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La vecchiaia: stagione triste dell’uomo o possibile realtà rasserenante?

L’arte di invecchiare secondo il “De Senectute” di Marco Tullio Cicerone

10 Settembre
16:00 2017

Capita anche che, cercando in biblioteca un libro, casualmente ne appaia uno che rievoca immediatamente il richiamo di una antica memoria e che in questa circostanza prevalga l’interesse prioritario della sua rilettura.

Inoltre incentiva questa decisione il fatto che il “volumetto” in questione si presenta con dimensioni ridotte, tali da rendersi mimetizzato tra gli altri libri, ma agevole e invitante per la consultazione.

Questo in pratica è avvenuto con il Tascabile Economico Newton “Cicerone – L’arte di invecchiare” a cura di Bartolomeo Rossetti, che in modo magistrale  commenta il “De Senectute”.

Riportare l’essenza di quest’opera nella nostra attualità può sembrare una forzatura, se non un’operazione arbitraria, in quanto la distanza dei valori fondamentali della società romana del tempo presenta elementi socio-culturali-economici e istituzionali, che sarebbero eticamente e moralmente  rifiutati o che ci farebbero inorridire per la crudeltà e brutalità che esprimevano in quel periodo storico.

Tuttavia un’attenta e approfondita analisi razionale dell’opera, mitigherebbe di molto questo giudizio immediato ed emotivo. Se è vero che all’epoca di Cicerone, le terribili vicissitudini socio-politiche della guerra civile trovavano immancabilmente sbocco in sanguinarie e feroci rappresaglie, molti eventi drammatici della nostra contemporaneità, nella sostanza, non sono stati da meno. Forse in più si può aggiungere a questi ultimi l’aggravante della combinazione perversa di un mix d’aberrazione criminale ancestrale, amplificata dalla capacità distruttiva della tecnologia moderna.

Basterebbe elencare i recenti genocidi nella ex-Jugoslavia, in Africa, nelle guerre in Medio Oriente, le stragi terroristiche e pseudo-religiose dell’Isis e di analoghe altre formazioni, la tratta schiavistica dei migranti, la devastazione sociale della tossico-dipendenza alimentata dai narcotrafficanti, ecc., per ricrederci.

In pratica sono cambiate le metodologie operative dell’orrore, ma non la sostanza. In fondo l’ homo sapiens (allora l’uomo del tempo) continua a trascinarsi e a riproporre, in determinate circostanze, il peggio della brutalità e del male immaginabile.

Tuttavia la visione della “vecchiaia” da parte di Cicerone emerge con una modernità sorprendente, ispirata a trovare uno spazio laico e razionale di tranquillità spirituale.

Non fa paura quest’ultima stagione, anzi deve diventare una pausa di riflessione  e di bilanci, anche se inevitabilmente è l’anticamera della morte. Tutto sommato la morte è il ritorno alla natura, nel caso in cui sia negata l’immortalità dell’anima.

Sorprende questa impossibile analogia con l’ispirazione di un cristianesimo non ancora presente e operante nella storia.

In ogni caso lasciamo al lettore l’occasione per immergersi nella realtà di quei tempi, con l’introduzione integrale del testo:

“ … Lo spunto per il suo De Senectute, dedicato all’amico carissimo Tito Pomponio Attico, Marco Tullio Cicerone lo prese da una favola mitologica, opera di Aristone di Ceo, vissuto circa due secoli prima dell’Arpinate.

Il personaggio mitologico è noto: Titone, fratello di Priamo, era un giovane bellissimo, di cui si innamorò l’Aurora, la quale chiese e ottenne dagli dei il dono dell’immortalità per l’amante. Ma si dimenticò, la poverina, di chiedere contemporaneamente il dono dell’eterna giovinezza; e così, con il passar del tempo, Titone invecchiò inesorabilmente.

E per sfuggire alla condanna della eterna vecchiaia, chiese e ottenne dagli dei di essere trasformato in cicala.

Il personaggio chiave usato da Cicerone per la stesura di questo suo straordinario dialogo è Marco Porcio Catone, vissuto un secolo prima di lui dal 234 al 149 a.C., una delle figure più prestigiose della storia romana del tempo della Repubblica.

Catone fa un lungo panegirico dei personaggi più anziani e più rappresentativi della storia letteraria e civile di Roma e della Grecia, portando ad esempio di rettitudine morale e di saggezza uomini della statura di Publio Cornelio Scipione l’Africano, Caio Lelio, Caio Livio Salinatore, Temistocle, Socrate, Platone, Quinto Fabio Massimo il “temporeggiatore”, Gorgia di Lentini, Appio Claudio Cieco, e ancora Pitagora di Samo, Democrito di Abdera, il filosofo Zenone di Elea, Diogene lo Stoico, e commediografi come Cecilio Stazio e storici come Ennio e Senofonte, insomma una vasta galleria di personaggi storici che Catone, dialogando con i due giovani amici Caio Lelio e Publio Cornelio Scipione, passa in rassegna con uno sfoggio di cultura, che risente evidentemente dell’influenza greca.

