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Politica Nazionale

L'importanza di essere Matteo Renzi.

Se il segretario va via ma con una rendita di posizione molto forte, chi rimane nel partito rischia di trovarsi un guscio semi-vuoto.

10 Marzo
08:30 2018

C'è una lettera, nelle mani del presidente del Pd Matteo Orfini, che contiene le dimissioni di Matteo Renzi da segretario del partito.

Proprio una lettera, come in "La lettera ai Romani" di San Paolo, "La lettera rubata" di E. A. Poe, "La lettera scarlatta" di Hawthorne (che in questo caso è riferimento ad alfabeto), "La lettera a un bambino mai nato" di Oriana Fallaci, "La lettera sulla felicità" di Epicuro.

Oggetto intensamente letterario, in quanto simbolo di una comunicazione che cambia I destini: disvelamento, buona novella, tragedia?

È possibile che il Segretario al momento della decisione non pensasse alla letteratura, e tuttavia, la scelta di inviare al proprio Partito una missiva, in epoca di tweet, blog, sms, facebook, è un gesto che da solo fornisce una particolare caratura alle dimissioni. Non a caso il dibattito di questi giorni è pieno, per ora, soprattutto di domande.

Cosa ci sarà scritto in quei fogli? Dimissioni sì, ma in che termini, con quale scadenza, con quali parole? La prima cosa che si deve svelare sono proprio le condizioni perché il segretario lasci, e, nelle frasi scelte e nei tempi, ci sarà da leggere il percorso di questo addio, se addio sarà e non un allontanamento.

La lettera insomma, ha creato, per pura forza dell'attesa, un evento. E finché non sarà aperta e letta, è lo strumento con cui, pur rimanendo in silenzio, Matteo Renzi continua a tenere nelle proprie mani la comunità politica, non solo del suo partito.

Nemmeno nel momento del suo declino il segretario perde, così, la forza del suo protagonismo.

Prima era centrale nell'equilibrio della scena come dominus della costruzione, oggi lo è come "garante della instabilità". La sua figura, infatti, è ormai così controversa che se rimane al suo posto nulla si può sciogliere del nodo politico. Non il futuro del suo partito, non quello delle possibili o meno coalizioni future con altri partiti. E siccome le grandi scelte passano (o cadono) in Parlamento attraverso piccole scelte, Renzi oggi ha in mano il pallino di molte decisioni grandi e piccole.

Cosa vorrà il segretario in cambio di queste dimissioni? È certo, ed è anche comprensibile, che il Segretario non vada via da Cincinnato. Avrebbe già potuto farlo e non l'ha fatto dopo il referendum - il Cincinnato moderno va ad Harvard o a Science Po a studiare e insegnare. Nel gioco dei condizionamenti è molto importante la carica di presidente del Senato, dove le maggioranze sono sempre più friabili. In molti hanno pensato che Renzi volesse per sé questa carica. Ma questa possibilità appare già sfumata, visti gli scarsi numeri nelle assemblee del Pd sconfitto nelle urne.

In ogni caso è quasi certo che, come ha fatto anche quando è andato via da Palazzo Chigi dopo il referendum, Renzi intenda lasciare una rete propria di influenza nei palazzi del potere.

Si parla ora di presidenza del Copasir, il comitato di controllo parlamentare della intelligence. Una vecchia ossessione renziana, questa dei Servizi, la cui guida va sempre in bilanciamento, essendo una Commissione di garanzia. Ma la lista delle posizioni che i renziani potrebbero chiedere è lunga: c'è dentro la ampia area delle poltrone nelle aziende pubbliche, in cui i renziani hanno già fatto la parte del leone in passato e dove potrebbero volere molte riconferme. Non ultima nella lista c'è anche una quota Rai che, in virtù del suo grande potere economico e mediatico, è notoriamente un boccone che entra a pieno titolo nella compensazione di cariche politiche.

Ci sono poi le future garanzie dentro il partito stesso per quel che riguarda lo spazio dei renziani. Le regole per la scelta del successore sono in questo senso decisive: si sceglierà un Segretario nel pieno delle proprie funzioni in Assemblea nazionale? La assemblea è però sede molto squilibrata dagli attuali rapporti di forza tutti a favore di Renzi, ed è un organo elitario per quanto ampio. Occorrerà dunque andare direttamente al congresso? e con quali regole? Con primarie o meno? E quando, senza entrare in fase di nuova tornata elettorale nel 2019?

In ogni caso è improbabile che Renzi rinunci ad avere un suo uomo o un uomo di mediazione al vertice del Partito.

A complicare le cose di questo passaggio di testimone è il fatto che presto, cioè già dal 23 quando si sarà insediato il Parlamento, il governo del Pd retto da Gentiloni sarà infine dimissionario. Il Pd come partito dunque non avrà più lo strumento che finora ha usato a suo vantaggio, che è quello di operare dentro le istituzioni da Palazzo Chigi. Cosa che renderà più debole il partito già uscito debole dalle urne.

Viceversa i gruppi parlamentari della legislatura sono nelle mani del Segretario, che ha fatto le liste elettorali.

Insomma, come si vede, le dimissioni sono in effetti solo una parte della dinamica in corso. Se il Segretario infatti va via ma con una rendita di posizione molto forte, chi rimane nel partito rischia di trovarsi nelle mani un guscio semi-vuoto. Altro che trattative per coalizioni, e altro che nuovo Pd.

Non è dunque strano che in queste ore tutti, da membri del Pd a avversari e/o alleati politici, stiano in attesa di cosa farà il Segretario. Con la conseguenza surreale che nella prima settimana dal voto i due vincitori delle urne, Salvini e Di Maio, sono rimasti silenziosi a guardare a bordo campo, in attesa di chiarimenti.

E l'ex premier e Segretario, che ha avuto in mano il boccino della vita politica italiana nella sua traiettoria di successo, continua a tenerselo bello stretto, anche nella traiettoria del suo insuccesso. L'importanza di essere Matteo Renzi.

Lucia Annunziata - huffpost.it

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