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Torino. Convegno in ricordo del Sen. Giuseppe Fassino

L’Eccellenza Fassino, un liberale piemontese al servizio dei cittadini e delle istituzioni

28 Novembre
08:30 2017

Giovedì 23 Novembre, presso la Sala dei Consiglieri di Palazzo Cisterna (storica sede della Provincia di Torino e ora della omonima Città Metropolitana), il Centro Pannunzio ha organizzato un convegno in ricordo del Sen. Giuseppe Fassino (1924 - 2012), a cinque anni dalla sua scomparsa.

L’incontro è stato inaugurato da un significativo intervento del Prof. Pier Franco Quaglieni, storico e scrittore oltre che Vice Presidente del Centro medesimo. In esso si è subito tratteggiata la figura di Fassino come quella di un uomo e di un liberale d’altri tempi, noto per il suo indefesso impegno civile, per la sua cultura e per la specchiata onestà, doti riconducibili alle più luminose personalità risorgimentali.

Del resto, come asserito dal Prof. Quaglieni, “Giuseppe Fassino del Risorgimento ebbe ideali, stile e un senso alto dello Stato” che lo portarono a servire con onore e dedizione le varie istituzioni (locali, nazionali e internazionali) ove ricoprì importanti cariche, venendo mai meno alla più genuina tradizione liberale piemontese riassunta nel principio del “gouvernè bin”.

Nella sua Provincia Granda (terra di frontiera che seppe però esprimere alcune fra le figure politico-intellettuali più fulgide di tutto il Novecento, Giovanni Giolitti, Marcello Soleri e Luigi Einaudi in primis) era chiamato l’Eccellenza Fassino, a dimostrazione della sua straordinaria caratura umana, ancor prima che politica.

Il convegno è proseguito con la documentata prolusione del Prof. Gerardo Nicolosi, docente di Storia contemporanea presso l’ateneo di Siena, il quale ha presentato l’attività di Giuseppe Fassino come parlamentare e statista. Prima ancora di inanellare la moltitudine di incarichi ricoperti dal compianto buschese, è stato esaustivamente discusso un tratto saliente e distintivo del suo pensiero politico, legato alla stretta connessione fra la dimensione amministrativa locale e quella nazionale.

Fassino infatti sostenne ed esemplificò la necessità e l’importanza di un apprendistato amministrativo sul territorio (si potrebbe quasi azzardare il termine gavetta) prima di ambire a ruoli di più vasta portata all’interno di un consesso nazionale. Richiamando quella che Einaudi criticò come “etica del successo” contrapposta a una forma mentis imperniata sul lavoro e sulla dedizione costanti, potremmo annoverare Giuseppe Fassino fra i più strenui propugnatori del cursus honorum politico, fondato sulla concreta e tangibile partecipazione alla locale vita pubblica (quest’ultima definita dallo stesso Einaudi un “laboratorio di classe politica”).


In questo alveo si inserisce, parallelamente, la tematica del senso di appartenenza alla propria terra, una piccola patria che non ci si può esimere dall’amare (e dal conoscere) se desiderosi di amare (e onorare) davvero la grande Patria, cioè l’Italia. Lo stesso Fassino tratteggiò nitidamente questo concetto quando, riferendosi al suo mentore Einaudi, ne seppe tessere l’elogio ricordando Einaudi uomo, Einaudi piemontese, Einaudi contadino, Einaudi commerciante, Einaudi amministratore. In altre parole, Einaudi uomo e studioso di buon senso, radicato nelle cose e nella sua terra”. Del resto, lo stesso Cavour non potè certo dirsi un déraciné rispetto all’attenzione e all’impegno per la terra natia.

Venendo ora ai molteplici incarichi ricoperti da Giuseppe Fassino, egli fu lungamente Consigliere comunale nella sua Busca. Il 7 Giugno 1970 venne eletto Consigliere regionale del Piemonte e nel 1973 divenne Vice Presidente del Consiglio regionale. Fu inoltre Segretario del Partito Liberale cuneese. Eletto Senatore nel 1979, fu Segretario della Presidenza del Senato sino al Luglio del 1981.

Ricoprì poi il prestigioso incarico di Sottosegretario di Stato per la Pubblica Istruzione nel corso dei governi Spadolini I e II, Fanfani V, Craxi I e II. Rieletto Senatore nel 1987, fu nuovamente Segretario della Presidenza del Senato; durante i governi Andreotti VI e VII si distinse in qualità di Sottosegretario di Stato per la Difesa. Dal 1987 al 1992 fu inoltre membro dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa.

