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Le mani adunche dei politicanti sulla sanità italiana (prima parte)

L'analisi del Professor Giancarlo Pavetto

21 Luglio
11:30 2017

 La storia è iniziata negli anni ottanta del secolo scorso. Fino ad allora gli ospedali erano retti, dal punto di vista scientifico, da un organo denominato Consiglio dei Sanitari. Era composto da medici  ed amministratori del nosocomio ed aveva il compito di determinare lo sviluppo dell’ente, decidere l’istituzione di nuovi reparti e vagliare le candidature dei sanitari che aspiravano a coprire primariati ed altri ruoli apicali.

All’Ordine dei medici era affidato il coordinamento della sanità ambulatoriale e la sorveglianza sui rapporti tra i sanitari e gli enti che si occupavano di erogare assistenza.

Non vi erano fino ad allora problemi economici. Basti considerare il fatto che in quegli anni, l’INAIL, l’ente che si occupava degli infortuni sul lavoro, non ancora assoggettato ai politicanti, aveva un tale surplus economico, da permettersi di costruire ben cinque modernissimi ospedali, detti C.T.O. in alcune città italiane. Senza alcun bisogno di aiuto da parte dei governi dell’epoca.

Fu proprio negli anni ottanta che la politica, in modo subdolo ed insidioso, fece la sua comparsa nel mondo della sanità italiana. 

Le strutture sanitarie furono viste come un pabulum ricco di opportunità, sia sotto il profilo economico che sotto quello di poter disporre di un parco sterminato in cui collocare dirigenti e forze di lavoro subalterno, non sempre utili alla funzione della struttura, ma tali da assicurare  consenso elettorale.

Fu in quegli anni che giunsero nei nosocomi dell’alta Italia, inviati dagli accoliti di Craxi, i famosi infermieri dei corsi delle ottanta ore, strappati in Calabria alla cura dei campi. Con le conseguenze che sono facili da immaginare.

E fu anche in quel tempo che ebbe inizio l’inquinamento dei politici nelle strutture ospedaliere.

Il Consiglio dei Sanitari fu assoggettato, “ope legis”, ad un presidente, ossia ad un politicante di secondo ordine, che come nel caso del CTO di Torino, fu prima un radiologo socialista, poi un avvocato democristiano, poi un bancario senza alcuna esperienza ospedaliera.

E cominciarono le interferenze partitiche. Non esisteva per esempio in quei tempi nel CTO di Torino un primariato di chirurgia della mano. Ma occorreva sistemare un chirurgo della mano, comunista, che giungeva dalla Francia. L’ostacolo fu superato ricorrendo ad un escamotage: quello di istituire, al posto di un primariato non previsto dallo statuto, un reparto del tutto innovativo, denominato, non primariato, ma sic et simpliciter “centro di supporto della Chirurgia della mano”. E’solo un esempio.

Sempre in quegli anni cominciò a manifestarsi anche quello che in seguito divenne lo strapotere dei sindacati.

Gli uffici amministrativi dell’ospedale che fino ad allora ospitavano uno o due impiegati, furono sommersi da iscritti al partito democristiano ed ai partiti di sinistra, in gara con le organizzazioni sindacali. Attorno ad ogni singolo tavolo si assiepavano quattro o cinque persone.

Aboliti del tutto i Consigli dei Sanitari, gli ospedali rimasero nelle mani dei politicanti e furono instaurati degli organi di governo di cui facevano parte individui nominati secondo il criterio Cencelli. Due democristiani, un socialista di destra, un socialista di sinistra, due comunisti, un repubblicano, un sindacalista, tutti digiuni di nozioni sanitarie.

I quali, dopo qualche tempo, iniziarono ad occuparsi delle nomine dei primari che furono scelti non per meriti professionali ma quasi esclusivamente in base a carriere svolte in ambiti politici. A dirigere reparti importanti e delicati, ed è solo un esempio, furono imposti anche uomini che avevano fatto pratica in ospedali da campo, in guerriglie terzomondiste. Non avevano nulla da insegnare agli aiuti che furono lasciati soli e che, a loro volta, non ebbero di conseguenza nulla da insegnare ai medici più giovani.

Iniziò così, e fu determinante per la decadenza delle strutture ospedaliere, l’esodo dagli ospedali pubblici degli specialisti più anziani e più esperti e la loro fuga nelle strutture private od anche convenzionate non ancora soffocate dalla politica.

(continua)

 

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