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Cultura

"Io ho quel che ho donato"

Torino. Il Centro Pannunzio ricorda con un convegno l'ottantesimo anniversario della morte di Gabriele D'Annunzio

22 Aprile
08:00 2018

Erano le 20:05 del 1° Marzo 1938 quando Gabriele D’Annunzio, ufficialmente a causa di un’emorragia cerebrale, arrovesciò il capo sul suo scrittoio del Vittoriale. Abbandonandosi “pesantemente come una cosa inanimata”, simile alla Giuliana del romanzo L’innocente.

Moriva così, all’età di settantacinque anni, il Vate delle italiche Lettere, vero e proprio monumento linguistico, nonché enciclopedia del Decadentismo.

Per ricordarne l’ottantesimo dalla dipartita, il Centro Pannunzio – giunto ormai ai primi dieci lustri di autorevole e preziosa attività – ha organizzato un opimo e prosperoso convegno, svoltosi in data Venerdì 20 Aprile presso la Sala dei Consiglieri di Palazzo Cisterna.

L’incontro, coordinato da Marina Rota, ha conosciuto la partecipazione di eminenti critici e studiosi – Guido Davico Bonino, Professore emerito di Storia del Teatro presso l’Università di Torino; Giorgio Ficara, ibidem Ordinario di Letteratura italiana; Loris Maria Marchetti, musicologo e scrittore; Giovanni Ramella, critico letterario; Gianni Oliva, storico del XX secolo – nonché quella dell’attrice Ornella Pozzi, incaricata di vivificare con la voce alcuni fra i passaggi più sublimi della prosopopea dannunziana.

Per comprendere appieno la poetica del Vate, assaporandone così la procace ricerca di perfezione formale e stilistica, urge per l’appunto arrendersi e cedere al morbido languore e alle raccolte dolcezze dei suoi timbri.

Taci”. “Ascolta”.

Soavi imperativi questi, rivolti al Tu “creatura terrestre” fuori di noi, rispetto alla quale “andiam […] or congiunti or disciolti”, in un intrico di sentimenti e di panici aneliti verso la Natura (“il verde vigor rude”) che si trasumanano vieppiù nel desioso slancio di tutto cogliere e sentire.

Ovvero nel desiderio di “vivere ardendo e non bruciarsi mai”…, sempre immersi in quello spirito silvestre che tanto bene traduce il sogno decadentista di riuscire a fondere Arte e Vita.

In D’Annunzio alberga un realismo che non sarebbe improprio definire visionario. Infatti, in totale discontinuità con la tradizione letteraria antecedente, nei suoi scritti il vero, l’oggetto, viene sostituito dalla visione.

Una visione ch’egli stesso definisce “radiante”, perché vivida e vitale: capace tanto d’essere abbracciata integralmente e in modo irrevocabile dall’osservatore quanto di avvincerlo e di farlo vertiginosamente precipitare in essa.

In epoca coeva, un approccio analogo è sperimentato dallo scrittore e drammaturgo irlandese James Joyce (1882-1941), il quale ribattezza “epifanie” codeste fulgide e subitanee apparizioni.

Rammentando l’intrepida esaltazione del Vate per il volo, si potrebbe allora assurgere la sua poetica a una sorta di “architettura ariosferica”, voluttuosamente incline a riversare “flutti di poesia” sul vuoto delle “altezze soprane” e dei silenzi interdetti.

Dunque D’Annunzio, col viatico di un bagaglio lessicale sapiente e denso (oltre che ricchissimo, gli studiosi ritengono abbia impiegato più di 40 000 parole) si rende fabbro malioso di un senso estetico del tutto nuovo, dove “il mio segreto è una sensualità rapita fuor dei sensi”.

Grazie a essa, “in miel converso era il patire” degli uomini e la struggente “favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude” assume invece la dimensione concreta e veridica di un’elegia pastorale, ove apollineo e dionisiaco, parola e sensazione, s’intricano in una tensione che non è sintesi bensì puro flusso vitale eternato.

Così, in estasi di fronte al miracolo della Natura (“a tutti comune ma sola incomunicabile”) e reso quasi prigioniero di una fantasmagoria infinita, “il cantore s’inebriava del suo canto”, avido di farsi cosa fra le cose, di consistere e di darsi una forma.

Per farlo deve giustappunto ricorrere alla parola: bella, pura, preziosa e musicale, in grado di rendere stabili e sempiterne quelle passioni che l’istinto, “primo vere” ed essenza stessa della vita, presenta invece con tratti affilati e transeunti.

Mentre la sensazione fluisce, scorrendo eraclitamente via e rischiando alla lunga di perdersi (“chi sa dove, chi sa dove”), la parola cristallizza e ferma l’esistenza in un eterno presente, capace di far recuperare al tempo il senso globale dell’essere.

Certo il divenire scuote convulsamente e abbacina la vista. Nondimeno esso è in ogni forma destinato a esaurirsi, a placarsi in un quieto sonno di morte, cui solo l’eternità della parola può sopravvivere e por rimedio.

Come un novello Ulisse (al quale, non a caso, il già menzionato Joyce s’ispira per la sua opera più celebre), Gabriele D’Annunzio sprona l’uomo a essere “quasi arbusto privo di nodi”, libero ed eroico, passionale e lussureggiante come se fosse “d’arborea vita” vivente.

Di nuovo, lo ammonisce invitando ad ascoltare: “odi il vento. Su! Sciogli! Allarga! Riprendi il timone e la scotta; chè necessario è navigare, vivere non è necessario”.

La realtà, quasi, non esiste di per sé ma solo attraverso le sensazioni di chi la mira e la riceve.

Restano le parole e, custodita all’interno di esse, anche tutta la deformante espressività dei sentimenti.

Sarà forse per questo che il Vate, dopo aver trasfuso tutto se stesso in azioni ardite e versi appassionati, fece incidere sul frontone della sua villa al Vittoriale proprio l’espressione “Io ho quel che ho donato”.

Vale anche per noi. 

 

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