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Roma - Stanotte ho fatto un sogno: istituita l’anagrafe dell’ANPI

Ferruccio Parri (Maurizio) non fu mai iscritto all’ANPI.

19 Febbraio
11:30 2018

Ero a Roma, in uno dei grandi uffici che infestano la capitale ed avevo di fronte a me un lungo corridoio su cui si aprivano molte porte. Davanti a me ce n’era una socchiusa che portava una targa con su scritto:  ANPI, il nostro sacrario. 

 

Sono entrato. Mi sono trovato in uno stanzone semibuio che aveva le pareti coperte di grandi fotografie che avevano un carattere storico. Una serie di piccole lampade votive, disposte in serie come quelle dei santuari, gettavano una luce fioca sull’ambiente. 

 

Mi sono avvicinato per poterle vedere bene. La grande fotografia posta sulla parete di destra ritraeva l’immagine di un uomo con il basco in testa e con due baffetti sotto il naso, identici a quelli che oggi porta il patron di Eataly, Oscar Farinetti. C’era una certa somiglianza tra i due.

 

Mi sono chiesto chi fosse l’uomo della gigantografia, ed ho potuto leggere sotto il ritratto, una scritta che  diceva: “un martire della resistenza ed un fondatore dell’ANPI: Francesco Moranino uno di noi.”

 

Conoscevo la sua  storia  e sapevo che, oltre ad essere uno dei  fondatori dell’ANPI, il martire, con il nome d’arte Gemisto, era un ex comandante partigiano condannato nel dopoguerra all’ergastolo per l’eccidio della MISSIONE STRASSERA. 

 

Aveva ucciso a tradimento  cinque partigiani, che erano arrivati nel biellese, per svolgere compiti di coordinamento tra gli alleati e le forze della resistenza non comuniste.

 

E poi, non soddisfatto, il Gemisto aveva fatto uccidere, con un colpo alla testa, due donne, mogli dei partigiani uccisi che erano giunte lassù per avere notizie dei loro congiunti.

 

Un vero “martire” assunto in seguito tra le file parlamentari del PCI.

 

Sulla parete di fronte, quella di sinistra, era appeso un altro pannello fotografico.

 

In primo piano un gruppo di uomini dai volti duri e spietati, come possono averlo solo dei valorosi partigiani che combattono per liberare  l‘Italia. Gli uomini sono armati fino ai denti e sospingono davanti a loro una ragazzina di tredici anni, piccola e minuta, con il volto stravolto da sfregi e percosse.

 

Si chiamava Pinuccia Ghersi, abitava ad Albenga e si era macchiata della colpa di avere lodato in un tema scolastico alcune opere di Mussolini. Dopo averla stuprata, quegli uomini della resistenza la uccideranno con il solito colpo alla nuca.

 

“Onore e gloria ai liberatori dal fascismo” recita la scritta che l’ANPI ha postato sotto il pannello.

 

Ed i discendenti dei partigiani di quei tempi, si rifiutano anche oggi, a distanza di settanta anni, di  ricordare l’eccidio della ragazzina.

 

Dal loro punto di vista hanno ragione. Meglio dimenticare.

 

Sulla parete di fondo, la più larga, era disposta la gigantografia più importante.

 

La luce fioca delle piccole lampade disposte in serie faceva intravedere un gruppo di personaggi disposti fianco a fianco. 

 

Mi sono avvicinato per capire ed identificare le persone ritratte. Ritenevo che in quel sacrario dell’ANPI dovessero essere celebrati ed affidati alla memoria dei posteri i più importanti suoi fondatori.

 

Ma quando mi sono avvicinato alla grande fotografia, ho capito. Ritraeva cinque uomini ed una donna, che non erano in piedi. Penzolavano a testa in giù da un grande traliccio metallico a cui erano stati appesi per i piedi. Tutto intorno vi erano gruppi di persone eccitate e vocianti che cantavano in coro un ritornello che iniziava con le parole

 

“avanti popolo” e terminava invocando “vogliam Stalino commendator”.

 

Alcune persone osservavano la donna, che appesa per i piedi, e con la gonna scivolata in basso, appariva priva di mutande e si dicevano tra loro che i combattenti per la libertà dovevano averla stuprata.

 

Alla base del pannello fotografico, tra fasci di bandiere rosso sangue, con la falce ed il martello vi era uno scritto che recitava:

 

“Il nostro glorioso atto di nascita”.

 

Al mio fianco, sempre nel sogno, vi era un uomo alto e magro dall’aspetto austero, che guardava la piazza tumultuante. Gli ero vicino, tanto da sentirlo pronunciare quasi sotto voce due parole che erano una esaustiva definizione di quella piazza Loreto.

 

Definizione che sarebbe passata alla storia: una “macelleria messicana”.

 

Si trattava dell’immagine onirica di Ferruccio Parri, nome di battaglia Maurizio, il politico di Pinerolo, che era a capo del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia.

 

Non fu mai iscritto all’ANPI.

 

 

      

 

 

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