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Cronaca Torino

RECORD MONDIALE A TORINO: l’unico Villaggio Olimpico al mondo occupato da migranti.

Il punto sul MOI sotto sfratto dal 2015.

6 Agosto
08:00 2017

A partire dagli anni cinquanta, Torino era diventata il centro manifatturiero d’Italia, indicata come la Detroit italiana e la capitale dell’automobile. Il declino economico dagli anni ottanta e la chiusura di molte fabbriche hanno portato ad un alto tasso di disoccupazione e intere aree dove prima c’erano fabbriche, magazzini e varie infrastrutture sono state abbandonate.

Le Olimpiadi invernali del 2006, per la prima volta nella storia del CIO collegate ad una grande città, avrebbero dovuto contribuire a rilanciare Torino come città post-industriale, proiettata verso un futuro di smart city, aperta al turismo e alla cultura.                  

Così è stato e la città ha acquistato una nuova immagine nazionale ma soprattutto internazionale e si è fatta conoscere in tutto il mondo, non più come la città della FIAT, ma come un sito da visitare, ricco di opere d’arte, pregevole per l’impianto urbanistico e l’architettura seicentesca che rispecchia lo splendore dell’epoca del dominio di Casa Savoia e della veste di prima Capitale d’Italia.

Le Olimpiadi  hanno dato ai torinesi l’opportunità di essere finalmente orgogliosi della loro città, della sua capacità di rinnovarsi e di organizzare un grandioso evento. Proprio per preparare questo evento la città si trasformò in un enorme cantiere.

Su via Giordano Bruno, nella zona sud, sui terreni dell’ ex deposito  dei Mercati Ortofrutticoli all’Ingrosso (MOI) venne costruito un grande Villaggio Olimpico per alloggiare gli atleti e i giornalisti e successivamente ospitare mostre, eventi, uffici chioschi e negozi.

Oggi il Villaggio si presenta esternamente  con edifici fatiscenti, coperti di polvere e graffiti in una area deserta, dove ostentano  ancora la loro presenza  i cartelli e  gli slogan dei Giochi.

Ma disgraziatamente, all’interno, il Villaggio è la sede di una delle più grandi occupazioni abusive mai avvenute a Torino. L’occupazione è cominciata nel 2013 da parte soprattutto di rifugiati dalla Libia e dalla Somalia, ad oggi gli occupanti stimati superano le 1100 unità.

Le palazzine occupate sono in pessime condizioni, bisognose di continua manutenzione, in quanto  sono strutture di cemento permanenti, con interni fragili e provvisori  con pareti divisorie di cartongesso. Quasi tutto lo spazio interno è occupato da materassi; uno degli edifici costruito per ospitare 100 atleti oggi dà rifugio a circa 500 persone.

Ma il MOI non è solo un dormitorio, gli abitanti  si sono organizzati: alcune aree sono destinate ad uso comune, con una specie di uffici dove avere informazioni o scrivere curriculum e richieste di lavoro. C’è un centro di consulenza legale, una zona deposito per gli abiti ricevuti in dono, due barbieri, un ristorante senegalese e dei mini negozietti.

Una volta la settimana passa un medico volontario e in  un edificio c’è  una stanza destinata alle lezioni di italiano e inglese.

A gennaio 2015 il Tribunale di Torino emise l’ordine di requisire gli edifici occupati e di sfrattare gli occupanti; a giugno dello stesso anno venne annunciato un progetto per trasformare l’area in un centro di ricerca tecnologica per le università della citta. A oltre due anni  di distanza è ancora tutto fermo.

Nel 2016, durante un evento organizzato a febbraio al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino, Sergio Chiamparino, sindaco della citta  all’epoca delle Olimpiadi, ammise che  esistevano dei problemi con le strutture olimpiche inutilizzate. Non fece alcun accenno alle persone occupanti, ma attribuì l’abbandono alla crisi economica, in quanto il comune aveva previsto di vendere una parte degli edifici ex MOI per pagare i debiti dell’amministrazione, progetto abbandonato proprio a causa della sopravvenuta crisi.

Quello che spaventa è un probabile aumento dell’attuale popolazione dell’area che preoccupa in particolare i residenti nella zona, anche per il verificarsi di eventi  al limite della legalità.

Ci attendiamo una risoluzione definitiva da parte dei nostri amministratori pubblici prima che i problemi si trasformino in calamità.

                                                                             

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