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Di tutto un po'

Liberali meridionali e deformazione della storia (seconda e ultima parte)

Loreto Giovannone considera Pasquale Villari e Benedetto Croce, altri protagonisti della transumanza ideologica fatta insieme a tanti altri borghesi meridionali dopo il 1860

2 Dicembre
10:00 2017

Pasquale Villari. Pur essendone diretto testimone, preferì non raccontare la demolizione dello stato sociale dell’ex Regno delle Due Sicilie operato nel 1862 dei primi ministri liberali Rattazzi, Sella, Pepoli, De Pretis, Carlo Persano (Di Pellion).

Villari davanti al grave pauperismo indotto nelle ex province, di fronte a venti anni di orribili misfatti in Sicilia e in tutto il meridione, si voltò dall’altra parte scrivendo in Lettere MeridionaliSe laggiù il contadino ed il povero sono in così pessimo stato, se la gente colta manca al suo dovere, non reagendo e non migliorando questo stato di cose, peggio per loro; resteranno ancora un pezzo nello stato di semibarbari”. (Le Monnier 1878 – Lettere meridionali - I rimedi, p. 75).

L’impiego da Senatore gli fece dimenticare che prima del 1860 una parte della borghesia meridionale non era né contadina, né povera, né in pessimo stato. Pur avendo scritto saggi sulle discipline di storia, di critica, di politica, di pedagogia, Villari oscurò l’assunto di Vico verumetfactumreciprocantur, seu, il vero ed il fatto sono reciproci, per Vico il legame consisteva nell’essere entrambi storicamente legati.

Villari manipolò la realtà storica presentando la estesa rivolta del meridione come un problema di contadini e di poveri, ancora oggi appellati terroni o cafoni, nascondendo dietro una massa di disperati la rivolta politica, lo scontro sociale delle classi meno povere quali ceto nobiliare, clero, magistrati, artigiani, piccoli proprietari, possidenti, ex militari borbonici tutti contrari al nuovo regime.


Benedetto Croce, nel ‘900, usò per lo zio Silvio Spaventa il paravento di elevati valori ideali per lo Stato, non considerando gli incarichi vari nel ministero dell’interno, i precedenti governativi della riorganizzazione delle Prefetture per la repressione del cosiddetto brigantaggio, la lunga opera a capo della nazionalizzazione delle ferrovie, la più grande commistione tra politica e banche e il più succulento affare nell’immediato post unitario.

Croce, trascurando il piano Spaventa nel ministero dell’interno, finì per omettere i mali perpetrati, l’arbitrio di Stato, la tirannide attuata dal potere politico a sud con il piano Spaventa contro gli insorgenti meridionali.

Con la immane deportazione e concentramento di una parte delle popolazioni civili del sud furono violati gli elementari principi costituzionali a garanzia della libertà degli individui.

Si aggirò l’art. 71 dello Statuto Albertino e con l’artificioso utilizzo dell’art. 70 il Parlamento, composto da nobili e borghesi meridionali, diede in mano al potere esecutivo del ministero dell’interno la facoltà di deportare le popolazioni civili e gli oppositori politici. Con l’accentramento dei poteri nelle sole mani del ministro dell’interno e del segretario Spaventa, si inasprì la repressione politica nel meridione.

L’azione attuata causò le privazioni delle garanzie fondamentali del diritto, fino all’arbitrio di Stato del “concentramento” in appositi luoghi di relegazione per una immensa mole di civili.

Benedetto Croce, nipote dei fratelli Spaventa, Senatore del Regno d’Italia dal 26 gennaio 1910 (legislatura XXIII), Membro della Società napoletana di Storia Patria (1886), dell’Istituto storico italiano (1912), della Società pavese di storia patria, Fondatore e direttore dell’Istituto italiano per gli studi storici (1947).

Croce storico, politico, intellettuale, ignorando il piano Spaventa ignorò la verità storica dell’azione repressiva dei governi liberali che istituirono il domicilio coatto.

Nel dimenticare il frenetico lavoro di Silvio da segretario dell’interno nella Divisione 1ª Sezione 1ª, Ufficio del domicilio coatto, insieme a tutti gli altri storici lasciò al paese una pesantissima eredità di menzogne, utili solo alla propaganda risorgimentale e a conservare nelle masse il mito dell’unità.

La storia nascosta dietro proclami eroici e patriottici, mistificata, negata, è un grave problema morale, di civiltà giuridica e civile che incombe da 156 anni sull’unità nazionale che non si è mai concretizzata.

L’unità amministrativa non coincide con l’unificazione delle popolazioni.

La complicità degli storici e delle classi dirigenti con il potere, la mancanza di verità inquina da quasi 160 anni l’etica della morale di governo nella società civile italiana contemporanea.

In pratica un problema di democrazia, un problema enorme ed irrisolto alle fondamenta dello Stato unitario, un problema di etica politica, di cultura giuridica, di progresso civile in Italia, includendo nell’Italia il sud.

Loreto Giovannone

(Fine della seconda e ultima parte)

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