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Cronaca Nazionale

L'Angolo della Satira del Professor Giancarlo Pavetto - L’Oliver Hardy del giornalismo

Ovvero Alan Friedman

Foto di repertorio (Dagospia)
12 Aprile
14:00 2018

 Indro Montanelli ai suoi tempi lo aveva definito “un esploratore dell’ovvio, che parla italiano come Oliver Hardy doppiato da Alberto Sordi”. E’ Alan Friedman, e la sua parlata dopo tanti anni è sempre la stessa. Si è affermato in Italia nel 1987, quando ha vinto il premio Trento, come miglior corrispondente estero dell’anno. Ma è approdato ad una certa notorietà solo con  la pubblicazione, nel 1988, del libro “Tutto in Famiglia”che racconta le vicende della famiglia Agnelli ed in particolare quella del suo capo Giovanni Agnelli.

 

Nonostante che la figura del personaggio illustrato sia ben lontana da quella del prototipo omosex che lui predilige, il panegirico a lui dedicato, appare abbastanza obiettivo e talora, a distanza di tanti anni, anche condivisibile. In particolare quando Friedman afferma che, benchè la Fiat del tempo di Agnelli sia un gruppo all’avanguardia in termini di profitto, di organizzazione del lavoro, di produzione e di tecnologie, essa poggia il suo potere su un’arcaica rete di rapporti feudali, che rischia di pregiudicare il processo di modernizzazione del paese.

 

Con il trascorrere degli anni, le risorse di analisi politica di Alan Friedman si sono annebbiate ed oggi il giornalista si è trasformato, come afferma Giorgio Gandola, in un instancabile pubblico ministero delle presunte malefatte della Casa Bianca di Donald Trump.

 

Indagando sulle cosiddette “operazioni segrete” che il team di Trump avrebbe messo in atto per vincere le elezioni, il  Friedman, secondo il quotidiano radical chic britannico “GUARDIAN”, avrebbe messo in piedi un”operazione segreta” niente male.

 

Avrebbe ideato, con la sua società che si chiamava FBCmedia, che incassava grazie alle sue fake news, 520 mila dollari l’anno, un piano digitale per screditare quella che era allora la rivale del presidente ucraino Yanukovich, ossia Iulia Timoshenko.

 

Peccato che la donna messa in cattiva luce dal nostro Friedman, con accuse di corruzione, fosse  in quel momento sostenuta dal segretario di stato USA, Hillary Clinton.

 

La stessa Hillary che insieme ad Obama, doveva divenire la cocca adorata del nostro “Oliver”, colpito da una irridente legge del contrappasso.

 

Proprio lui, commenta Giorgio Gandola su “La Verità", che “ha trascorso una vita ad accreditarsi come il buon samaritano del giornalismo globale, eternamente filogovernativo, capace di accarezzare dalla parte del pelo ogni potente”.

 

Persa ogni speranza di condizionare Donald Trump, è rientrato in Italia ed ha rivolto la sua attenzione verso Vladimir Putin e Matteo Salvini.

 

Sembra avviato, con i suoi giudizi negativi e le critiche che dispensa nei talk show ed in qualche suo scritto, sulle orme del giornalista e fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Che era, ed è ancora universalmente noto, per il misero destino a cui andavano incontro tutti coloro che insigniva del suo endorsement.

 

Alan Friedman è già in grado di vantare una vittima insigne. Qualche mese fa ha affermato che “gli italiani devono capire che Renzi è la loro unica chance. “

 

 


 

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