Reg. Stampa num.22 del Tribunale Ordinario di Torino - 11 Marzo 2011

redazione@civico20news.it

Terza Pagina

Il riscaldamento globale del pianeta e la prospettiva del disastro ambientale

Quando gli interessi economico-finanziari possono pregiudicare la sopravvivenza dell’umanità

27 Giugno
14:00 2017

Sembra incredibile, ma solo quando le condizioni ambientali raggiungono livelli critici, creando forti disagi alla collettività, per un attimo si torna con apprensione a parlare del rischio del surriscaldamento climatico del pianeta e delle gravissime ricadute che questo comporta sulla salute degli esseri viventi.

I fatti sono sotto gli occhi di tutti: siccità cronica che azzera le riserve idriche di invasi e fiumi, l’aumento della desertificazione di aree agricole fino a poco tempo fa non compromesse da questo fenomeno, la necessità del razionamento dell’acqua potabile ad uso domestico e animale, la riduzione della produzione agricolo-industriale, aumento dei rischi sanitari per le popolazioni più esposte, ecc.

Eppure questo insieme di eventi, dopo il periodo estivo, quando l’acme tenderà ad esaurirsi, verrà dimenticato o perlomeno ridimensionato a nuovo fenomeno inevitabile, ma ancora forzosamente compatibile con l’equilibrio globale.

Inconsciamente e quasi a titolo scaramantico vince ancora l’ accettazione dell’impotenza, del comportamento dello struzzo nel mettere la testa sotto la sabbia, confermando che la soluzione dei gravi problemi di oggi si potranno sempre spostare al domani.

Inoltre si deve prendere atto che la “scienza” ha perso la sua vera missione e pertanto la battaglia educativa: non è riuscita a far emergere in modo determinante, nelle società civili internazionali, l’indignazione verso il potere politico-economico-istituzionale che evita di affrontare cinicamente la presa di coscienza per una soluzione condivisa nel gestire un problema ineludibile che può compromettere irreversibilmente la vita sul pianeta.

Conseguentemente è su questa linea che si consuma il distacco di una consistente parte dell’opinione pubblica rispetto ai rispettivi governi, schierati nella difesa ad oltranza dei miopi interessi di potentati economici e delle Multinazionali, che sventolano strumentalmente lo specchietto per le allodole nella difesa dell’occupazione.

Tuttavia per ora, in un contorto e discutibile rapporto democratico, sta ancora vincendo la posizione di questi governi, che con una politica “cerchiobottista” procrastinano irresponsabilmente l’approccio concreto a questo problema d’ordine mondiale.

In fondo si insinua il concetto che “c’è ancora tempo per la soluzione del problema”, che le cause del fenomeno non sono ancora definitivamente individuate e intanto  trionfa il “carpe diem” degli interessi immediati che sono illusori e irrazionali.

La tragicommedia degli Accordi di Parigi del dicembre 2015 (dove 195 Paesi hanno adottato il primo accordo universale, giuridicamente vincolante sul clima mondiale) ne è plasticamente la prova.

In sintesi i governi aderenti avevano inizialmente concordato di:

1)- mantenere l'aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di   2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine.

2)- puntare a limitare l'aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici.

3)- fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo.

4)- procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili.

Questo obiettivo sarebbe d’importanza storica per la salvaguardia del pianeta se l’adesione dei Paesi ad economia trainante e percentualmente determinante fosse convinta e realmente conseguenziale nei provvedimenti da attuare.

Invece l’amministrazione statunitense di Donald Trump si sottrae, creando un pericoloso precedente e, in un “cupio dissolvi” autolesionista, nega con ostinazione la pericolosità del surriscaldamento climatico, causato dal ritorno all’utilizzo indiscriminato dei combustibili fossili.

Potrebbe ancora servire a qualcosa ricordare lo stato attuale del pianeta terra?

L’aumento della CO2 nell’atmosfera (e quindi il surriscaldamento) è legato principalmente alla produzione industriale di Paesi (USA, Cina, India, Urss, ecc.) che rappresentano numericamente la maggioranza della popolazione mondiale e dall’incremento mondiale della produzione industriale.

Pertanto diventa non più dilazionabile la ricerca di fonti energetiche alternative alle attuali risorse fossili.

Altro obiettivo irrinunciabile sarà il controllo delle nascite, anche se questo si presenterà come il problema dei problemi.

L’umanità (circa 7.5 miliardi di persone) vive sul pianeta terra con una densità e distribuzione territoriale prossima alla saturazione. La superficie coltivabile, con le attuali conoscenze e tecniche agricole, presto raggiungerà il limite espansivo possibile, creando inevitabilmente le premesse per la lotta della sopravvivenza.

Uno scenario che si prospetta terrificante, ma non improbabile.

Tutto ciò premesso, l’opinione pubblica (nazionale e mondiale) resta coinvolta solo e sempre davanti all’acutizzarsi degli eventi, in dibattiti sostanzialmente  emotivi, sterili e operativamente inconcludenti, rimandando al domani quello che la ragione scientifica e l’etica del progresso civile e sociale avrebbero già indicato di fare ieri.

Questa schizofrenica realtà è interpretata e gestita, autoritariamente o in modo pseudo democratico, dai governi dei Paesi che hanno la forza di indirizzare la storia dell’umanità, che in ultima analisi sono condizionati o espressioni del vero potere mondiale che conta e cioè quello economico-finanziario delle potentissime e intoccabili Multinazionali.

La sfida epocale sarebbe quella di dare espressione politico-decisionale a una maggioranza mondiale che esiste, che purtroppo è impotente e che aspirerebbe a scelte di vita compatibili con la sopravvivenza del pianeta, conciliando l’ambiente con una economia che garantisca  una vita dignitosa ad una umanità sempre più in affanno e incerta sul proprio futuro.

Tuttavia ad oggi questa prospettiva rimane ancora una grande e suggestiva utopia.

Il problema in discussione, per onestà intellettuale, è estremante complesso,  con contraddizioni quasi irrisolvibili, dove le soluzioni facili e immediate non sono praticabili.

Intanto l’Homo sapiens (altra contraddizione in termini) ineluttabilmente, se non ci sarà una drastica inversione di marcia, si sta avviando verso la sua progressiva autodistruzione in un pianeta sempre più inospitale e invivibile.

Il mio augurio è quello di sbagliarmi alla grande su questa analisi dai contenuti inquietanti.

Condividi l'articolo

Autore dell'articolo

Commenti all'articolo

comments powered by Disqus