Reg. Stampa num.22 del Tribunale Ordinario di Torino - 11 Marzo 2011

redazione@civico20news.it

Motori

Kawasaki RS 900, la rinascita di una leggenda

Storia di una motocicletta che ha fatto epoca, di un motore italiano che ha fatto scuola, di un’occasione perduta per la nostra industria e della rinascita made in Japan di un oggetto del desiderio

29 Dicembre
15:00 2017

Eravamo alla fine degli anni 60, periodo caratterizzato da una nuova era di motociclette  di grossa cilindrata fino a quel tempo monopolio delle case inglesi. Dopo una prima intuizione delle aziende italiane (Moto Guzzi e Laverda), che a metà del decennio misero in strada buoni e nuovi modelli, poi non sostenuti da altrettante politiche industriali, i giapponesi non tardarono a calare sul ricco mercato, migliorando soprattutto il livello di finiture, prestazioni e affidabilità delle nuove moto che calavano dal Sol Levante.

 

All’inizio degli anni 70 la Honda 750 four era la regina del mercato quando, nel settembre del 1972, dopo un accurato periodo di progettazione, al salone di Colonia fu presentata la Kawasaki Z1 900, una bellissima maximoto dalle prestazioni superiori, molto affidabile e nuovo punto di riferimento per tutto il mercato. La Kawasaki 900 fu capostipite di una generazione di motori a 4 cilindri 4T bialbero riproposta poi dalla casa nipponica su una vasta gamma di cilindrate e modelli sempre distinti da prestazioni e affidabilità.


La Z1 900 del 1972

 

In verità è doveroso ricordare che l’architettura progettuale della Z 900, così come quella di altre moto giapponesi, derivò dallo studio e dalla riproduzione “rivista” nei rapporti tra corsa e alesaggio, in funzione della cilindrata richiesta, di un motore italiano progettato da due ingegneri romani nel 1935. Un propulsore eccezionale, acquisito dal reparto corse Gilera e capace di garantire alla Casa italiana un’assoluta superiorità, facendo incetta di titoli mondiali e di stabilire il record di velocità a quei tempi stratosferico di oltre 274 km/h.

 

Nel secondo dopoguerra, dal 1950 al 1957 la casa italiana si ripresentò sulle piste con lo stesso motore, tornando con pochi aggiornamenti a fare incetta di titoli mondiali sia nella classe 500 che nella 350. Dopo il ritiro dalle corse della Gilera, il quattro cilindri Rondine diventò il propulsore della ancor più vittoriosa MV Agusta che, nonostante il predominio tecnico, non colse l’occasione per offrire al nascente mercato un mezzo che sarebbe risultato superiore ad ogni concorrenza, preferendo dotare la sua produzione di serie dello stesso schema meccanico portato prima a 600 cm³ e poi a 750, ma alloggiato su modelli di prestigio, costosi e volutamente depotenziati, così da non essere confusi con l’anima sportiva e vincente del reparto corse, perdendo così quella delle vendite.


Breve storia di un geniale progetto italiano che, nei suoi decenni di esistenza, avrebbe potuto offrire al mercato quelle motociclette di serie che erano attese da tutti gli appassionati. Occasione che fu colta a piene mani dall’altra parte del mondo.

 

 

MV 500 4 cilindri del '75,  motore derivato dal Rondine del 1935

 

Dapprima la Honda e quindi la Kawasaki, seguite in un secondo tempo anche dalla Suzuki invece, trovandosi un progetto vincente già da tempo sperimentato, a quel tempo non fecero altro che rielaborarlo e proporlo sulla produzione commerciale, relegando gli altri produttori al ruolo di comparse.


La Kawasaki Z1 900, già dalla sua prima apparizione sul mercato rappresentò un momento di svolta. Bella, sfficentemente stabile, ben frenata e spinta da 86 CV, velocissima (212 km/h), divenne subito l’oggetto del desiderio di molti motociclisti sportivi, sedotti anche dal lato estetico. Oggetto che non mi potei permettere, sebbene fossi già contento della mia H2 750 mach IV. Un’altra leggendaria Kawasaki, la tre cilindri a due tempi dalle prestazioni fulminanti, migliorata nella frenata e più stabile rispetto ai primi modelli, ma che consumava parecchio, brusca di carattere.

