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Sciogli la treccia, Maria Maddalena

La riscoperta di Giudo da Verona, uno scrittore famoso ai primi del Novecento e poi dimenticato

3 Gennaio
09:00 2018

Qualche giorno di vacanza e la curiosità di non limitarsi alla saggistica commerciale che la grande distribuzione delle catene editoriali ci propina per le festività, ci spinge oltre, per lasciar emergere la curiosità di avventurarci tra i libri d‘un tempo che, se non riposti negli angoli oscuri delle nostre biblioteche, trovano ancora spazio dai librai che non temono l’usura del tempo.

Abbiamo così scovato qualche saggio originale, scritto da Guido da Verona, l’emiliano che, seppur ebreo fu sagace ammirator e per certi versi imitator di Gabriele D’Annunzio.

Esordì come poeta nel 1901 con la raccolta Commemorazione del fatto d'arme di Brichetto a cui seguirono I frammenti d'un poema dell'anno seguente e Bianco amore del 1907.

Se come autore di versi non fu tanto significativo, acquisì grande popolarità nel 1911 con il suo primo romanzo Colei che non si deve amare, capostipite del romanzo d'appendice e della letteratura erotica.

Fu lo scrittore di maggior successo commerciale degli anni venti.

Guido da Verona, dietro lo stile leggero dell'arguto scrittore alla moda che così bene sapeva interpretare le fantasie abbastanza snob e vagamente erotiche della borghesia del suo tempo, nascondeva e teneva alto il senso del proprio diritto umano alla libertà di pensiero.

Era inoltre presente nella sua opera un'ambigua contaminazione di erotismo estetizzante, di sentimentalismo e una particolare predilezione per l'esotico che lo portò ad ambientare le sue storie in luoghi magici e lontani,

Firmatario del «Manifesto degli intellettuali fascisti» nel 1925, nel 1929. Guido da Verona, pubblicò ancora una fortunatissima parodia dei «Promessi Sposi», ripubblicata dalle edizioni Otto/Novecento.

E’ una strepitosa rivisitazione dai toni goliardici della celebre opera di Alessandro Manzoni trasposta nell'attualità degli anni Venti.

Il da Verona considerava Alessandro Manzoni un letterato paternalista e dannoso, pertanto tolse dal romanzo tutti gli elementi da lui considerati manieristici e futili e li sostituì con passaggi erotici e anche politici: la satira contro il fascismo, seppur mai esplicita, fu ben percepita dai lettori del tempo.

Lucia è una tipica bellezza di provincia, parla francese e per farsi strada a ogni costo, non si rifiuta a nessuno, tranne che a Renzo, che viaggia su una Fiat 525, mentre Don Rodrigo su una Chrysler. L'astuto Don Abbondio, invece, va a letto con la perpetua e converte i vecchi Buoni del Tesoro in Prestito del Littorio.

Per non parlare della monaca di Monza, lasciva e con spiccate tendenze lesbiche...

Anche per questo scritto, il nostro poeta e scrittore, è poi diventato un'intellettuale inviso dal Regime, al quale non piacevano certo le alcove, gli amori saffici e le passioni di una notte narrati nei suoi scandalosi romanzi, Guido Da Verona si chiuse progressivamente nel silenzio.

Diventato per questo motivo un intellettuale inviso al regime ed emarginato dopo l'approvazione delle leggi razziali.

Intendiamo soffermarci su un romanzo «anomalo» rispetto allo stile dello scrittore modenese: «Sciogli la treccia, Maria Maddalena», del 1920, un bestseller di quella stagione, ma riscoperto anche ai nostri giorni.

Potremo definirlo un romanzo «impudente», «morboso» e «blasfemo», di certo problematico e polemico.

Il romanzo disorientò la critica contemporanea ma incontrò ancora una volta un clamoroso favore del pubblico - scatenando i consueti scandali - grazie all'innegabile capacità dell'autore di interpretare le fantasie snob ed erotiche della borghesia del suo tempo, adattando i miti decadenti e dannunziani a quegli strati sociali che nel secolo precedente erano stati i consumatori della narrativa d'appendice: in queste pagine, estetismo e superomismo trovano (non senza una punta di ironia e una spruzzata di esotismo) la loro consacrazione a livello di una destinazione di massa.

Come scrive Riccardo Reim nella sua prefazione al romanzo, Guido Da Verona, vero autore "da incasso", più di tutti segnò «il passaggio dal romanzo d'appendice al romanzo di consumo».
Guido Da Verona fu a suo modo un simbolo della Belle époque, di cui seguì i luminosi fasti e poi l'improvviso tramonto.

Nell'aprile del 1939, ormai depresso, impaurito e malato, si suicidò. C’è chi parla di morte naturale, ma i ricordi personali si perdono nel tempo.

Una fine per alcuni ancora avvolta nel mistero. Come misterioso rimane l'ostracismo critico-storiografico postumo. Dettato forse da ragioni assai più politiche che letterarie.... I conformisti godono sempre, purtroppo di ottima salute, favoriti e coccolati dal regime di turno.

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