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Dalle Valli di Lanzo alla Nuova Italia. Note storiche su Giovanni Rastelli

Il nuovo libro di Alessandro Mella raccontato nell’editoriale del professor Aldo A. Mola de “il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 ottobre 2017

9 Ottobre
10:00 2017

L’editoriale pubblicato dal professor Aldo A. Mola su “il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 ottobre 2017 rappresenta una magistrale recensione del nuovo libro dell’amico Alessandro Mella che sarà presentato il 14 ottobre a Viù (Torino) nell’ambito de “I Caffè Culturali” con Giovanna Giolitti, nipote dell’illustre statista, ospite della serata (m.j.).

 

Il giolittiano Giovanni Rastelli paradigma dell’Italia ventura

 

di Aldo A. Mola

 

Il Parlamento, una volta tanto all’unanimità, ha stanziato cento milioni per salvare dal declino quasi  5.000 “piccoli comuni”. Sono coriandoli, rispetto ai bisogni effettivi, agli sprechi permanenti, a leggi, leggine e scaricabarile che paralizzano la vita pubblica e privata di un Paese nel conflitto tra Stato, Regioni e Tar,  salva riserva di ricorso a Corti europee e internazionali. Il problema numero uno dell’Italia odierna è il groviglio dei “poteri”. Chi vorrebbe investire rinuncia a farlo in un Paese ove la proprietà è considerata un furto (come insegnava un certo Jean-Jacques Rousseau) e chi ha qualche risparmio vive sotto la scure di un fisco rapace che s’intrufola nella vita privata oltre ogni decenza.


La modesta legge ora varata in difesa dei borghi decadenti invita a difendere la “memoria”, che però non è fatta solo di enogastronomia: è nei nomi di chi ha speso la vita per il progresso scientifico e civile e non va cancellato. Semmai va attualizzato. È il bivio al quale si è trovato il Liceo Plana-Deodata di Saluzzo dinnanzi alla proposta di intitolarlo al suo ex allievo Umberto Eco. Da una parte la storia, dall’altra  una fama recente. L’Italia ha scuole intitolate a Tacito, Orazio, Ovidio, Virgilio, Foscolo, Pellico, Manzoni, Azeglio, Carducci, scrittori in parte dimenticati. Le intitoliamo a Fabio Fazio da vivo? Cambiamo Dante Alighieri con Roberto Benigni che ne recita la “Comedia”? Plana fu matematico e astronomo di fama europea. Deodata, che scrisse il celebre Ipazia, ha il busto nella Protomoteca del Campidoglio. I loro nomi insegnano a rispettare il presente, noi stessi, che istante per istante siamo già “passato”. Solo i barbari e i fanatici (come fecero gli islamici nella loro avanzata) abbattono tutto. La vera difesa delle reliquie borghigiane non sta solo nella ristrutturazione di muri cadenti (il fisco artiglia anche le baracche più abbandonate) ma nella memoria di chi ha dato corpo alla storia organizzando le risposte ai bisogni della società, secolo dopo secolo.


È il caso di Giovanni Rastelli, un deputato liberale di età giolittiana, la cui vita è narrata da Alessandro Mella nel succoso libro “Dalle Valli di Lanzo alla Nuova Italia” (Ed.Chiaramonte).   


Già autore di Viva l’Imperatore! viva l’Italia! (Bastogi), Mella conduce alle radici dell’idea dell’indipendenza e dell’unificazione nazionale e svela il segreto della Terza Italia, monarchica, liberale, democratica: un regime fondato su una classe dirigente diffusa e devota alle istituzioni, non per feticismo ma per l’orgoglio di concorrere giorno dopo giorno alle fortune dello Stato, nella buona e nella cattiva sorte, sull’esempio del motto dei britannici - “giusto o sbagliato, è il mio Paese” – i quali da un’isola frastagliata hanno costruito un impero in tutti i continenti. Lo fece anche la Spagna, però afflitta da due morbi: il separatismo eterodiretto (è il caso della Catalogna: dopo il referendum Barcellona rivendicherà Perpignan, il Rossiglione e magari anche Alghero, suo antico dominio sulla costa occidentale della Sardegna?) e l’infantile odio tra simili. 


Nell’età tra Vittorio Emanuele II, Padre della Patria, e Vittorio Emanuele III, l’Italia conobbe la più grande trasformazione sociale della sua storia. Media e piccola borghesia ebbero accesso alle cariche più elevate, prima monopolio dell’aristocrazia. Vi giunsero, però,  attraverso il “tirocinio”. Lo illustra bene Mella attraverso la figura di Rastelli (Viù, 1858-1917), paradigma della Nuova Italia: consigliere comunale, consigliere provinciale, deputato per tre legislature, amministratore locale e “politico”, attento alla sua terra e al tempo stesso rappresentante della Nazione, in forza dello Statuto.


