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Di tutto un po'

Un “benefattore” del nascente Stato Italiano: il generale Paolo Solaroli marchese di Briona

Un evento insolito, forse unico e poco noto

Paolo Solaroli marchese di Briona
8 Gennaio
14:00 2018

La biografia del generale Paolo Solaroli marchese di Briona (Novara, 8 dicembre 1796 – Briona, 10 luglio 1878), personaggio eclettico, avventuroso al limite del romanzesco, è disponibile sul web, in monografie e trattati di storia.

Tuttavia il personaggio è poco noto al grande pubblico, specialmente per certi eventi curiosi dalla valenza unica e decisamente sorprendente.

Tra i tanti uno curioso: nel 1867, dopo la firma della pace con gli austriaci e la conquista del Veneto, ottenne dal re il delicato incarico di restituire al Duomo di Monza la corona ferrea asportata in precedenza dagli austroungarici. Dopo questo successo Vittorio Emanuele II lo nominò marchese di Briona, dove di recente aveva acquistato un castello dai nobili Tornielli, oltre a concedergli il titolo di generale ed alcune tra le massime onorificenze di stato.

Castello di Briona


Al riguardo è curioso e particolarmente significativo segnalare l’episodio riportato sul volume “Accadde nel 1861 – Cronache, indiscrezioni e retroscena dell’Unità d’ Italia” – Edizioni del Capricorno – La Stampa, che riporto integralmente.

 

Accadeva il 26 luglio 1861: dona alla patria 61 milioni di euro

Il Regno d’Italia venerdì 26 luglio 1861 riceve un grandioso prestito: 14 milioni di lire, pari a oltre 61 milioni di euro.

Li offre alla patria Paolo Solaroli. E’ un piemontese ricchissimo, che ha fatto fortuna in Estremo Oriente. Forse Salgari si ispirerà a lui nell’inventare il personaggio di Yanez, l’amico di Sandokan.

Solaroli nasce a Novara nel 1796. Diventa sarto militare. Entra quindi nell’Esercito. Ma si compromette nei moti del 1821. Costretto alla fuga, combatte in Spagna fino al 1823. Fra il 1824 e il 1825 diventa istruttore delle truppe egiziane di Mehmet Alì. Quindi si arruola nell’esercito della Compagnia delle Indie, per la quale combatte in Birmania nel 1826.

Ferito più volte, è nominato capitano. Salva la vita al generale Robert Brown, che per gratitudine lo segnala nel 1829 alla begum di Sirdhanah.

E’ la sovrana di un piccolo stato indiano. Al suo servizio Solaroli diventa colonnello e sposa la pronipote della monarca: Giorgiana Dyce.

Poi torna a battersi per la Compagnia delle Indie in Afghanistan, dal 1836 al 1843. Chiamato a salire sul trono di Sirdhamah, rinuncia in cambio di un grande patrimonio.

Vuole tornare in Piemonte. Offre la sua ricchezza a Carlo Alberto e ottiene di combattere come generale nella Prima Guerra d’Indipendenza.

Diventato aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, è eletto deputato al Parlamento.

Saputo che il Paese deve sanare il proprio debito pubblico, fa ancora una volta la sua parte.

 

La domanda che sorge spontanea, dopo la lettura dell’articolo sopra riportato, è quella di conoscere quanti altri “benefattori” del genere si possono annoverare dal 1861 ad oggi in questa sorprendente e singolare categoria.

Probabilmente pochi, ma in mancanza di una risposta esauriente si potrebbe lanciare l’idea di attivare un’approfondita ricerca in merito.

Tutto sommato il risultato della ricerca potrebbe essere interessante e curioso, ma lo diventerebbe ancora di più se lo si confrontasse con quella enorme pletora, ampiamente documentata, di malversatori pubblici (funzionari, burocrati, politicanti di tutti i colori, approfittatori, ecc.) e di “attori privati” che a vario titolo hanno spudoratamente rappresentato, in questi 156 anni di allegra e traballante unità, la funzione di “ladri di Stato” e pertanto di vergognosi predoni di risorse sottratte con dolo alla società civile.

E’ vero che esistono priorità decisamente maggiori, quali ad esempio la ricerca sul cancro, ma non sottovalutiamo il fatto che “rubare” alla collettività si configura concretamente come un “cancro” che devasta la collettività stessa e che avalla uno sfregio continuativo alla legalità.

Consuetudine patologica questa non da poco, una sfida possibilmente da vincere, se si vuole pensare che possa esistere ancora un futuro credibile e dignitoso per le nuove generazioni e quindi per il nostro Paese.

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