Insomma il trattato De Senectute, oltre ad essere un saggio filosofico sulla vecchiaia, vista serenamente, nel suo contesto naturale, è una rassegna dei personaggi più importanti della storia romana.

Il dialogo, che si svolge fra Catone da una parte e Lelio e Scipione dall’altra, è più che altro un dotto monologo del vecchio Catone.

L’opera è una delle più felici di Cicerone, ricca di eleganza oratoria e di una proprietà di linguaggio ricercata ed esemplare.

Cicerone scrisse il De Senectute l’anno in cui fu ucciso Giulio Cesare nel 44 a.C.

Aveva allora 62 anni e una lunga esperienza letteraria, politica e militare alle spalle. Aveva retto molte cariche pubbliche, era stato console, aveva viaggiato e soggiornato in Grecia, in Cilicia, aveva affrontato, come console, la congiura di Catilina, aveva seguito in Oriente Pompeo.

Attico, a cui il De Senectute era dedicato, aveva, come si legge nella dedica, le stesse preoccupazioni di Cicerone per la situazione politica seguita alla morte di Cesare, ucciso da 23 pugnalate davanti alla Curia del Teatro di Pompeo.

Le conseguenze sarebbero state disastrose, tali da giustificare le paure e i presentimenti di Cicerone. Ciononostante il De Senectute è un’opera rasserenante, un manuale filosofico, che riesce a far accettare la vecchiaia, di cui Cicerone, per bocca del saggio Catone il Censore fa addirittura un panegirico, con rassegnazione ed anzi con gioia.

Da buon avvocato Cicerone, sempre per bocca di Catone, fa un’accalorata arringa di difesa della vecchiaia, esponendo mirabilmente tutte le ragioni e gli argomenti di questa difesa. Gli stessi capi d’accusa della vecchiaia, che Catone fissa in quattro punti, diventano argomenti di difesa.

Prima di tutto la vecchiaia distoglie l’uomo dalla vita attiva. In secondo luogo, gli toglie le forze rendendo il corpo sempre più debole, in terzo luogo toglie al vecchio tutte le gioie della vita, a cominciare dalla gioie dell’amore e della passione, in ultimo luogo la vecchiaia si avvicina sempre di più alla morte.

Nel dialogo, che potremmo vagamente paragonare ai Dialoghi di Platone, vengono confutati questi quattro talloni d’Achille della vecchiaia, che non distoglie l’uomo dalla vita attiva, in quanto l’attività pubblica può essere svolta anche quando l’uomo è molto in là negli anni.

Così è vero che la vecchiaia diminuisce le forze del corpo, ma per fare , l’attività adatta al vecchio, non c’è bisogno della forza fisica, bensì quella spirituale. Così, sostiene Catone, se la vecchiaia priva l’uomo del piacere del sesso, lo libera dalla sua schiavitù, rendendogli la vita più serena e tranquilla.

Infine il fatto che la vecchiaia si avvicini sempre di più alla morte non deve spaventare l’uomo, ma rassicurarlo, essendo la morte un ritorno alle origini, come rientrare in porto dopo una lunga navigazione.

Il segreto dell’arte dell’invecchiare è, secondo Cicerone, nella vitalità, nel coltivare molti interessi, nel fare una vita regolata e morigerata.

La vitalità delle cellule del cervello, come sostiene anche la nostra Rita Levi Montalcini, allontana o almeno ritarda la vecchiaia. Per questo motivo molti artisti, come Pablo Picasso, Charles Chaplin, Bernard Shaw, Dalì, De Chirico, che sono stati tesi spiritualmente fino all’ultimo giorno di vita, e hanno sottoposto le cellule del cervello a un continuo lavoro creativo, a una continua passione per l’arte, senza mai rilassarsi, senza mai abbassare la tensione spirituale, la fede, l’interesse per la vita, hanno vissuto più intensamente degli altri ed hanno mantenuto più a lungo la giovinezza, lo sprint, l’entusiasmo, la gioia di vivere.

L’agilità cerebrale, nel vecchio, deriva dal continuo lavoro creativo e quindi dai suoi interessi, fra cui Catone comprende l’interesse agricolo, il contatto quotidiano con la natura, come era abitudine dei ricchi romani, legati all’agricoltura per tradizione famigliare e per censo, dati i grandi latifondi dei patrizi.

Il De Senectute, naturalmente, è anche un manuale di filosofia, in cui si tratta dell’ordine del creato, del problema di Dio, dell’immortalità dell’anima. Accettare la vecchiaia e la morte è proprio del saggio, che si adegua alla natura e ne rispetta le leggi, a cui sa di non potersi ribellare.

La morte infatti, dice Catone, non deve far paura al saggio, perché rientra perfettamente nelle leggi della natura, è la logica e inevitabile conclusione della vita. Ed è tale l’equilibrio della vita umana, che la mancanza di certi beni indispensabili per la giovinezza (come le forze del corpo e il piacere del sesso), è accettabile, anzi desiderabile nella vecchiaia.

