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Scienza e Salute

Torino - Trapianti: traguardo storico all'Ospedale Molinette

Liliana Carbone per Civico20News

Foto di repertorio (La Stampa)
21 Luglio
14:00 2017

Tremila trapianti di fegato in poco più di 25 anni: è con questo numero che il Centro trapianti di fegato universitario dell’ospedale Molinette si colloca al primo posto nell’Unione europea e tra i primi al mondo per numero di trapianti effettuati e per sopravvivenza condividendo questa posizione prestigiosa con i centri di Cambridge, Dallas, Birmingham e del London Kings College. Il trapianto numero 3000 è stato eseguito IL 17 luglio su un uomo di 55 anni della provincia di Alessandria, affetto da cirrosi.

 

“E’ un traguardo storico – ha commentato Gianpaolo Zanetta, direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino -, un fiore all'occhiello per l’azienda, un'eccellenza a livello italiano ed europeo che diventa un ponte verso il futuro Parco della Salute”.

 

Era il 10 ottobre 1990 quando avveniva il primo trapianto di fegato su un uomo di 44 anni, durato 13 anni, ed era il 10 gennaio 1993 quando si è dato avvio al trapianto pediatrico e il 14 ottobre 1999 quando il trapianto è divenuto di routine anche su pazienti molto piccoli con patologie congenite: 5% sono stati i trapianti di solo una parte del fegato, di cui 14 da donatore vivente; 2% quelli in cui oltre al fegato si è trapiantato in contemporanea un altro organo,  7 sono i “trapianti domino” (il fegato nativo di un primo ricevente è stato poi trapiantato ad un secondo ricevente); 8% sono i ritrapianti.

 

Dal 1993 ad oggi sono stati trapiantati 166 pazienti in età pediatrica (6% dell’attività totale), con fegato intero o split. In 27 anni la sopravvivenza dei trapiantati è stata del 91% ad un anno, 81% a 5 anni e 73% a 10 anni, un traguardo insperato per chi ha malattie che lasciano, senza trapianto, un’attesa di vita da pochi giorni ad alcuni mesi.

 

Al luglio 2017 sono in lista di attesa per il trapianto di fegato circa 80  pazienti: il tempo medio di attesa è di pochi mesi. La lista di attesa è fatta anche di numerosi riceventi oltre i 60 anni di età e che nel 40% proviene da altre regioni; ci sono anche donatori con età sempre più elevata.

 

I fegati trapiantati a Torino provengono da donatori dal territorio piemontese (73%), ma anche da altre regioni italiane (26%) e in 29 casi Centri esteri (1%).

 

Un grande plauso è arrivato anche dal Rettore dell'Università di Torino, Gianmaria Ajani che ha detto:

 

 "Lo straordinario risultato ottenuto dal professor Mauro Salizzoni e dalla sua équipe dimostra ancora una volta il primato della medicina e chirurgia universitaria torinese che ricade a beneficio dei pazienti e mette in luce il valore della ricerca clinica e la grande opportunità didattica formativa per i giovani medici e gli specializzandi dell'Università di Torino che hanno possibilità di apprendere in un contesto accademico rappresentato da competenze di livello assoluto”.

 

INTERVISTA CON IL PROFESSOR MAURO SALIZZONI

 

 

Se la gente lo conosce come il “mago dei trapianti” e i pazienti lo ringraziano per aver dato loro una seconda vita con il trapianto, la comunità scientifica gli riconosce un ruolo fondamentale nello sviluppo della disciplina dei trapianti, mentre i suoi allievi si sentono fortunati ad averlo come maestro. Mauro Salizzoni, professore di Chirurgia alla Scuola di medicina dell’Università di Torino, è il direttore del Centro trapianti di fegato delle Molinette della Città della Salute e della Scienza ed è una figura emblematica.

 

Che effetto le fa avere raggiunto il numero 3000?

 

Non voglio fare il falso modesto, per questo le dico che sono molto contento, ma questo traguardo non è solo opera mia, è il risultato di un lavoro di squadra. La squadra vince insieme, non basta il centravanti, c’è bisogno di tutti.

 

 

Che effetto le fa ricordare i primi trapianti eseguiti quando ancora non era professore?

 

E’ un bell’effetto e i primissimi trapianti fino ai 300 me li ricordo tutti, saprei ricordare anche il nome dei pazienti, perché ciascun paziente per me ha rappresentato un momento di vita vissuta, tra difficoltà ambientali e strutturali. Quando ripenso a quegli anni ho un po’ di nostalgia: ricordo la fatica, quanta fatica; ricordo le notti intere passate a non dormire e le giornate a seguire i pazienti, e pure con pochi mezzi a disposizione.

 

Ne rifarebbe altri 3000?

 

Andrei avanti certo, ma fortunatamente sono riuscito a creare una scuola e il compito dei miei allievi sarà quella di andare avanti. Questo è il vero successo di un progetto di lavoro e di vita.

 

Che cosa dice ai giovani medici che vogliono proseguire il suo cammino?

 

Spiego che bisogna lavorare tanto, che si deve essere disposti a rinunciare ai sabati e alle domeniche, alle feste comandate e qualche volta anche alle ferie. Dico loro che bisogna essere molto umili verso il lavoro e sapere accettare le difficoltà (e le sconfitte) che si possono incontrare quotidianamente.

 

Fermezza, giusto distacco dalle cose, ma anche empatia verso il paziente che ha bisogno di aiuto. E’ così?

 

Certo, nel nostro lavoro si prende da uno per dare all’altro, tutto per rendere migliore la vita di chi ha più bisogno.  

 

Continue innovazioni nelle tecniche chirurgiche, nelle terapie contro il rigetto o per arginare eventuali infezioni, fino al monitoraggio immunologico, ma c’è ancora da fare? 

 

Si può migliorare sempre, un giorno dopo l’altro, non bisogna mai dare nulla per scontato. Se va bene, la prossima volta deve andare benissimo; se va benissimo domani dovrà andare ancora meglio. 

 

 

Liliana Carbone  

 

 

 

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