Nel corso della sua prolungata esperienza politica, Giuseppe Fassino rifuggì sempre dalle logiche del mero burocratismo, dello statalismo e dell’assistenzialismo, schierandosi a difesa del risparmio e dello spirito d’iniziativa dei singoli contro l’invadenza di un apparato centrale che stava sorgendo – a detta sua – “sulla scorta di una male intesa società buonista ante litteram”, cementata (e ingabbiata) dal sodalizio politico fra DC e PCI e per la quale amministrare significava riduttivamente spendere, così come governare equivaleva a tassare.

Per quanto concerne il mondo della Scuola, di cui per ragioni professionali fu profondo conoscitore, in qualità di Sottosegretario di Stato alla Pubblica Istruzione egli sostenne la necessità che essa dovesse educare per mezzo della Cultura, superando quindi il nozionismo e il pedagogismo fini a loro stessi. Questo anche nell’ottica di contenere una progressiva degenerazione istituzionale e partitica, da lui presentita con lungimiranza e, in effetti, passibile di consegnare il Paese alle ventate populiste della demagogia e dei cedimenti di piazza.

L’incontro è poi proseguito con l’intervento dell’Avv. Fernando Santoni de Sio, ex capogruppo del Partito liberale presso il Consiglio regionale del Piemonte e già Vice Sindaco di Torino. Nel tratteggiare la figura di Giuseppe Fassino liberale (genuinamente) piemontese, sono state più volte impiegate le espressioni “uomo mite, uomo di pace, uomo sereno”.

L’Eccellenza Fassino fu dunque una personalità estremamente equilibrata, capace di invitare amici e colleghi al costante esercizio di una ragionevole e signorile pacatezza, scevra da aggressioni verbali. Sempre proteso, con spirito obiettivo e costruttivo, all’ascolto delle istanze provenienti dalla parte avversa, nondimeno egli mai abiurò ai fondamentali del pensiero liberale, difesi – potremmo osar dire – con la fermezza e il cipiglio propri del “bogia nen” di settecentesca memoria. In particolare, per Fassino la Libertà (quella stessa di cui Cavour si dichiarò figlio e a cui attribuì “tutto ciò che sono”) rappresentò sempre un concetto non frazionabile: tutte le libertà ci sono oppure nessuna libertà c’è.

Pur profondamente avvinto e radicato nell’humus del pensiero liberale, l’Eccellenza Fassino, ancor prima che uomo di partito, fu uomo delle istituzioni, oltremodo conscio dell’alto mandato di rappresentanza conferitogli dai cittadini.

Emblematica, a tal proposito, fu la sua condotta nel corso dei lavori che portarono, il giorno 11 Novembre 1970, all’approvazione dello Statuto piemontese, così come previsto dall’articolo 123 della Costituzione. In tal senso, il fondamentale contributo di Fassino è stato presentato da Gianna Gancia, Consigliere regionale del Piemonte e ultimo Presidente eletto della Provincia di Cuneo.

I Liberali si dichiararono apertamente contrari al percorso regionalista, denunciando come esso avrebbe comportato un significativo aumento degli oneri a carico del cittadino, sia in termini di maggior sprechi sia per quanto concerne la proliferazione dell’apparato burocratico. Fassino stesso non mancò di sottolineare a più riprese come le Regioni fossero a suo tempo state create “senza definizione di funzioni, senza definizione di strutture, senza strumenti di coordinamento con lo Stato, e purtroppo neppure fra di loro”. Una sorta di aulica architettura, priva però di fondamenta e di finanziamenti, nonché eretta “totalmente al buio” (così come plasticamente sottolineato, ancora nel 1983, dall’ex Segretario del PLI Giovanni Malagodi).

Nonostante le contrarietà di base al progetto delle Regioni, Giuseppe Fassino partecipò ai lavori statutari con grande lealtà e senso del dovere, accettando dunque responsabilmente di porsi al servizio dell’erigenda istituzione regionale, con lo scopo di fare dello Statuto piemontese “uno strumento di rinnovamento non già a parole ma a fatti”. I criteri che improntarono il suo operato di “padre costituente” riguardarono essenzialmente la ricerca di una chiara e netta distinzione dei poteri e delle competenze della Regione rispetto a quelle degli altri organi dello Stato, l’impegno per un’impostazione legislativa e amministrativa della Regione che non si traducesse in forme lesive dei concetti di autonomia, pluralismo e decentramento, nonché il proposito di garantire alla società civile la possibilità di partecipare attivamente alla vita e alle funzioni del novello istituto regionale.

