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Perdona loro perché non sanno quello che fanno…

Il mantra dei compagni e dei magistrati loro complici

Foto di repertorio
23 Settembre
09:30 2017

 Una buona donna di sinistra, in un recente convegno, parlando dello stupro e dell’aggressione avvenute sulla spiaggia di Rimini ad opera di una selezione di “risorse” del terzo mondo, ha affermato che non possiamo pretendere che queste brave persone sappiano che da noi non si usa, come in molti loro paesi, stuprare le donne sulle spiagge.

 

Secondo la buona donna avvocata ed altri suoi amici progressisti, i quattro protagonisti della spiaggia riminese, due magrebini e due negri africani, esponenti di due “culture” diverse, non sapevano che aggredire su di una spiaggia una ragazza bianca, violentarla a turno in quattro, poi gettarla in mare per rianimarla e poterla violentare di nuovo, in Italia non era permesso. E forse non era tutta colpa loro, perché noi non li avevamo integrati a sufficienza e non glielo avevamo fatto presente.

 

Dobbiamo pertanto perdonarli, seguendo l’esempio di quel bravo magistrato con la camicia rossa (per lui segno di appartenenza) che aveva deciso di mettere subito in libertà un immigrato che aveva usato violenza su un ragazzo tredicenne, per di più disabile. Nel silenzio assoluto degli alti soloni della magistratura.

 

E’ la loro cultura, afferma convinto qualche altro piddino. E mons. Ravasi dal Vaticano ne approfitta per farsi vivo ed ordinare a Gentiloni, che, come dice il suo nome, è un uomo gentile, buono e sottomesso, che nel nostro paese (ma non certo nel suo) è assolutamente ed inderogabilmente necessario applicare lo jus culturae.

 

E Gentiloni, come Garibaldi, risponde: obbedisco.

 

Quello che è certo è che nessuno jus culturae, ordinato all’Italia dai prelati del vaticano, avrebbe salvato da uno stupro violento a prolungato una dottoressa, che in Sicilia faceva servizio di notte in un pronto soccorso.

 

L’ambulatorio era aperto a tutti e la dottoressa era sola. Nel cuore della notte.

E’ difficile capire perché, in un paese ad alta delinquenza come l’Italia di oggi, una donna possa essere obbligata a prestare servizio, senza infermieri od altro personale, in un pronto soccorso in cui chiunque può entrare senza controllo.

 

Ed è lo stesso paese in cui invece deputati, senatori, funzionari senza arte né parte ed alte cariche dello stato si sono arrogati, con una legislazione “ad castam”, il diritto di usufruire di una scorta che li protegga e li segua ovunque. 

 

Ricordo che aveva destato scalpore il fatto che, un predecessore della Boldrini nella carica di presidente della camera, giunto a Torino per un convegno, era stato visto circolare per la città con un seguito di ben undici automobili.

 

Nella maggior parte dei casi queste scorte armate, che sono spesso solo l’espressione di uno status symbol, sottraggono ai cittadini che lavorano un alto numero di uomini delle forze dell’ordine.

I politicanti italiani non ignorano questa realtà. Lo comprova il fatto che da decenni i candidati che vorrebbero governare il paese (non ha fatto eccezione Matteo Renzi) se ne ricordino alla vigilia di ogni elezione e facciano la solenne promessa, mai mantenuta, di abolire le autoblu e le scorte.

 

Solo con gli uomini di una scorta, come quella ancor oggi concessa, e non se ne capisce la ragione, all’opinionista di Repubblica Roberto Saviano, si potrebbe istituire un servizio di sorveglianza diurno e notturno e mettere in sicurezza più di un pronto soccorso.

 

Un paese civile e democratico ha il dovere di accordare la sua protezione, in modo prioritario a chi è al lavoro per i suoi concittadini. Solo dopo, se è il caso, a personaggi che, come il Saviano, passano le loro giornate ad esternare su giornali, letti da pochi, le loro idee politiche.

 

 

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