Non per nulla Cicerone aveva scelto Catone il Censore per farne il moderatore del De Senectute. Catone era stato proverbiale  per essere un castigatore  dei costumi, appartenente  a quella minoranza di nobili tradizionalisti e conservatori, che si era alleata alla classe rurale contro la maggioranza della nobiltà progressista.

Catone intervenne anche nella polemica sugli scandalosi Baccanali, che per la loro sfrenatezza furono aboliti dal Senato nel 186 a.C. Nel 179 sostenne energicamente la Legge Vaconia, che poneva un limite e un freno alle eredità attribuite alle donne, ad evitare  che si accumulasse troppa ricchezza in mano alle matrone.

Così, dopo il 161 si oppose alla deroga della Legge Suntuaria, che aveva posto un freno all’eccessivo lusso dei banchetti. La fama di Catone il Censore era anche legata alla sua insistente frase, un vero e proprio slogan: “Carthago delenda est”, e alla sua viscerale avversione per il predominio a Roma della cultura greca. A Catone il Censore andava tutta l’ammirazione di Cicerone, che nel De Senectute ne fece il simbolo del cittadino romano ideale…”

 

A conferma e in sintonia a questa presentazione corre l’obbligo di allegare un paragrafo”  del De Senectute (85), in latino e con la relativa traduzione:

“… His mihi rebus, Scipio – id enim te cum Laelio admirari solere dixisti -, levis est senectus, nec solum non molesta, sed etiam iucunda. Quodsi in hoc erro qui animos hominum immortalis esse credam, libenter erro, nec mihi hunc errorem, quo delector, dum vivo, extorqueri volo; sin mortuus, ut quidam minuti philosophi censent, nihil sentiam, non vereor ne hunc errorem meum philosophi mortui irrideant. Quodsi non sumus immortales futuri, tamen exstingui homini suo tempore optabile est: nam habet natura, ut aliarum omnium rerum, sic vivundi modum; senectus autem aetatis est peractio tamquam fabulae, cuius defatigationem fungere debemus, praesertim adiuncta satietate.

Haec habui de senectute quae dicerem. Ad quam utinam perveniatis, ut ea quae ex me audistis re experti probare possitis!

Per queste ragioni, Scipione, la vecchiaia è per me lieve da sopportare, - cosa di cui, come hai detto, tu ti meravigli insieme a Lelio, - e non solo non è sgradevole, ma è addirittura gioiosa. Che se in questo mi sbaglio, credere che le anime degli uomini siano immortali, sbaglio  di buon grado, e finché vivo  non mi voglio distogliere da questo errore, di cui mi compiaccio.

Se invece dopo morto, come credono alcuni filosofi modesti  in verità, non sentirò nulla, non mi fa né caldo né freddo se questo mio sbaglio  sarà deriso da qualche filosofo scomparso. Che se non siamo immortali dopo la morte, certamente è augurabile per l’uomo che si estingua quando è il suo tempo; perché la natura è così fatta, che ha fissato un termine per tutte le altre cose e quindi anche per la vita. La vecchiaia infatti è la conclusione della vita, tale e quale a una commedia, di cui dobbiamo evitare di annoiarci, specialmente se abbiamo raggiunto la sazietà.

Ecco tutto ciò che avevo da dirsi sulla vecchiaia. E se, volendo il cielo, voi ci arriverete, che possiate toccare con mano, con l’esperienza, tutto ciò che avete sentito da me.

__________   O   __________


Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino il 13 gennaio del 106 a. C. Apparteneva a una famiglia di ricchi possidenti terrieri e il padre, per aumentare il prestigio del casato, lo mandò a studiare a Roma. Ebbe per maestri di retorica M. Antonio e L. Crasso, e come maestro di filosofia l’accademico Filone.

Cominciò la sua carriera letteraria giovanissimo e quella politica nell’ 80. Fu un valente avvocato e presto fu protagonista in tanti eventi politici, assumendo diverse cariche istituzionali.

Seguendo la sua linea di moralizzazione e di giustizia sociale, caratterizzò la sua azione politica e la difesa ad oltranza del potere senatoriale. Fermò la congiura di Catilina, fu sostenitore di Pompeo, avversario di Cesare e severo accusatore di Marco Antonio.

L’assassinio di Cesare decretò la sua fine. Con il triunvirato di Cesare Ottaviano, pronipote e figlio adottivo di Cesare, Marco Antonio ed Emilio Lepido, furono redatte le “liste di proscrizione” che instauravano a Roma un periodo di terrore. Furono mandati a morte 300 senatori e 2000 cavalieri, tra cui, dietro istigazione della moglie di Marco Antonio, Fulvia, anche Cicerone.

Il 7 dicembre del 43 venne sorpreso dai sicari di Antonio nella sua villa di Formia. Morì decapitato e la moglie di Marco Antonio, Fulvia, che ce l’aveva a morte con l’Avvocato per le sue roventi “filippiche” contro il marito, impossessatasi della testa mozza di Cicerone, ne tirò fuori la lingua, che tante volte aveva parlato contro Marco Antonio e la trapassò più volte con uno spillone per i capelli.

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