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Di tutto un po'

La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini

Il dramma di via Lanino n. 2

12 Febbraio
10:00 2018

Riprendiamo la nostra ricognizione degli articoli di cronaca nera del giornale “La Stampa” accomunati dal titolo “Il dramma di Porta Palazzo”: esaminiamo quello del 21 giugno 1930, con la precisazione che dal testo si evince come la reale location della vicenda sia la via Bernardino Lanino in Borgo Dora. Scrive l’anonimo cronista:

Una sanguinosa scena si svolgeva la sera del 13 novembre [1929], nei pressi del mercato di Porta Palazzo: protagonista, il fabbro Stefano Bergandi fu Domenico, di 43 anni, abitante nella locanda di via Bellezia 27. Costui, trovandosi disoccupato (ed i periodi di disoccupazione coincidevano per lui con le brevi parentesi che trascorreva fuori del carcere o del manicomio) si era dato a frequentare il mercato di Porta Palazzo, offrendo la sua opera per scaricare i carri di merce che giungevano sulla piazza. La sera del 13 novembre, il Bergandi era a Porta Palazzo, nella solita attesa, quando, verso le 22, giunse un autocarro carico di frutta. Al conduttore, che ricercava un facchino per scaricare la merce, il Bergandi si presentò ottenendo di essere adibito alla bisogna.

Senonché nel compiere il suo lavoro, il Bergandi lasciava cadere a terra una cesta. Un facchino, Giuseppe Alazotto, che si trovava a poca distanza, osservando l’imperizia del Bergandi nello scaricare la merce, esclamò in alta voce: «Se ciascuno facesse il proprio mestiere…». Di questo rilievo il Bergandi si risenti. Egli avanzò tosto verso l’Alazotto per chiedergli spiegazioni, ma quest’ultimo prudentemente non replicò, cosicché l’incidente pareva conchiuso.

Cosi non fu purtroppo. L’Alazotto, pochi istanti dopo, si dirigeva verso il cortile di una casa vicina, in via Lanino 2, e tosto il Bergandi lo seguiva cautamente. Egli attese che l’Alazotto entrasse in un «lieu d’aisance», esistente in quel cortile, e quindi si precipitò su di lui. Spalancata improvvisamente la porta del locale, egli, senza profferire parola, si diede a tempestare il malcapitato di colpi di coltello alla faccia. L’Alazotto, nell’impossibilità di difendersi, gridò al soccorso.

Accorse una guardia notturna, Giuseppe Banchero, che arrestò il feritore mentre usciva dal cortile, brandendo ancora il coltello lordo di sangue. Interrogato quella sera, sul movente del suo gesto, il Bergandi indicò una causale che risultò subito fantasiosa e menzognera. Disse che l’Alazotto lo aveva derubato di trenta lire. Più tardi, al magistrato inquirente riferì un’altra versione. Disse che essendo disoccupato, cercava di guadagnarsi da vivere facendo il facchino sui pubblici mercati, ma l’Alazotto gli impediva di esercitare tale attività, osservandogli che era un crumiro ed un vigliacco. In quella notte poi, l’Alazotto lo aveva invitato ad «aggiustare i conti» in via Goffredo Mameli ed egli l’aveva seguito. Senonché, essendo stato minacciato dall’avversario, armato di coltello, ed essendo stato anche atrocemente ingiuriato, egli si era trovato nella dolorosa necessità di reagire e di difendersi: perciò l’aveva colpito con un temperino al viso. Anche queste dichiarazioni trovarono però una rapida e facile smentita. La testimonianza del vigile Banchero toglieva ogni dubbio sul carattere dell’aggressione patita dall’Alazotto.

Assai penose furono le conseguenze per la vittima: le lesioni infertegli non si rimarginarono che dopo quaranta giorni e gli lasciarono, come reliquato permanente, una estesa ed orribile deformazione al viso. Per questo, il Bergandi fu mandato dinanzi ai giurati. Il reato del quale si era reso colpevole - lesioni aggravate con conseguenze di natura permanente - è infatti punito, nel minimo con più di cinque anni di reclusione.

