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Economia e finanza

Italo agli americani, così Montezemolo ha fatto un affare.

Un altro pezzo d'Italia che non prende il treno, prende il volo!!

9 Febbraio
09:30 2018

Alla notizia dell’acquisizione del 100% di Italo–Ntv da parte del fondo americano Global Infrastructure Partners (Gip), sono subito partite le analisi di mercato per stabilire per chi l’operazione da 1,98 miliardi sia stata davvero un affare.

E allora non c’è dubbio che in cima alla lista ci siano gli azionisti dell’azienda ferroviaria privata italiana fondata a Roma nel 2006. Un azionariato molto diversificato che, a fianco di grandi investitori, vede la presenza di numerosi personaggi, alcuni dei quali anche noti al grande pubblico, come ad esempio l’attuale presidente di Italo, Luca di Montezemolo.

E allora vediamo di conoscerlo meglio questo parterre di azionisti e di capire quali vantaggi siano riusciti a spuntare grazie a questa operazione di vendita.

Dalle banche ai personaggi.

Scorrendo l’elenco degli azionisti di Italo si scopre che il pacchetto più consistente di quote è in mano a una banca, ovvero Intesa San Paolo con il 18,81%. E se rimaniamo nell’ambito di grandi soci aziendali, a seguire abbiamo la Holding delle Generali con il 14,31% e Peninsula Capital con 12,59%.

Ma, come già accennato, nel capitale azionario di Ntv c’è la presenza, molto consistente, di numerosi soci personali. Il primo della lista è sicuramente Diego Della Valle, secondo azionista assoluto della società, che detiene il 17,14% della società.

A seguire, il già ricordato Luca di Montezemolo con il 12,71% che, oltre ad essere presidente di Italo, è anche uno dei suoi fondatori insieme proprio al citato Della Valle.

Vale la pena poi menzionare altri due soggetti: Carlo Punzo, che possiede il 7,85% dell’azienda ed è anch’egli uno dei suoi fondatori, e Flavio Cattaneo, che oltre a detenere il 5,83% di Italo, ne è attualmente l’amministratore delegato.

Le condizioni di vendita.

Il passaggio di mano di Italo, dagli azionisti sopra elencati a Gip, avverrà, come già ricordato, per una somma pari a circa 1,98 miliardi. Non stiamo parlando però di liquidità che andrà tutta nelle tasche dei precedenti proprietari.

In questa somma infatti è compresa anche la copertura dei circa 450 milioni di debiti in capo ad Italo e i 10 milioni che dovranno essere versati alla Consob come penale per l’interruzione della procedura di quotazione che era stata avviata ormai da tempo.

Per il resto però, si tratta di un investimento che andrà a retribuire in maniera quanto mai adeguata i soci di una società che, bisogna sottolinearlo, dopo periodi decisamente foschi, si era avviata sui binari, e mai metafora fu più azzeccata, del profitto.

Basti ricordare che se nel 2015 la società aveva chiuso il suo primo bilancio in pareggio, il 2016 aveva visto il primo utile di qualche decina di milioni di euro. Un giocattolo che dunque cominciava a funzionare davvero bene.

I motivi del sì.

A spingere gli azionisti ad accogliere la proposta di Gip sono stati una serie di fattori di carattere, ovviamente, strettamente economico-finanziario. Innanzitutto, l’introito ottenuto con la cessione dell’azienda al fondo americano, è pari circa a 20 volte l’attuale Ebitda dell’azienda, ossia la sua redditività senza tener conto delle imposte.

Un valore questo che, tra l’altro, secondo i consulenti finanziari di Italo, sarebbe stato raggiunto con la quotazione soltanto dopo due anni, nella migliore delle ipotesi ovviamente. Inoltre, c’è da aggiungere che, come stabilito dallo stesso Cda della società, i soci attuali potranno anche ottenere un dividendo di 30 milioni di euro.

Insomma, uno scenario complessivo che ha contribuito a convincere un Cda, che fino all’ultimo ha lasciato aperta la possibilità della quotazione in Borsa. Alla fine però ha prevalso l’offerta americana, e ora per Italo, e per i suoi vecchi soci, comincia una nuova storia.

panorama.it

 

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