quale una certa classe politica era stata in grado di realizzare l’Italia che oggi conosciamo, un’Italia dove c’era lavoro, un certo benessere, un sistema pensionistico e assistenziale che molti nel mondo ci invidiavano,  una qualità della vita e turni di lavoro che grazie a lotte sindacali e parlamentari si è fatto via via migliore, la realizzazione di un sistema di infrastrutture che ci avevano fatto fare un salto di qualità con autostrade e ferrovie, e una diminuzione drastica dell’analfabetismo che si imperniava intorno a un buon sistema formativo scolastico ed extrascolastico.

Da qualche anno, forse un decennio o poco più, il Belpaese sta vivendo di “rendita” del proprio passato glorioso, ma con la propensione a tassi di disoccupazione, di PIL e di aumento dei salari rispetto alla media europea piuttosto preoccupanti, giusto per usare un eufemismo.

Per tentare la ripresa si sono perseguite strade a breve termine, tipo gli 80 in busta paga, spesso poi ridati indietro per superamento del reddito annuale a fine anno; gli sgravi per  nuovi assunti prevista dal jobs act, ma ormai terminati; il recente bonus bebé, ma solo per i nati dal 2017 in poi (bonus che bisognerà vedere se continuerà ad esistere nei prossimi anni); sino alla proposta dell’ultimo anno del reddito di cittadinanza.

E’ proprio sul reddito di cittadinanza che sarebbe opportuno riflettere, dal momento che potrebbe apparire come un atteggiamento forte e responsabile di un governo verso i propri cittadini, salvo poi rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Facendo un passo indietro di diversi decenni, il sistema pensionistico e di assistenza sanitaria per tutti erano due strumenti degni di uno Stato moderno che, attraverso le tasse e i contributi versati dai lavoratori di questo Paese, forniva un sistema diremmo di supporto post lavorativo (le pensioni) e assistenziale (per la salute) che in qualche misura si autofinanziava grazia al lavoro, alla produzione, al PIL di un Paese come il nostro che dal dopoguerra a oggi era cresciuto.

Oggi, in un’Italia nella quale di lavoro ce n’è poco, spesso mal retribuito, con contratti a tempo determinato,  migliaia di partite iva,  ma solo di giovani che non trovano lavoro e quindi cercano a progetto chi glielo dia, voucher mal utilizzati, a cui si aggiunge uno sbilanciamento tra chi lavora (pochi) e chi gode della pensione (molti), ecco che pensare di allungare una coperta ormai corta per trovare risorse al fine di sostenere economicamente attraverso un reddito di cittadinanza chi il lavoro non ce l’ha, è ben poca cosa rispetto alla necessità di mettere sul piatto investimenti per creare occupazione, rischiando, così, di vedere nel reddito di cittadinanza, da un lato una maggiore attenzione alle politiche passive anziché a quelle attive (pessima strategia a lungo termine!), e, dall’altro, l’arrendersi a quel sistema neoliberista attuale per cui chi è ricco è sempre più ricco e chi è povero, o non ha un lavoro, lo si accontenta facendogli assistenza con qualche centinaio di euro al mese di reddito d’ufficio invece che investire nella sua (ri)qualificazione professionale per dargli un lavoro e certamente maggiore dignità.




Marco Pinzuti




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