Rastelli non scrisse saggi di dottrina politica, né pronunciò discorsi memorabili.  Come la miriade di sindaci e parlamentari della sua epoca apprese bene il consiglio di Giovanni Giolitti al deputato esordiente che gli domandava come dovesse regolarsi in Aula: alzarsi, dire quel che doveva e sedere. Così si comportò quella insuperata classe dirigente. In principio vi era lo Stato; poi le urgenze del territorio (a volte impellenti:  le calamità naturali fanno parte del “destino delle Alpi”); infine, ma niente affatto ultimi, i cittadini, da collegare alla modernità con tutte le possibili innovazioni. Un  tempo erano ferrovie, tramvie e telegrafo; oggi è la telematica, che lascia al buio vaste plaghe, con grave danno economico per i cittadini e il Paese.   


Quell’Italia primeggiò. Tra gli aneddoti gustosi Mella cita il collegamento telefonico instaurato nel 1913 a beneficio dell’immagine di Rastelli. Era l’”Italietta” di Guglielmo Marconi: all’avanguardia nel mondo, come è stato ricordato al Teatro del Casinò di Sanremo nella somma tra Premio Acqui Storia, coordinato da Carlo Sburlati, e Martedì Letterari, diretti da Marzia Taruffi. Mella esplora tutte le pieghe delle lotte tra liberali delle varie correnti e ascrizioni: un caleidoscopio di tendenze, correnti, personalità. Ci pone dinnanzi a un mondo diverso e uno, come l’Italia istoriata all’Altare della Patria. Le tante Esposizioni Universali e Nazionali che si sono susseguite nel corso dei decenni hanno cercato di imitare quel capolavoro, ma hanno lasciato alle spalle padiglioni deserti e molte beghe giudiziarie. Là, invece, la lezione dell’unità dei “popoli d’Italia” è fissata per sempre. Occorre propiziarne la visita, come da tempo chiesto dal presidente dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Romano Ugolini, storico e patriota.


Mella insiste sulla lunga e sofferta lotta di Giolitti per tenere l’Italia fuori dalla fornace della guerra europea, l’”intervento” del 24 maggio 1915 che sprofondò il Paese in una crisi istituzionale, materiale, sociale e culturale irreversibile, come attestano i fatti e si sconta nel presente: il declino e la riduzione ai minimi della sovranità nazionale.


Rastelli non vide la fine della “inutile strage”. Nato il 30 novembre 1858, morì neppure sessantenne il 24 gennaio 1917. L’Italia avrebbe avuto bisogno di politici come lui per la ricostruzione postbellica, soprattutto nel 1920-1922 che registrò il crepuscolo dell’età liberale. 


Dal 1919 e nel 1921 il collegio uninominale di Lanzo da lui fedelmente rappresentato a Roma fu gettato nel calderone della circoscrizione ampliata, con assegnazione dei seggi in proporzione ai voti riportati dai partiti; poi, dal 1924, nel collegio unico del Piemonte e successivamente (con le elezioni del marzo 1929) scomparve col “listone” prefissato dal Gran Consiglio del Fascismo: una cesura non solo del regime statutario (come Giolitti dichiarò nel suo ultimo intervento alla Camera) ma anche del rapporto tra territorio e Parlamento.


Di Rastelli quasi si perse memoria. Altrettanto accadde per la maggior parte dei sindaci, consiglieri provinciali e deputati piemontesi della Terza Italia. Il loro repertorio meriterebbe la passione che Telesforo Sarti e altri storici  (Vittorio Bersezio, Edoardo Arbib...) dedicarono alla Camera subalpina e alle prime legislature del Regno. 


Mella evoca il fascino del variegato territorio delle valli di Lanzo e in specie di Viù attraverso i ricordi di quanti vi vissero e dei turisti di rango e degli scrittori che scoprirono e decantarono la superlativa bellezza dei suoi luoghi incontaminati. Guido Gozzano è uno tra i più noti. Vi soggiornò anche Giovanni Piumati (Bra, 28 maggio 1850 - Viù, 6 ottobre 1915). Allievo dell’Accademia Albertina di Torino a diciassette anni, dottore in legge, lettere e filosofia, musicista, precettore dei figli dell’imperatore di Germania Guglielmo II, editore del Trattato di Anatomia e del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, il 12 ottobre 1896 Piumati venne iniziato massone nella loggia “Rienzi” di Roma (matricola 11.254). Fu lui a introdurre in loggia il conterraneo Beniamino Manzone, eroico organizzatore della storia del Risorgimento.


La biografia di Rastelli invita a riscoprire  le “anime” dei piccoli comuni, dei borghi, di un mondo che non è fatto solo di specchietti per le allodole dei turisti in cerca di chissà quali sapori e sopori. Deve fondarsi sulla tutela dei monumenti e sulla memoria degli Uomini. 


La realtà va riorganizzata partendo appunto dalla memoria della miriade dei Giovanni Rastelli che costruirono l’Italia: un repertorio panoramico della dirigenza liguro-piemontese dal Settecento di Plana e Deodata Saluzzo a oggi. È un compito che, nel crepuscolo delle Università, potrebbe avere capifila il Premio Acqui Storia e i Martedì Letterari di San Remo, per “ricucire” la IX Regione dell’Italia di Augusto.

Aldo A. Mola

 

Alessandro Mella 

Dalle Valli di Lanzo alla Nuova Italia. Note storiche su Giovanni Rastelli

Roberto Chiaramonte Editore 2017

Pagine 112 – € 15:00

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