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La tolleranza insegnata dalla fantascienza

Dai film alla letteratura, la fantascienza può insegnarci molto sull’empatia verso chi è diverso

24 Aprile
10:00 2018

Qualche mese fa, è uscito nelle sale il bel film di Guillermo del Toro, vincitore di diversi premi Oscar, intitolato “La forma dell’acqua”, nel quale l’empatia della protagonista verso lo strano essere torturato dall’Intelligence statunitense, ci mostra il doppio volto umano e disumano della nostra specie verso ciò che non si conosce.

Così, senza per forza poter comunicare con il linguaggio, visto che la protagonista è muta, le due specie trovano sintonia, collaborazione, intesa, comprensione.

Il film mi ha fatto venire in mente il  breve racconto “La sentinella”, scritto dall’autore fantascientifico Fredric Brown e uscito negli anni ’50, dove il protagonista si accinge a combattere contro i suoi nemici e dopo aver ucciso il soldato avversario su un pianeta non ben identificato, termina dicendo al lettore quanto fosse schifato da quell’essere con solo due braccia e due gambe, la pelle bianchiccia e senza neanche le squame, tanto da farci intendere, e solo nel finale, che il protagonista del racconto è l’alieno mentre il nemico era l’essere umano.

Noi, dunque, possiamo essere riluttanti, abominevoli, nemici, cattivi, tanto quanto un qualsiasi alieno, alla faccia del nostro antropocentrismo che ci rende sempre migliori e più intelligenti degli altri, di quegli extraterrestri che nella maggior parte delle saghe sia letterarie che cinematografiche vengono dipinti come ripugnanti e bellici.

Altri esempi, come Freaks di Tod Browning, Il mostro di Frankestein di Mary Shelley, Edward mani di forbici di Tim Burton, sono in grado di mostrarci quanto poco empatici e tanto meno altruisti possiamo essere verso chi è diverso da noi e che potrebbe arrivare dallo spazio, ma d’altra parte troppo spesso non lo siamo neanche verso i nostri simili di pelle e cultura differenti.

L’ultimo esempio, solo in ordine temporale, del rapporto uomo-alieno viene dalla serie TV “Lost in Space” prodotta dal network americano Netflix.

Naufragati su un pianeta con la loro astronave, una famiglia di esseri umani non è in grado di salvare uno di loro intrappolato nel ghiaccio. Deus ex machina si rivelerà essere un alieno che si metterà a loro diposizione dopo essere stato a sua volta salvato poco prima da un bambino, capace di entrare in empatia con l’extraterrestre, nonostante le sue fattezze non corrispondano ai nostri canoni.

In fondo, la logica, il buon senso, l’altruismo non hanno bisogno necessariamente di un linguaggio comune né di un’accettazione fisica, ma solo di comprensione e su questo un certo tipo di fantascienza può insegnarci molto.


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