Nelle more dell’istruttoria, essendo emerso che il Bergandi era stato ricoverato in più occasioni al manicomio di Collegno, l’autorità accedette alle richieste del suo patrono avv. Viancini perché si procedesse ad accertamenti psichiatrici. Tali indagini, vennero compiute dai periti prof. Carrara, designato dall’accusa, e dott. Rivano, designato dalla difesa. Il responso fu concorde: Stefano Bergandi è affetto da frenosi alcoolica e per questo fatto la sua responsabilità deve ritenersi parzialmente diminuita.

La tesi della parziale responsabilità è stata peraltro vivacemente contrastata, al dibattimento, dal P. G. cav. Capuccio, il quale, tratteggiando la fosca figura dell’imputato, già condannato infinite volte per i reati più diversi, ha richiesto un verdetto tale da portare ad una severa condanna.

Il difensore avv. Viancini, impostando la sua difesa sulle conclusioni a cui erano giunti i periti psichiatri, invocò dai giurati una valutazione più umana del sanguinoso episodio. I giurati accedettero a questa tesi e dichiararono che il Bergandi aveva agito in istato di semi-infermità mentale e col concorso delle attenuanti.

In base a tale verdetto, il Presidente cav. Bobba pronunciò sentenza di condanna a 2 anni 11 mesi e 5 giorni di reclusione e a 2 anni di vigilanza della P. S.

- Grazie! - ha detto con trasporto l’imputato dopo avere inteso la sentenza. E poiché il Presidente lo ammoniva a tenere, quando sarà scarcerato, una condotta più regolare, egli ha aggiunto rivolgendosi ai giurati:

- Grazie anche a loro. Se troverò lavoro, non perderò un minuto: mi metterò subito a lavorare.

Finale un po’ deamicisiano che personalmente mi ricorda personaggi presenti in alcune caricature di Honoré Daumier, imputati incorreggibili, di aspetto lombrosiano, che gli avvocati ammaestrano affinché si mostrino pentiti e, magari, versino anche qualche lacrimuccia…

Ma forse sono troppo severo, perché va anche detto che, dopo il 1929, il nome di Stefano Bergandi non appare più nelle cronache de “La Stampa”.

Due parole meritano anche i due periti, il professor Mario Carrara, dell’accusa, e il dottor Federico Rivano, della difesa.

Mario Carrara (Guastalla, 1866 – Torino, 1937) è considerato uno dei padri della medicina legale italiana, allievo di Cesare Lombroso, di cui sposa la figlia Paola. Diviene nel 1904 direttore del Museo di antropologia criminale di Torino, ed è perito in molti casi di grande rilievo, tra cui il caso Bruneri-Canella, quando riscontra nello “Smemorato” solidi elementi per sostenere che questi sia il tipografo pregiudicato Mario Bruneri e non il professor Giulio Canella.

È uno dei pochissimi docenti universitari italiani che rifiutano il Giuramento di fedeltà al Fascismo e perde così la cattedra (1931). Subisce in seguito la perquisizione della casa (1935) e la detenzione alle carceri Nuove di Torino (1936) con l’accusa di attività contro il regime fascista.

Pochissimi torinesi sanno che il più grande parco torinese, noto come Parco della Pellerina, è in realtà dedicato a Mario Carrara.

Federico Rivano (Castelsardo, Sassari, 1858 – Vizzà, Spezia, 1944), torinese di adozione, si laurea in medicina a Torino, nel 1884, e inizia subito la sua attività in ambito psichiatrico. Nel 1890 è assistente del dottor Antonio Marro (Limone Piemonte, 1840 - Torino, 1913). Rivano risiede a Collegno, vi diviene consigliere comunale ed è molto attivo nel locale patronato scolastico, attività enfatizzate nel 1906, quando è vice direttore del Manicomio e viene insignito della Croce della Corona d’Italia. Nel 1915 è nominato direttore del Manicomio di Collegno e successivamente diventa direttore generale degli Ospedali Psichiatrici della provincia di Torino. Rivano è perito psichiatrico in clamorose vicende giudiziarie, tra cui quella dello “Smemorato di Collegno”, caso in cui, come direttore del Manicomio di Collegno, non brilla certo per acume diagnostico e dimostra sudditanza psicologica nei confronti del clan Canella.

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