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Economia e finanza

I ceppi burocratici frenato e tormentano l’imprenditoria italiana

Ma chi si sta preoccupando di quest’insana realtà?

10 Gennaio
08:00 2018

Lo scrittore e musicista Gustav Janouch, che ha compilato in un libro le sue “Conversazioni con Franz Kafka”, ci fa sapere che il grande autore praghese di lingua tedesca, che fu burocrate, sosteneva che “I ceppi dell'umanità tormentata sono fatti di carta bollata”.

Più di un critico ha avuto da eccepire sulla fedeltà della trasposizione scritta di quei dialoghi, ma questo passaggio noi vogliamo prenderlo per buono. Visto che mantiene, specie nel contesto italiano, una profonda verità.

Nel nostro Paese, soprattutto per gli imprenditori, la burocrazia è un vero tormento. Lo conferma un recente studio dell’Università di Trento, presentato, prima della pausa natalizia, in un convegno significativamente titolato “Burocrazia: l'Italia del tempo perso”, dal presidente di Confcommercio e Rete Imprese, Carlo Sangalli.

Il diluvio di provvedimenti, valuta la ricerca, pesa ogni anno sulle aziende per “33 miliardi di euro complessivi”. Il presidente Sangalli ha spiegato che “Le piccole e micro imprese pagano ai burocrati un conto salatissimo. Districarsi tra scadenze e cartelle costa a ciascuna attività 7.900 euro l'anno di media. Le differenze tra le città sono però rilevanti: a Milano si pagano circa 7.500 euro. A Roma e a Napoli si sfonda il tetto degli 8.000, per servizi spesso meno efficienti. I più tartassati sono i ristoratori, che devono far fronte alle spese di controllo degli alimenti e sborsano più di 11mila euro. Tra gli adempimenti più gravosi, gli imprenditori segnalano quelli fiscali o che riguardano la contabilità e la gestione delle paghe del personale. Complicati sono anche i rapporti con gli enti locali. Il meccanismo dello spesometro è troppo lento, costoso e difficile da usare”.

Veri e propri ceppi, per richiamare la citazione kafkiana, per il “Sistema Paese”. La tortuosità dei percorsi burocratici, poi, non complica la vita solo a chi fa impresa, ma produce inefficienza anche per lo Stato (al di là dell’impegno dei singoli dipendente e dei pur non pochi tentativi di digitalizzazione).

Sono almeno 70 le date che una piccola media impresa deve appuntare sul calendario, se vuole rispettare le tante scadenze fiscali ogni anno. Sempre Rete Imprese Italia e Cer, in un’analisi di un paio di anni fa sul peso della burocrazia, calcolavano che un dipendente di una piccola o media impresa deve dedicare circa un mese di lavoro per le varie pratiche.

L’impatto negativo della burocrazia sulle imprese è confermato da un altro studio, rilasciato dal Centro studi di Confindustria-Assolombarda, in cui si esamina l’impatto della burocrazia sull’economia italiana. Quanto vi emerge, così veniva riassunto: “dall’esame dei dati relativi all’onere sul fatturato dei costi amministrativi, in un confronto internazionale con i principali competitors europei, si può amaramente notare come in Italia (lo studio prende in esame, per l’Italia, Lombardia ed Emilia Romagna) vi sia un lieve aumento delle imprese che dichiarano costi amministrativi che incidono per più del 5% del fatturato. Altrove in Europa, stando al campione preso in esame, questo non accade. Oggetto di studio sono stati anche i tempi necessari ad un’impresa per aprire uno stabilimento, fattore fondamentale nell’accrescere la competitività economica di un paese ed attrarre investimenti. Bene, anche qui l’Italia primeggia in senso negativo: solo nelle regioni italiane vi sono imprese che hanno dichiarato tempi necessari all’apertura di nuovi stabilimenti maggiori ai 4 anni”.

Si avvicinano le elezioni, dal punto di vista degli imprenditori, anche appurato che le presunte riforme della Pubblica Amministrazione sembrano non aver avuto effetti positivi, non si può non notare come la rimozione di questi ceppi non sembra essere al centro di alcun programma (sempre che vi siano davvero, i programmi).

Marco Margita

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