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Di tutto un po'

Va in scena Sherry Britton, spogliarellista col cervello

Andrea BiscÓro ci porta al tempo del burlesque americano

6 Ottobre
12:00 2017

Recentemente ho scritto della magnetica Cléo de Mérode e della fragile Evelyn Nesbit. Ora è la volta di un genere teatrale e di una sua storica rappresentante: va in scena il burlesque!

Recuperiamo la deliziosa abitudine di prenderci una pausa dal web, così da sfogliare, in Biblioteca, i vecchi testi come, ad esempio, l’Enciclopedia dello Spettacolo (Le Maschere, Roma, 1954). Verremo così a sapere che, col nome burlesque, «si indica: in Inghilterra, un genere teatrale parodistico e satirico, sorto nel periodo della Restaurazione e fiorito soprattutto nel Settecento che però con l’andare del tempo subì varie contaminazioni (soprattutto con elementi tipici della farsa e dell’opera) e nell’Ottocento perse sempre più i caratteri originari confondendosi con altri generi; negli Usa, uno spettacolo di grande popolarità costituito da sketches comici e numeri di varietà, che, sviluppatosi dal minstrel show, si limitò sempre più a esibizioni di nudo femminile».

Tornando al burlesque inglese, questi «è umorismo critico. Al contrario della satira, non odia non disprezza, si limita a ridere». Il primo spettacolo di burlesque inglese «fu The Rehearsal del duca di Buckingham [rappresentato nel 1671], che ottenne un successo strepitoso; Buckingham pose in ridicolo lo stile ponderoso e gli espedienti ricercati di molti autori drammatici». Seguirono burlesques che parodiavano lavori eroici come, un nome fra tutti, la tragedia Macbeth. Il drammaturgo John Gay, «col suo The What D’ye Call It (1715), rideva ancora dei lavori eroici, ma apportava il contributo di alcuni tocchi personali, particolarmente con gli spettri e con le eroine uscite di senno. Egli sviluppò anche l’eccellente trovata di porre elevati sentimenti sulla bocca dei personaggi meno adatti». Con l’arrivo del XIX secolo e dell’epoca vittoriana, il burlesque decadde.

Veniamo al burlesque americano, il cui sviluppo «può essere distinto, grosso modo, in tre epoche: 1750-1868, periodo del burlesque tradizionale; 1868-1922, fase di evoluzione del burlesque moderno; dal 1922, periodo del nudismo e delle licenziosità».

Nel febbraio del 1827, in un teatro di New York, una ballerina francese danzò in maglia, sfidando la sensibilità puritana del tempo, ulteriormente minata nel 1866 quando a Broadway andò in scena uno spettacolo in cui le gambe femminili furono esibite nel cancan, sconosciuto ai newyorkesi. Nel 1868, sempre a New York, debuttarono le British Blondes. Le ragazze si esibivano in maglia, seppur indossando, «sopra alle gambe inguainate, una specie di gonnellino, lungo circa un piede, di sottilissima mussola, guarnito di innumerevoli volantini». Un successo!

«Già negli anni intorno al 1920 il burlesque aveva perduto gran parte della sua popolarità. Le ragioni di questo declino furono molte: la nuova moda femminile, che invitava ormai tutte le donne, con le gonne corte, a esibizioni non più vietate; lo sviluppo di forme più economiche di divertimento, quali il cinema e la radio; l’aumento delle tariffe ferroviarie che colpiva le compagnie di giro; gli alti salari del personale di scena e, infine, cosa più importante, l’assorbimento dei migliori interpreti del burlesque da parte delle nuove musical comedies e musical revues di Broadway. Ma proprio nel momento più critico intervenne un nuovo fattore: lo “strip-tease” (in auge fra il 1930 e il ‘40): una danza erotica che comporta “little tricks of dressing and undressing”. I suoi tempi successivi erano conosciuti come: il Flash, o entrata; la Parade, o marcia attraverso il palcoscenico della strip teaser completamente vestita; il Tease, o rimozione progressiva degl’indumenti alla presenza del pubblico eccitato che grida: “More! Take off more!”; e infine lo Strip, o denudamento totale ad eccezione della G-string [il perizoma], seguito da una rapida scomparsa fra le quinte».

«Questa danza sostanzialmente meccanica si basa sull’abilità della stripper nell’apportarvi novità e trovate personali. Fra le più applaudite strippers: Ann Corio, Margie Hart, Gypsy Rose Lee, Georgia Southern e Winnie Garrett. A mano a mano che la concorrenza fra i producers si faceva più accanita, diminuiva il teasing e aumentava lo strip, fino a che il denudamento completo, un tempo eseguito eccezionalmente come bis, divenne l’elemento essenziale del numero. Al fine di dare al pubblico una visione ancor più ravvicinata, sia delle strippers che delle ballerine seminude, i producers installarono nei loro teatri apposite passerelle, il cui uso era già stato introdotto nel teatro di prosa». Nel 1934 «tali passerelle furono bandite da New York e presto caddero in disuso ovunque. A onta del bando con cui venne colpito a New York, il burlesque ha continuato a godere di grande popolarità negli Stati Uniti fino ai giorni nostri; e sebbene non possa definirsi una forma d’arte, ha dato contributi all’arte teatrale americana, fornendo materiale alle revues e alle musical comedies di Broadway, e fungendo da trampolino di lancio di alcuni famosi comedians americani, fra cui: Al Jolson, Jack Pearl, Fanny Brice, W.C. Fields, Jimmie Savo, Eddie Cantor, Abbott & Costello, Phil Silvers e Rags Ragland».