 

La 900 era ben altra cosa, ad andatura turistica si accontentava di 17 Km/l. e nonostante il peso (248 kg in ordine di marcia), offriva prestazioni di accelerazione e di velocità paragonabili a quelle del due tempi e poi, il robusto propulsore non disdegnava qualche “ritocco” che ne migliorava le generose capacità, senza renderlo più fragile. La Z 900 divenne dunque un mezzo poliedrico, sia adatto a comodi viaggi, sia ambito da piloti amanti della guida sportiva. Alleggerito, abbassato nella posizione in sella e indurito nelle sospensioni, il “Kawa 9” consentiva di andar forte davvero. Raccolse successi anche e soprattutto sulle piste americane nelle gare di derivate dalla serie.


Rimasta in produzione fino al 1977, la Z1 900 fu riproposta nelle cilindrate 1000 e 1100 fino alla fine degli anni 80, per lasciar posto poi a una nuova generazione di quattro cilindri raffreddati ad acqua, ma l’impatto emotivo del primo modello non è stato eguagliato e oggi, sul mercato delle moto d’epoca la Z1 900 è un modello molto ricercato.

 

Storia di una moto che è rimasta un’icona, un mito che mancava e che non manca più. Infatti, la tendenza del mercato che, dagli anni '90, ha inseguito prestazioni missilistiche e proposto un design dalle forme sempre più vicine ad astronavi provenienenti da altri mondi, progressivamente sta ritornando alla ricerca delle proprie origini. La bellezza ha le sue regole e le motociclette belle erano già state fatte tempo fa. Se ne è accorta per prima la Triumph, riproponendo dal 2002 la sua Bonneville 800, identica agli eleganti modelli anni ‘60. Il successo è stato immediato, innescando quel fenomeno “vintage” che sta tornando di moda. A parte la Ducati, con il suo nuovo Scarambler, altri gloriosi marchi italici ancora tentennano, replicando solo il rischio di perdere nuovamente il treno. I dirigenti della Kawasaki invece no, ancora una volta hanno visto lungo e riproposto il mito, stravolgendo per la seconda volta il mercato.

 

La nuova Kawasaki 900 RS (retrò sport), svelata al Tokio motor show 2017, si presenta in tutta la sua antica bellezza, evocando subito le forme eleganti della potente antenata. Disegnata benissimo dai suoi progettisti, si offre ai gusti del nuovo millennio proponendosi ancora una volta come un insieme di eccellenza prestazionale e un concentrato di stile dall’immediato impatto estetico.


La 900 RS promette un piacere di guida destinato a soddisfare molteplici esigenze. Forte del collaudato motore di 948 cm³ preso in prestito dalla supernaked 900 e opportunamente addolcito nell’erogazione, con i suoi 110 cavalli addobbati a festa, è in grado di soddisfare sia gli amanti della guida sportiva che qualche nostalgico, maturo motociclista, ancora in vena di farsi un bel regalo per andare a spasso con un pizzico di moderazione in più.


 

La nova 900 RS  davanti, la 900 Z1 del '72 dietro, 45 anni di Kawaski a "spasso" insieme


Il lavoro di richiamo alla prima Z 900 ha richiesto il ritorno di un telaio in tubi d’acciaio che garantisce comunque un’ottima stabilità e una guida facile, garantita anche dal peso, inferiore a quello della nobile antenata. Le sospensioni, i freni e la dotazione elettronica sono quanto di meglio il mercato può offrire, perciò, tutte le altre aziende del settore sono di nuovo alle strette. Sarà difficile mettere in catalogo un ritorno al passato più conturbante di questo.

 

Già, perché per i veri amanti, la motocicletta è davvero femmina. È un piacere domarla, chiederle di più, diventare un tutt’uno, ma anche portarla dolcemente, giocherellare insieme, danzare con lei e poi, scegliendo un bell’angolo per una foto, una sigaretta, un caffè, per un momento di meritato riposo, fermarsi a guardarla pensando: “che bella che sei, e sei mia”. (Ogni tanto mi capitava anche di dirglielo).

 

 

Condividi l'articolo

Autore dell'articolo

Commenti all'articolo