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Cultura

La valigia del nomade, elogio della leggerezza di Paolo Rumiz.

Abiti essenziali, taccuini, libri, scarpe adatte e mai fingersi autoctono, adattare, invece, l’abito alla cultura, ai costumi del luogo che si esplora.

Paolo Rumiz
7 Maggio
12:00 2018

Come ci dice Paolo Rumiz, stimato giornalista e scrittore, camminatore e viaggiatore, in un suo articolo sul viaggio: “esistono due tipi di uomini: i Tir e le mongolfiere. I primi non buttano via niente e accumulano, accumulano fino alla fine della vita; i secondi, col passare degli anni, imparano a buttare le zavorre per poter volare. Tiziano Terzani fu Tir per gran parte della vita: accumulò montagne di antiquariato nei viaggi intorno al mondo e ridusse la casa a un museo. Quando si ammalò, capì l’antifona e divenne mongolfiera. Si ritirò in una capanna con una stuoia e una teiera, a guardare il cielo.

Il bagaglio per un viaggiatore, è sostanziale, pensate a “come avrei fatto se un giorno in Afghanistan, invece di uno zaino di cinque chili sulle spalle, avessi avuto una valigia “americana”, non sarei potuto saltare al volo sul cassone di un camion pieno di Mujaheddin, per uscire da una situazione a dir poco spiacevole.”

Ma quello zaino cosa dovrebbe contenere? “Un pullover e un pugno di biancheria, due taccuini, una penna, una mappa, un coltello svizzero, un’armonica bocca, un acciarino, un rosario greco, un pareo nero da usare come turbante o lenzuolo, due tappi per le orecchie, una radiolina a onde corte.”

I vestiti, poi, consiglia Rumiz, devono seguire la regola del minimo indispensabile   e del vestirsi a cipolla, con tessuti che si asciughino facilmente, scegliendo forme e colori adeguati al luogo, perché in Cina o in Iraq, non ci si può vestire allo stesso modo. Meglio non nascondere le proprie origini, sarebbe ridicolo e desterebbe sospetti, soprattutto in Paesi con problematiche politiche forti: bisogna cercare di non sottovalutare, anzi conoscere la cultura del Paese che si visita e adeguarsi.

Rumiz consiglia, per la sua esperienza di viaggiatore, di portare o acquistare mappe, quelle di carta, senza però voler demonizzare il Gps: “perché ti danno il senso dell’essenziale, la visione d’insieme, l’eventualità di cambiare strada.”

La tecnologia, toglie il privilegio dell’irreperibilità. Nel viaggiatore anarchico, l’elettronica non esclude affatto la geografia. Semmai la rivaluta.

Metà della libreria di Rumiz è fatta di mappe. Ci dice che ne ha comprate a Pechino e Città del Capo, a Londra e Varsavia. Rappresentano per lui, montagne, arcipelaghi, favolose piste carovaniere, dove, addormentarsi con loro, lo rassicura.

Per quanto riguarda, invece, i libri, per Rumiz, sono la parte preparatoria del viaggio. “Quando decisi di ripercorrere a vela la rotta della battaglia di Lepanto, affrontai un lungo lavoro preparatorio nelle biblioteche di Venezia e la lettura mi sedusse al punto che fui tentato da un viaggio solo virtuale, sedentario, dunque dalla rinuncia a partire.”   Il distacco da quei favolosi manoscritti, per Rumiz, fu una fatica tremenda, ma anche necessaria.” Senza quel distacco non avrei mai respirato la salsedine e l’odore di salvia del grande avvicinamento. … per affrontare un viaggio “adulto” è necessario tagliare il cordone ombelicale.” Occorre ringraziare il libro per le sue sagge informazioni, affrontare il mondo in autonomia e dire al Libro: “è tempo di andare per il mondo, incontrando ciò che il mondo offre, non ciò che sta scritto nel Libro. Liberamente.”

Solo così il viaggio sarà “tuo”, e solo così sarà dolce tornare al Libro, a fine corsa, per confrontarsi con lui.

E poi i mille trucchi che Rumiz vorrebbe insegnare: “Come affrontare i cani liberi. come ricordare i sogni, come dialogare in assenza di una lingua comune, come decifrare i segni ammonitori del mal di schiena, che cibo portarvi dietro e come costruire una traccia in assenza di punti di riferimento.”

Per Rumiz, il viaggiatore è uno sciamano che sente il Divino non per fede ma per schiacciante evidenza, uno che dissemina la sua traccia di segni e di offerte agli spiriti dei luoghi.

Ma la cosa principale, quella su cui tutto si regge, per Rumiz sono Le scarpe.

“Un paio di buone scarpe, sono inestimabili. Nobilitano l’andatura e l’approccio col prossimo. Facilitano la scrittura e la narrazione.”

Da esse si può capire non solo il grado di comfort ma anche come affrontare il mondo. Dal che discende, dice Rumiz:” onora i tuoi piedi. Offri loro scarpe che li facciano respirare. Curali appena possibile. Dai loro aria, tuffali nell’acqua viva. Essi portano tutto il tuo peso e non hanno momenti di requie, come le mani. Le mani puoi metterle in tasca, i piedi no. Ma in essi si cela la più grande delle magie del viaggiare: l’andatura.

 

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