In proposito, il sostrato del pensiero liberale con cui Fassino e colleghi seppero responsabilmente nutrire il redigendo documento portò, in breve tempo, i suoi frutti. Infatti, già nel corso di un dibattito consiliare svoltosi appena tre mesi dopo l’approvazione dello Statuto, Fassino stesso dovette riconoscere come il testo – sebbene da lui giudicato “figlio ancora imperfetto– si configurasse però come uno dei più equilibrati fino a quel momento sottoposti alla disamina del Parlamento.

Fassino lasciò peraltro trasparire la sua essenza di uomo profondamente affezionato alle tradizioni della propria terra quando, riprendendo il contenuto di un articolo redatto dall’Avv. Gianni Oberto Tarena (membro della DC e Vice Presidente del Consiglio regionale), sottolineò come lo Statuto volesse “tutelare le comunità locali non come entità politico-amministrative” bensì come portatrici di quell’inestimabile patrimonio di cultura la cui difesa rappresenta l’unico modo per “salvare l’anima della Regione”.

Il convegno organizzato dal Centro Pannunzio (di cui peraltro Fassino ricoprì la carica di Presidente Onorario) si è infine chiuso con il vibrato e sentito intervento del Prof. Elio Ambrogio, diretto collaboratore dell’Eccellenza Fassino e, in questo consesso, incaricato di illustrare al pubblico il profilo umano dell’illustre buschese. Ne è nuovamente emersa la figura di un uomo sorridente, mite e affabile, “faro di equilibrio e faro di saggezza, quella saggezza fragile del Liberalismo” sempre praticata anche negli anni in cui, a causa della violenta contrapposizione ideologica, occorreva senza dubbio parecchio coraggio per dirsi liberale.

Chi gli stette vicino, apprezzò in Fassino la visione rigorosa e ordinata della realtà e dei suoi problemi, saldamente imperniata sul lucido approccio einaudiano del “prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”. A differenza delle idee, la nutrita libreria del suo studio buschese era sempre disordinatissima, invasa dai tomi della sterminata produzione letteraria di Luigi Einaudi, peraltro definita da Fassino troppo moderna per i suoi contemporanei e troppo fuori dal tempo per la società del terzo millennio (in pratica, un vero e proprio “classico”, in qualunque momento valido hic et nunc eppure, proprio per questo, destinato in Italia a una perenne inattualità).

Giuseppe Fassino seppe inoltre ascoltare sempre, con umiltà e spirito propositivo, le istanze dei cittadini che a lui confidenti si rivolgevano, coltivando un prezioso rapporto personale che, a ben vedere, rappresenta il migliore viatico per avvicinare realmente le istituzioni alla società civile.

Nel solco ben tracciato del più genuino Liberalismo popolare piemontese, egli riuscì (come Einaudi) a comporre le cose grandi con quelle piccole, nell’esercizio responsabile di un mandato politico il quale, oltre a occuparsi di altisonanti tematiche nazionali e internazionali, seppe guardare sempre prioritariamente alle necessità spicce e immediate dei cittadini. Il suo altissimo senso del dovere, peraltro nutrito anche dall’ammirazione per l’opera di Marcello Soleri (a sua volta, non a caso, formatosi su testi quali i “Doveri degli uomini” di Silvio Pellico e i “Doveri dell’uomo” di Giuseppe Mazzini), lo portò a vivere esemplarmente quanto già sottolineato da Cavour, per cui il potere (politico) non deve essere fine a se stesso ma porre in condizione di agire per il benessere collettivo.

Come il suo mentore Einaudi, Giuseppe Fassino rivendicò poi la necessità di un consesso europeo imperniato non su di una nuova, sterile ed elefantiaca burocrazia continentale bensì sulla condivisione (e la risoluta difesa) di quei valori occidentali, storici e religiosi, che videro proprio nel Risorgimento italiano uno dei momenti di massimo acume e sintesi.

L’Eccellenza Fassino fu dunque tutto questo: un uomo preparato e integerrimo, antico senza essere vecchio, reminiscente di quel “vir bonus dicendi peritus” di ciceroniana memoria, radicato nella concretezza di un pensiero per cui le cose sono le cose e le idee sono le idee ma le seconde sono, sempre, le ancelle delle prime. In altre parole, Giuseppe Fassino fu semplicemente un liberale, con tutta la sterminata eredità culturale e politica che questa definizione porta con sé.

Sara Garino

 

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