Intervistata, nel 1966 lo sottolineò anche Sherry Britton:

«Avevamo dei bravi attori comici: Jackie Gleason, Red Buttons, tutte queste persone meravigliose provenivano dal burlesque», aggiungendo come oggigiorno «non vuoi che i tuoi vicini ti vedano entrare in uno spettacolo di burlesque, mentre anni fa venivano con le mogli, ci si divertiva, c’era un grande spirito».

Parola di Sherry Britton, una delle artiste più significative di burlesque americano degli anni ’30-‘40. Gradevole il ricordo che ne fa il The New York Times il 3 aprile del 2008:

«Sherry Britton, la cui silhouette a clessidra, i capelli neri come l’ebano e la vivace presenza hanno fatto di lei una delle regine del burlesque negli anni Trenta e Quaranta, si è spenta martedì a Manhattan. Aveva 89 anni e là viveva.

Assieme a Lois de Fee, “Regina delle Glamazons”, Betty Rowland, conosciuta come “Ball of Fire” e Zorita, nota per la sua voluttuosa danza del serpente, Miss Britton fu una delle ultime stelle dei teatri un tempo fiorenti a Times Square (e in altri luoghi di Manhattan) dove i ventagli di piume di struzzo scomparivano per rivelare coppette copriseno di lustrini, perizoma e altro ancora. Talvolta, Miss Britton – un metro e sessanta per quarantasei centimetri di vita – si levava l’abito da sera di chiffon al ritmo di Tchaikovsky; altre volte teneva in equilibrio bicchieri d’acqua sul suo petto».

Nata Edith Zack a New Brunswick (NJ) il 28 luglio del 1918, la futura Sherry era figlia di Charles e Esther Dansky Zack. La sua infanzia non fu una passeggiata. Il padre picchiava la madre, che fuggì di casa. La piccola Edith andò così a vivere in famiglie adottive se non con gli zii, artisti di vaudeville. Non frequentò mai l’istituto superiore.

Intorno ai 15 anni iniziò a convivere con un uomo che ben presto divenne ingiurioso. Per fuggire da ciò che definì un “falso matrimonio”, iniziò a spogliarsi nei teatri, forse ‘ispirata’ dalla vena artistica degli zii. Il nome d’arte lo scelse da una bottiglia di Harveys Bristol Cream Sherry.

Si esibì per la prima volta al People’s Theater sulla malfamata Bowery Street (Lower Manhattan). Un duro battesimo del fuoco: svenne. Nelle sue memorie inedite, scrisse:

«Sembrava di essere due me stessa. Una, in scena, svestita. L’altra che diceva: “che stai facendo, ti stai svestendo per quegli idioti?»

Certe affermazioni aprono porte mai sufficientemente esplorate nell’animo di una persona…

Introspezione a parte, proseguì con successo lungo il cammino dello striptease. Di lei si diceva che avesse una «linea da morire». In effetti…

Danzando, Sherry usava i suoi lunghi capelli neri al pari di un espediente per celare, titillare, sorprendere e stuzzicare il pubblico. Nel periodo d’oro del burlesque si esibì in numerosi teatri e locali notturni. Caratteristico il suo spogliarsi al ritmo della musica classica, indossando lunghi abiti, diademi e corone.

Durante il conflitto, come molti altri artisti, intrattenne le truppe coi suoi spettacoli. Divenne anche una delle ragazze pin-up per Yank, il magazine delle forze armate. Il Presidente Roosevelt la insignì del titolo onorario di Brigadier General.

Nel 1940, per legge, vennero chiusi i burlesque newyorkesi, ma per lei non crollò certo il mondo. Dopo la guerra, lavorò a Washington D.C. fino al 1958. Quarantenne e sempre bellissima!

Le fu proibito di esibirsi alla Fiera Mondiale di New York del 1964 in quanto la sua presenza venne considerata «troppo audace».

Era chiamata «la spogliarellista col cervello». Lo era, senza alcun dubbio. Il timbro della sua voce, il suo sguardo, la padronanza del mezzo espressivo ci trasmettono la classe di una donna che ha saputo gestire la sua sensualità senza mai scadere nel volgare.

Nel corso della sua carriera partecipò a 39 rappresentazioni teatrali, inclusi 14 musicals, cantò e si spogliò in svariati locali notturni, senza contare le numerose apparizioni televisive.

Nel 1958 recitò a Broadway il ruolo della Principessa Alexandria, un’abile danzatrice del ventre, nella commedia Drink to me only.

Tre matrimoni, quattordici relazioni sentimentali. Il suo terzo marito, l’uomo d’affari Robert Gross, la convinse a frequentare la Fordham University, un’università privata con sede a New York City. Frequentò con profitto, giungendo al termine degli studi. Era il 1982. Aveva 64 anni.

Quando suo marito morì, nel ‘90, Sherry Britton si ritirò a vita privata.

Tornò sotto le luci dei riflettori nel 1993 (e negli anni seguenti), durante il suo settantacinquesimo compleanno, al Marriott Marquis Hotel di Broadway.

Sherry Britton si spense nella sua New York il primo aprile del 2008. Aveva 90 anni.

Con lei se n’è andata un’autentica regina del burlesque, in grado di bilanciare – senza forzature, con naturalezza – provocazione ed eleganza, tra un perizoma e un abito da sera a fasciare un corpo bellissimo, sormontato e impreziosito da un volto altero, occhi penetranti e labbra cesellate.

Andrea Biscàro

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