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Cinema

The Broken Key, La Chiave Spezzata

Presto nelle sale una produzione tutta italiana con un cast multistellare

12 Settembre
11:00 2017

Finalmente nei cinema italiani l'ultima fatica del regista torinese Louis Nero e già si parla di almeno duecento sale cinematografiche che presenteranno un film girato prevalentemente in Piemonte, ed in particolare a Torino.

Vi sono molti omicidi e molti eventi misteriosi ma non si tratta di un giallo nel vero senso della parola, piuttosto un coinvolgente percorso simbolico che attraversa la pittura, la poesia, l’archeologia, utilizzando queste discipline come corde sulle quali creare un’armonia dai contenuti filosofici ed esoterici.

Il taglio del film, moderno e tradizionale al tempo stesso, permetterà allo spettatore di compiere un viaggio introspettivo, accompagnando il protagonista in un’ascesi personale di grande effetto scenico.

Il cast vede la partecipazione di moltissimi attori con un passato artistico veramente straordinario: nelle prossime puntate, avvicinandoci al 16 novembre, li incontreremo più da vicino, andando a scoprire cosa li abbia interessati così tanto della sceneggiatura da farli accettare di partecipare ad un progetto così ambizioso.

Tutto inizia con un documento misterioso, un frammento del “Canone di Torino”, papiro realmente esistente e collocato presso il museo egizio di Torino.

Questo documento descrive una lunga serie di dinastie faraoniche ed è interrotto  alla XVIII.

Vediamo ora in cosa consiste tale documento.

Riportiamo da Wikipedia la voce "Il Papiro dei Re":

 

l Papiro dei Re, conosciuto anche come "Canone regio" o "Lista Reale", oppure "Papiro di Torino", è un documento risalente alla XIX dinastia egizia, probabilmente durante il regno di Ramses II (1290 a.C. – 1224 a.C.), redatto in ieratico, che riporta, oltre a una introduzione sui re divini e semidivini del Periodo predinastico dell'Egitto, l'elenco dei sovrani dall'unificazione dell'Alto e Basso Egitto fino al momento della compilazione, insieme con il numero dei loro anni e, talvolta dei mesi e dei giorni, di regno.

 

                                                          

Il Canone di Torino (Il Papiro dei Re)


È conservato presso il Museo egizio (Torino), dove è giunto come parte della Collezione Drovetti.


Il papiro torinese 1874 è l'unica lista reale vera e propria dell'antico Egitto antecedente all'Età Tolemaica (332-30 a.C.): rispetto agli accorpamenti cultuali dei sovrani defunti rinvenuti ad Abido e a Saqqara, liste che hanno in comune il fatto di includere solo un numero limitato di re estrapolati secondo principi non scritti, quella di Torino ha lo scopo di ricordare tutti i re dell'Egitto e la loro esatta lunghezza di regno, segnando un importante contrasto con gli altri elenchi conosciuti.

Il documento è scritto con inchiostro nero e rosso in caratteri ieratici, sul verso di un registro delle tasse scartato, datato al regno di Ramses II. Rimane incerto quando sia stata redatta la lista reale stessa; presumibilmente durante il medesimo regno, ma potrebbe anche essere stato durante uno dei regni successivi, molto probabilmente quello del suo successore, il faraone Merenptah.

Il papiro misurava circa 42 cm di altezza, che corrispondono al formato a grandezza naturale attestato durante il periodo ramesside, e circa 1,70 m di lunghezza, essendo in origine composto verosimilmente da quattro fogli di una quarantina di centimetri incollati assieme.

Il papiro fu acquistato a Tebe intorno al 1820 da Bernardino Drovetti, tuttavia le esatte circostanze del ritrovamento e il suo contesto archeologico sono irrimediabilmente perduti, ma è probabile che possa essere stato rinvenuto in una tomba.

Fu successivamente comprato dal governo piemontese tra la fine del 1823 e i primi del 1824. Si suppone che, quando Drovetti lo acquistò, il documento fosse intatto, ma fu danneggiato involontariamente e inconsapevolmente durante il trasporto; difatti, quando giunse al museo, esso si trovava in frammenti all'interno di una cassa, mescolato a quelli di altri papiri.

È molto probabile che una parte del papiro, rimasta bianca sulla superficie del registro delle tasse, fosse stata tagliata e utilizzata per altri fini, con il risultato che l'ultima colonna (o le ultime due) della lista reale è andata irrimediabilmente persa già in antico.

Allo stato attuale di conservazione consiste di poco più di 300 frammenti.

Il manoscritto fu individuato e descritto per la prima volta da Jean-François Champollion nel 1824, che scrisse i risultati del suo studio nello stesso anno: quarantotto frammenti contenenti centoquarantadue tra cartigli e titoli reali, di questi ultimi venticinque interi, sessantasette incompleti.

In una lettera indirizzata al fratello, diede al documento il nome di “canone reale”. Il papiro fu ricomposto nel 1826 da Gustavus Seyffarth, contemporaneo e antagonista di Champollion, il quale in tre mesi individuò circa trecento frammenti basandosi esclusivamente sullo studio della trama fibrosa vegetale, riuscendo a ottenere una distribuzione alquanto verisimile dei frammenti prescelti; parecchi poterono riconnettersi, cosicché si ridussero a centosessantaquattro.

Dovette trascorrere più di un secolo dal ritrovamento prima che si pubblicasse integralmente il manoscritto, con il completo apparato iconografico e includendo anche il lato relativo al registro delle tasse: l'edizione fu prodotta nel 1938 da Giulio Farina coadiuvato dalla restauratrice Erminia Caudana; la loro ricomposizione è rimasta a oggi invariata.

L'unica edizione completa dopo quella di Farina fu pubblicata da Alan Gardiner nel 1959. Più limitata rispetto alla precedente, non vi si trovano né traduzioni né commentarii, eccetto brevi note relative alla trascrizione, che ricopre anche, per la prima volta, il registro delle tasse.

È stata alterata la posizione di pochi frammenti, gli altri invece sono rimasti nella stessa collocazione dell'edizione precedente, sebbene Gardiner si sentisse scettico sulla loro disposizione.

L'autore infine ha segnalato l'esistenza di un numero di frammenti non inseriti nel restauro del Farina. Rimangono ancora alcuni piccoli frammenti, segnalati da Gardiner nella tavola IX della sua opera, per i quali non è stato ancora possibile trovare la corretta collocazione.


 

Questa necessaria premessa per spiegare che la sceneggiatura del film poggia le proprie basi su documenti reali, creando situazioni romanzesche solo laddove vi siano delle lacune che non consentano un’alterazione dei fatti storicamente documentabili.

L’Antico Agitto, Torino, Saliceto, Rosazza e altre località saranno raccontate in seguito per motivare le scelte artistiche che hanno coinvolto molte realtà piemontesi.

 


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