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Di tutto un po'

Virginia dij Can: una vita vissuta tra emarginazione e anticonformismo

La breve storia di una figura emblematica che ha lasciato un ricordo nella memoria collettiva

10 Luglio
12:30 2017

Tra le infinite storie di persone la cui vita rientra nelle condizioni definibili difficili e di emarginazione, ce ne viene proposta una in particolare che assume un contorno singolare. 

Si tratta dell’ultima sintetica ricerca del dr. Gervasio Cambiano, cultore di storia locale e delle tradizioni popolari, che ci offre uno spaccato socio-culturale di un’epoca  ancora recente, in cui i casi di emarginazione sociale non erano certamente rari.

Tuttavia  esisteva ancora una collettività contadina, avvezza alla fatica e al disagio, che complessivamente conservava ancora il senso della solidarietà  e della accettazione benevola del  “diverso”.

Il caso in oggetto descrive  il delicato percorso umano e le vicissitudini di una donna che tra alterne vicende  scivolava progressivamente nella fascia dei cosiddetti  “emarginati”.

Emarginata e indigente,  manteneva sempre  in ogni caso un comportamento individuale  di dignitosa sofferenza umana, che induceva da parte del prossimo un certo rispetto e comprensione.

Virginia dij Can è sicuramente la narrazione di un caso umano emblematico, che simbolicamente può rappresentare  la sintesi di tante altre vicende di vite difficili e tragiche, dove  un certo perbenismo dominante dei tempi, ha sempre cercato di mascherare e di relegare nell’oblio.

In fondo la breve ricerca ci propone indirettamente, al di là del caso personale descritto, anche l’occasione per riflettere su come la realtà delle convenzioni socio-culturali di ogni momento storico in causa, abbia sempre dovuto confrontarsi con l’emarginazione, eterno e irrisolvibile rovescio della medaglia della normalità, nel difficile  e complesso percorso del divenire della società umana.

Tutto sommato una tragica realtà che oggi si presenta sotto forme diverse e nuove, ma sostanzialmente identica al passato e che continua ad essere la sfida di ogni società umana organizzata che voglia aspirare ad essere solidale e civile.

Anche in questa circostanza si può constatare come la “storia minore” e addirittura personale , possa contribuire ad arricchire la “storia maggiore” dell’evoluzione sociale.

Come sempre porgo un ringraziamento all’Autore per il suo costante e importante contributo.

Buona lettura.

 

VIRGINIA DIJ CAN

Lo scorso mese di giugno la vicenda umana ed ormai storica di   “Virginia dij  Can”,  è stata ripresa dall’Eco del Chisone dopo essere stata inserita nella bella pubblicazione “I mei, i tuoi, i nostri. Parentele baraventan-e” di Gabriella Mosso, presentata con molto successo a Cercenasco e a Vinovo.

A cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 era facile vedere transitare per le strade di La Loggia, Vinovo, Moncalieri, Nichelino, un donna vestita di variopinti stracci, dai capelli scarmigliati che trascinava un carretto  e seguita da alcuni cani.

Da tutti era semplicemente conosciuta come “ Virginia dij Can”, cioè Virginia dei cani. 

Viveva di quel poco che gli regalava la gente e dormiva in un tugurio sotto il ponte sulla Chisola, tra La Loggia e Moncalieri. Per certi periodi dell’anno altri due, cosiddetti “barboni”, le tenevano un po’ compagnia.

Era nata nel 1890 ad Agua Dulce di Panama in una famiglia di artisti. Il padre era un attore che lavorava sui piroscafi di linea e la madre  una cantante   argentina  che di nome faceva Malagoni Virgilia.  

Virginia morì all’Ospedale di Moncalieri  il 9 febbraio 1962 in seguito alla caduta dalle scale dello stesso ospedale, avvenuta due giorni prima.

Da giovane più che di una strepitosa bellezza, tipo odierna star, era una ragazza raffinata e colta, di grandissimo  fascino. Cantante e attrice sulle navi di linea che, per tutti gli anni 20 e 30, prima del terremoto mondiale della guerra  del 1940, solcavano regolarmente l’Atlantico.

Pare che Virginia parlasse 4 o 5  lingue. Perse i genitori  per malattia e ritornò in Piemonte. Lavorò anche nel mondo del cinema in quegli anni pionieristici.    

Non è noto il motivo per cui sia finita  nella nostra zona  alla fine degli anni ‘50  dello scorso secolo, in età non più  giovane, anzi per i tempi,  considerata già  nella fase di precoce anzianità.

L’immaginario collettivo diceva che un giovane ufficiale di cavalleria di Pinerolo, follemente innamorato di lei, ma  non corrisposto, si fosse impiccato.

Disperata per aver involontariamente causato questo dramma, si era auto- esclusa dalla società del tempo e isolata a vivere in povertà sotto i ponti.  

Ma questa sembra solo una  bellissima storia, molto romantica e accattivante.

Personalmente, la vedevo ogni tanto quando transitava per le strade di Vinovo,  trascinando un carrettino e seguita dai suoi amati cani.  

Ogni tanto  entrava nella vecchia Chiesa Confraternita di Santa Croce (quella detta ancora oggi dij Batù) dove, durante la Messa officiata dal cappellano  don Giovanni Aghemo, si accostava alla S. Comunione

I cani pazienti e fedeli la aspettavano accucciati sul sagrato della Chiesa.

Ricordo bene che  non solo parlava affettuosamente con i cani, ma canticchiava loro anche motivetti e canzoncine.  

Durante i suoi spostamenti si fermava ogni tanto presso il “ciabot” del  fratello più giovane di mio nonno, situato al fondo di  un grande orto con una bella e antica ”noria” (ruota idraulica che aveva la funzione sollevare l’acqua), già  parecchio fuori  Vinovo verso il ponte sull’Ojtana, che portava a La  Loggia.


Qui con l’acqua limpida  e fresca “ ‘d sursis”, di quella genuina  fonte,   dissetava se stessa e i suoi cani.  

Questo mio prozio  (barba Minot Cambiano) raccontava   che Virginia  gli aveva confidato che era conoscente o addirittura  imparentata con  il famoso De Vecchi di val Cismon, uno dei capi del fascismo degli anni 20.  

Notizia che certamente oggi, a distanza di tanti anni  e scomparsi tutti i protagonisti del tempo, non è più possibile stabilirne la veridicità.  

Su Virginia e i suoi cani  venne discussa anche una tesi di laurea alla Facoltà di Magistero o di Lettere di Torino.

Nel passato hanno anche ricordato Virginia diversi periodici locali  tra  cui  “Nichelino Città”, “Nichelino Comunità”  e  “Il Mercoledì”.

In fondo ricordare adesso con grande rispetto l’infelice e anomala vita di Virginia dij Can può essere un atto di sensibilità e di solidarietà verso i tanti emarginati che, in solitudine e disperazione, affrontano con grande difficoltà la vita quotidiana.

Gervasio Cambiano

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