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Cronaca

Verbania lascia il Piemonte: secessione vicina

Il Verbano ha raccolto le firme per chiedere di passare alla Lombardia

12 Maggio
09:30 2018

Il Piemonte sarà anche la seconda Regione italiana per estensione, ma tutto ciò sembra contare ben poco se quella con cui confina, la Lombardia, ha il doppio di abitanti ed è la più ricca del Paese.

Da alcuni anni, è purtroppo sotto gli occhi di tutti la situazione in cui versa Torino rispetto a Milano, dal momento che, tra pendolari che si recano in massa verso il capoluogo meneghino, eventi culturali che vengono dirottati su Milano, eventi storicamente torinesi (Settembre Musica e Salone del Libro)  che cambiano pelle diventando promiscui (MiTo e Tempo di Libri) e “collaborazioni” forzate come la candidatura delle Olimpiadi Invernali 2026, il capoluogo subalpino sta perdendo smalto dinanzi alla fagocitante Milano.

Oltre ai pendolari Torinesi, è risaputo come l’unico capoluogo di provincia non lombardo raggiunto dai treni regionali di Trenord che la collegano a Milano è Novara, la cui distanza in chilometri dal capoluogo meneghino è la metà rispetto alla decentrata Torino.

Seppur se ne parli già nel 2012, è notizia recente quella secondo cui la Provincia del Verbano-Cusio-Ossola sia riuscita a raccogliere le firme necessarie per indire un referendum per lasciare il Piemonte e farsi annettere dalla ricca Lombardia.

Le ragioni di questa agognata secessione sono storiche, economiche, logistiche e culturali, dal momento che a Verbania la parlata è più lombarda che piemontese; Torino è lontana fisicamente e mal collegata; la Lombardia è decisamente più ricca (ad esempio concede alla Provincia di Sondrio, simile per conformazione a quella di Verbania, agevolazioni maggiori rispetto a quelle della Regione Piemonte, cui si aggiungerebbe un’addizionale Irpef  che in Lombardia è più bassa); le agevolazioni sulla benzina in Lombardia per le zone frontaliere sono superiori rispetto a quelle piemontesi.

Su tutte le questioni di cui sopra, credo occorra fare non tanto una valutazione “campanilistica” (in fondo come il buon Dario Fò ebbe modo di insegnarci coi suoi spettacoli, le divisioni amministrative contano poco rispetto a quelle linguistiche e storiche, tanto che se andate a Mantova o a Pesaro vi sembrerà di sentire parlare emiliano), ma avanzare una riflessione che riguarda la crisi dell’Italia nel suo complesso e anche di altre Nazioni.

Vi sono, in tutta Europa, zone indubbiamente più ricche e altre che lo sono molto  meno, e il senso di Nazione, come forma di comunità dentro cui si collabora per andare avanti, è sembrato prevalere su quello di autonomie atomizzate qua e là (si pensi ai Paesi Baschi o all’Irlanda).

Quando, però, la crisi si fa più intensa, ed è quello che è accaduto negli ultimi anni, ecco che l’andare col più forte o staccarsi dal più debole diventa il modo con cui si pensa di togliere la zavorra di chi ci tiene arretrati, puntando all’autonomia o sulla secessione per guadagnare potere.

Così, in questi anni, la minacciata secessione della Catalonia, i referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia, la Brexit, l’invito dell’Austria agli Altoatesini a cambiare cittadinanza, la voglia della Scozia di staccarsi dal Regno Unito, sino al desiderio del Verbano di lasciare il “povero”  Piemonte per saltare sul carro del vincitore pigliatutto Lombardia non sono altro che il sintomo di una malattia che rischia di venire curata con la medicina sbagliata: invece di unire le forze (nazionali o europee che siano) si salta sul carro dei pochi vincitori, tipico di quella globalizzazione che ragiona più per macroaree che per piccole tradizioni territoriali.



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