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Di tutto un po'

Essere o non Essere?

Domande sull'esistenza e sul "senso della vita"

9 Agosto
13:00 2017

Il dubbio amletico non lascia dubbi di sorta: affrontare la vita con tutte le sue miserie o mettere il punto e farla finita?

Continuare a combattere, a sopportare le ingiurie e gli insulti di un mondo ostile per definizione o chiudere elegantemente la parentesi terrena, salutando chi sopravvive?

Riportiamo più sotto la traduzione di un frammento del testo originale:

Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell'uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d'altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l'incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso:
e dell'azione perdono anche il nome...  

William Shakespeare

 

 

Le domande che il sommo Poeta e drammaturgo inglese si pone fanno parte di un ventaglio di argomenti considerati ancora tabù ai giorni nostri. La vita e la morte, il senso della sopravvivenza, il dopo la morte e mille altre domande simili che saltuariamente entrano a gamba tesa durante le frivole discussioni di un’estate troppo calda, creando un attimo di improbabile refrigerio.

Aggiungerei l’impermanenza delle cose, il cambiamento inaspettato e lo stravolgimento delle esistenze dovuto a cause catastrofiche.

Il rifiuto di prepararsi alle naturali “sorprese” della vita non è un indice di grande intelligenza e nemmeno di maturità.

D'altro canto vivere pensando costantemente alla morte, il noto memento mori, oltre a rappresentare il noto motto dei monaci trappisti e a ricordare uno splendido momento di cinema con il compianto Massimo Troisi, può diventare pensiero ossessivo e sfociare nella patologia.

Forse anche in questo caso si tratta solo di trovare un buon equilibrio tra una vita futile e spensierata, costantemente dedicata al nulla cosmico, ed una esistenza ossessionata dalla fobia della morte e del dolore ad essa associato.

Le religioni possono venirci incontro solo quando abbandonano le inutili dogmaticità ed indossano i panni di una laicità religiosa.

L’apparente ossimoro, appena declinato, prevede la presenza di un minimo comun denominatore presente in tutti i sistemi religiosi, quello che Padre Anthony Elenjimittam, domenicano e indo-buddista definiva “Ecumenismo Cosmico”. La tensione spirituale verso il “Cosmico”, l’inafferrabile “profumo” di una Verità percepita dall’anima, il “senso del divino” che abita in noi non sono parole gettate al vento, sono granuli di consapevolezza che si possono comprendere solo quando si vivono direttamente o si provano sulla propria pelle.

Nel momento stesso in cui “viviamo” uno di questi momenti, attivamente e lucidamente, percepiamo quel concetto di “Centro di Gravità Permanente” magistralmente espresso da Franco Battiato.


“Essere o non Essere?”

Vivere le difficoltà della vita comprendendo che vi è un Fine, una Ragione misteriosa, una Causa alla quale aggrapparsi nei momenti di disperazione, quindi combattere con tutte le proprie forze per risolvere quel Karma al quale gli Induisti e i Buddisti imputano gli accadimenti della vita, buoni e meno buoni, oppure lasciarsi vincere dalla piena del grande fiume e addormentarsi nell’oblio di una morte forse invocata?

Amleto ci lascia nel dubbio, o meglio ci apre al gioco delle domande senza risposta che creano infiniti quesiti mai risolti. Tali dilemmi lo dovrebbero forse aiutare a vendicare la morte del padre, apparso nelle sembianze di un fantasma.

Quelle stesse domande, svincolate dal contesto Shakespeariano, diventano punti interrogativi dolorosi che ci assillano nei momenti più diversi.

In mancanza di una Via che ci induca a progettare un “Senso della Vita”, le nostre azioni risulteranno senza un vero senso, e forse tutti i nostri sforzi inutili.

Se intendiamo la nostra Esistenza come un insieme complesso di tante vite correlate tra loro da meccanismi di causa-effetto, determinati da azioni e reazioni matematicamente perfette, forse potremo individuare un “Disegno”, o anche solo uno sbiadito progetto, proposto da un qualche Architetto apparentemente distratto.

La nostra Era storica, secondo i Maia, rappresenta il Kali Yuga la fase più negativa di un intero Ciclo Cosmico, ovvero il periodo in cui trionfa il materialismo, che secondo René Guénon dovrebbe essere iniziato circa 6.000 anni fa ed essere in fase di soluzione.

Durante questa difficile era la percezione del “Senso del Divino”  risulta essere difficoltosa, se non impossibile. I dati sembrano confermarlo ampiamente. Non sentiamo più parlare di questioni puramente spirituali: vi è uno strano pudore che ci invita a nascondere il senso della religiosità, intesa come “ponte tra l’umano ed i divino”.

Secondo i mistici lo sforzo dell’uomo deve essere orientato verso ‘Essere, ovvero verso l’accettazione di tutte quelle difficili prove che il nostro “Progetto di Vita” prevede.

“Non Essere” può significare l’abbandono all’ineluttabilità, la resa incondizionata verso quella battaglia che noi stessi abbiamo scelto e deciso di combattere.

Non combattere potrebbe significare perdere delle autentiche occasioni e cadere nell’Accidia, un pericoloso peccato capitale.

Scegliere potrebbe essere rischioso, individuare la giusta scelta il gesto più difficile. Non agire per paura di sbagliare o agire sapendo di rischiare di perdere?

Quanti dubbi per il povero Amleto, fratello di mille paure e di mille battaglie, vittima inconsapevole di un Fato che per pura ironia conosce le risposte alle domande che non abbiamo neppure iniziato a formulare.

 

 

 

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