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Di tutto un po'

10 gennaio 1859: quando l’Italia si destò

Alessandro Mella ricorda l’importante anniversario del discorso di Vittorio Emanuele II noto come il discorso del «grido di dolore»

10 Gennaio
10:00 2018

«Un poco di brusio correva tra i banchi e gli scranni, vi era attesa tra i deputati. Il primo ministro, il conte di Cavour, fremeva in un angolo portando istericamente la mano all’orologio nel taschino. Il Re sedeva, con i principi Umberto e Amedeo al fianco. Schiarì la voce con grazia ed iniziò il suo discorso. Tradendo, con finta serenità, l’angoscia che conservava nel suo cuore e che gli veniva procurata dalla solennità del momento. Qualche giorno prima, allo stesso Cavour, aveva confessato che dopo quell’intervento o sarebbe diventato Re d’Italia od il signor Savoia. Attaccò a leggere, parola dopo parola, riga dopo riga, applauso dopo applauso. Poi giunse al passo più importante e quando pronunziò con voce ferma e commossa quelle parole, l’aula esplose in boati d’approvazione».

Le cose dovettero andare più o meno così quel 10 gennaio 1859 nell’aula della Camera dei Deputati del Regno di Sardegna, il Parlamento Subalpino in Palazzo Carignano a Torino. Vittorio Emanuele II aveva letto e recitato più volte quel discorso scrittogli dal Conte di Cavour non senza qualche suggerimento dell’Imperatore dei Francesi Napoleone III.

Il sovrano sardo-piemontese condivideva quel discorrere, il senso ed i contenuti ed era consapevole della loro importanza. Da mesi il suo primo ministro aveva saputo tessere una provvidenziale e fondamentale alleanza con la Francia per concorrere alla guerra contro l’Austria. Un’alleanza difensiva, ma il Regno Sardo aveva già imbastito le dovute astuzie per farsi attaccare dal potente nemico ed avere, così, le ragioni per varcare il Ticino e liberare il Lombardo Veneto con l’aiuto dell’armata che sarebbe giunta dai cugini d’oltralpe.

A quell’alleanza il sovrano sabaudo aveva dovuto sacrificare la figlia Maria Clotilde andata in sposa al Principe Gerolamo Bonaparte “Plon Plon” nonché, successivamente, Nizza (patria di Garibaldi che mai avrebbe perdonato a Cavour la mutilazione della sua terra natale) e la Savoia (culla della millenaria dinastia del Re, la più antica del vecchio continente).

Altissimo, dunque, era stato il prezzo da pagare per la lotta contro l’eterno nemico delle aspirazioni unitarie italiane. Aspirazioni cui ognuno voleva dare soddisfazione secondo le proprie idee e prospettive in un calderone di pensieri e correnti politiche. I saggi sapevano che “l’Italia una” avrebbe richiesto varie fasi e più tempo per essere ottenuta senza vanificare i molti sforzi già profusi. Nondimeno, quel giorno, il Re fece appello non solo ai deputati ma a tutte le forze migliori della penisola lasciando ben intendere che nulla si poteva escludere per il futuro, per quell’orizzonte “non pienamente sereno”.

Per la gioia dei molti patrioti giunti a Torino da tutti gli stati preunitari. Liberali e galantuomini ricercati dalle polizie asburgiche, papaline e borboniche. Il sovrano diceva e non diceva, ma il suo monito era al tempo stesso chiaro e lucido. Commovente. E fu davvero un’ovazione quella che gli venne indirizzata quando disse:

«Il nostro Paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli dell'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi».

Quell’espressione, quel «grido di dolore», entrò nella storia.

Da lì a poco venne la guerra, vennero le aspirazioni troncate, in parte, dai fatti di Villafranca, ma il primo passo fu compiuto. Fu il rinnovarsi di tutto, l’avvio di una stagione epica che vide gli italiani conquistarsi una patria.

Grazie a centinaia di anime elette guidate dai quattro padri della nazione: Vittorio Emanuele II con il suo coraggio e la sua lealtà, Garibaldi con il suo non minore coraggio e la sua onestà, Cavour con la sua astuzia e la sua arte politica e Mazzini con il suo instancabile apostolato.

L’anno prossimo ricorreranno i 160 anni da quella giornata radiosa, dal pronunziarsi di quelle fatali e affascinanti parole. In un’Italia sempre più misera, sempre più povera, sempre più triste ed in cui molte ancora sono le grida di dolore che si levano ogni giorno creando divisioni e fratture nella società.

Un’Italia che si dimena tra ignoranza, presunta furbizia, molta disonestà, poco senso civico, poco patriottismo, poco rispetto per se stessa, molti revisionismi deliranti e così via. Un paese malato che la sua stessa gente, per stupidità e per ignoranza, si rifiuta di aiutare a curarsi.

Un’Italia in cui troppi facinorosi preferiscono dividere invece che unire, creare tensioni e rancori tra italiani. Pur di vendere qualche libercolo infarcito di rabbiose fantasie revisioniste.

Era questo ciò che volevano gli eroi caduti sui campi delle battaglie per l’indipendenza? I martiri dello Spielberg? Tra poche settimane la penisola andrà alle elezioni, tornerà alle urne per darsi un nuovo parlamento capace, si spera, di esprimere un governo.

Elezioni che seguiranno una campagna elettorale infarcita di rancori, odio, violenza verbale e livore animati da partiti e coalizioni litigiosi e privi ormai di capacità e mordente.

Ora più che mai sarebbe il momento di ricordare i fasti di quest’Italia che davvero fece da sé e si diede un futuro. Un futuro che oggi la politica, ed una popolazione purtroppo incline alla pigrizia ed alla poca educazione, stanno sfaldando.

C’è bisogno dello spirito del Risorgimento, di un nuovo Risorgimento che attinga ai cuori migliori e costruisca un nuovo amore nazionale. Saremo degni di questa grande sfida? Lo scopriremo il 4 marzo quando non si chiederà agli italiani di imbracciare il moschetto contro gli stranieri, ma di opporre a chi vuol male all’Italia ed alle ingerenze straniere soltanto l’esercizio di un diritto che è, prima di tutto, un dovere.

Più alta sarà l’astensione, più alta sarà la colpa complessiva dello sfacelo che si delinea all’orizzonte. Purtroppo immemori dei grandi esempi dei nostri antenati, gli italiani avranno davanti a loro una grande sfida.

Che lo stellone d’Italia ne illumini i cuori e gli spiriti e li conduca alle urne.

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