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Le mani adunche dei politicanti sulla sanità italiana (seconda parte)

L'analisi del Professor Giancarlo Pavetto

28 Luglio
11:30 2017

Nello stesso periodo di tempo è proseguita prima in modo subdolo e poi sempre più evidente  l’infiltrazione da parte dei politicanti nel contesto della sanità ambulatoriale.  

L’Ordine dei Medici è stato a poco a poco politicizzato, a causa della totale inerzia ed anche del sopravvenuto disinteresse della classe medica, che si andava rassegnando ad un ruolo di tipo impiegatizio. 

Si è arrivati al punto di nominare presidente dell’Ordine della provincia di Torino un senatore del PDL, che, quasi sempre a Roma, si occupava, come logico, degli interessi del partito e recepiva le direttive del governo anche quando erano in conflitto con l’interesse della classe medica.

Fino agli anni sessanta la sanità di base o ambulatoriale era gestita dalla figura mitica del medico condotto, che era sempre presente nella comunità che gli era affidata, non aveva orari e doveva essere pronto ad intervenire ed a prestare la sua opera, anche di pronto soccorso, in centri montani, agricoli ed in località disagiate. In molti casi il compito di segreteria era affidato, senza alcuna retribuzione, alla consorte del medico.

Aboliti i medici condotti, fu necessario ricorrere ad un organismo burocratico, infinitamente più complesso e costoso. Il medico condotto dovette essere sostituito da almeno quattro sanitari (tre destinati a coprire il servizio con orari di otto ore, un quarto destinato alle emergenze ed alle sostituzioni  in caso di malattie o di ferie). La moglie del medico, fu sostituita da uffici affollati da  impiegate e, come se non bastasse il servizio di pronto soccorso fu affidato, in molte cosiddette USL, poi divenute ASL, ad una ulteriore struttura collaterale.

L’apparato burocratico aumentò a dismisura e, con questa organizzazione, salì alle stelle il costo del sistema sanitario italico. E, come nelle strutture ospedaliere, si moltiplicarono per i politicanti le opportunità di nominare alla direzione delle Asl i loro più fedeli accoliti (a prescindere dalla loro esperienza nel settore), e ad influire sulle assunzioni dello sterminato parco di medici, funzionari, impiegati ed infermieri. A scopo clientelare ed elettorale.

Collasso e marasma sono ora la tragica norma dei sistemi sanitari di alcune delle regioni italiane, infette e depredate, più delle altre, dai potentati politici locali. Condizioni che hanno fatto gridare allo scandalo e richiedere da parte di qualcuno un ritorno ad una gestione romanocentrica della sanità italiana. Ossia un ritorno alla nazionalizzazione, che avrebbe il significato di cadere dalla padella nella brace.

L’aspettativa di vita degli italiani va a poco a poco riducendosi. A causa della crisi e degli attuali provvedimenti governativi, gli italiani si curano sempre meno. Alcuni di loro non sono più in grado di procurarsi le medicine e di accedere, a causa dei ticket sempre più esosi, ad accertamenti e ricoveri.

Insensibile al problema, il governo odierno prosegue senza sosta, con tagli ed amputazioni, a ridurre la spesa sanitaria.

L’eliminazione di molti ospedali e di molti presidi ambulatoriali, operazioni che vengono definite con il termine truffaldino di “riorganizzazione”, ha come unico risultato quello di congestionare i presidi rimasti e di aumentare in modo insopportabile le code (di qui i materassi stesi a terra nell’anticamera dei Pronto Soccorsi) e le liste di attesa.

Alcuni politicanti chiamano, senza mostrare vergogna, con il termine di “appropriatezza”, un’operazione che è invece uno squallido razionamento di ogni tipo di cura, come viene oggi definito da qualche Ordine dei Medici, fino a ieri in ginocchio davanti al governo.

Appropriatezza, secondo l’attuale ministra, significa negare da parte del SSN un grande ventaglio di esami e di indagini mediche.

Significa minacciare una riduzione degli emolumenti ai medici di base, qualora ardiscano prescrivere una risonanza per un paziente in cui una sindrome algica acuta si sia manifestata da meno di venti giorni. Significa non concedere al medico di base, che sospetti una neoplasia, di chiarire il suo dubbio ricorrendo ad una PET.

E’ancora “appropriatezza” non concedere le cure fisioterapiche più moderne e non autorizzare presidi costosi che, come quelli a base di acido ialuronico, sono in grado di lenire gravi forme artrosiche e di evitare pesanti interventi chirurgici. Può accedere a queste cure solo chi ha disponibilità economiche adeguate.

Gli italiani, affermano i governanti, spendono troppo per la loro salute. Dobbiamo risparmiare. Non importa se l’aspettativa di vita si va riducendo. Il presidente dell’INPS gioirà per il risparmio che ne deriva.

(continua)

 

 

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