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Cronaca Internazionale

Come fermare il mare di plastica?

Prova di intelligenza per il genere umano. Sovente le soluzioni richiedono prima di tutto una riconversione delle nostre distruttive, oziose abitudini.

19 Maggio
15:00 2018

L’impatto sui ritmi naturali del pianeta da parte del genere umano è assodato, ma la pigra gente evoluta non si sforza per invertire la tendenza. Si attendono risposte dalle decisioni di lobby e governanti, ma dal basso, la massa, complice dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici, non si sforza più di tanto per fare la sua parte. E' anacronistico che si debbano attendere provvedimenti e divieti, quando alcune risposte sono semplici e affidate alla nostra intelligenza.

Tra le tante denunce sugli inquinanti che stanno modificando gli equilibri del Pianeta Vivente datoci in prestito, magico e unico nell’universo, e che lasceremo ai nostri figli sempre più sporco e maltrattato, le isole di plastica che galleggiano per i mari del mondo sono l'allarme più recente che ci lascia attoniti, ma non smuove le coscienze.

Notizia di oggi, 18 maggio 2018: "L'Europa dichiara guerra alla plastica", stabilendo limiti e responsabilità per produttori e aziende, ma i continenti delle isole di plastica sono una realtà che si conosce da tempo, è una vergogna della quale siamo tutti responsabili in ottusa, abulica attesa che Greenpeace o qualcun altro vada a ripulire il nostro scempio.

Il termine “intelligenza” significa: “capacità di risolvere i problemi”. Forse è venuto il momento di misurare la nostra intelligenza senza aspettare quella che dall’alto della piramide dei potenti, non ha interesse che a risolvere i propri, mai ne ha considerati altri. 

La sveglia che qui suona a raccolta è per l’intelligenza plebea e poplare, quella della immensa massa che da sempre vive più in basso; la nostra intelligenza, la mia, la tua. Quella della moltitudine che compra, usa e getta.

D’ora in poi, un metodo per valutare la nostra intelligenza, dovrebbe misurarsi con la capacità di eliminare i contenitori di plastica dai carrelli della spesa, sostituendo i prodotti con altri simili, ma confezionati in vetro, cartone, carta o metallo. È un metodo semplice per imporre un cambiamento di tendenza a chi produce e confeziona di tutto in contenitori ben esposti al nostro corruttibile acquisto. Ogni calo di vendita al dettaglio viene accuratamente registrato. La scelta non passerebbe inosservata.

Occorre sottolineare che la raccolta differenziata delle materie plastiche non è cosa semplice. Sono tante e diverse per caratteristiche tecnologiche, fisiche e meccaniche, e la composizione chimica delle catene di polimeri che le compongono, dà origine a una famiglia di materiali simili tra loro, ma sovente non compatibili. Esempio: resine acetaliche, resine acriliche, resine poliammidiche, policarbonati, polietilene, poliesteri, resine polistiroliche, eccetera. Prodotti identificati da sigle, esempio: PT, PET, ABS, PMMA, eccetera, che in molti casi non possono essere nuovamente tritati e riutilizzati, se non appartenenti alla medesima famiglia.

Dunque, una corretta raccolta differenziata dovrebbe presupporre l’identificazione delle varie resine e l’introduzione in contenitori altrettanto “intelligentemente separati”. Il rischio è che, come spesso accade, quando il cittadino pensa di aver fatto il suo dovere, infilando le plastiche nello stesso sacchetto,  se il riciclo non è affidato a una struttura interessata e competente nella separazione dei vari tipi di resine, la plastica finisce in discarica o ancor peggio, compattata in "balle" e trasformata in business , spedita ad alimentare le centrali termoelettriche cinesi.

Interssante poi, è la necessità di ''Energia Equivalente di Petrolio'' (TEP = 42GJ) richiesta per produrre 1 t di materiale. Ad esempio: polietilene, PVC e polipropilene richiedono circa 1,7 TEP, il polistirolo ne richiede 2, mentre la carta si accontenta di 1,1, il vetro di 0,4. Ugualmente, per la quantità di energia richiesta dal ''film'' di imballaggio: per 1 milione di metri quadrati di polietilene, 110 TEP, mentre polietilene e carta per sacchetti da imballaggio quasi si equivalgono tra 50 e 60 TEP. In controtendenza la bottiglia da 1 l. Per 1 milione di pezzi 97 t per le bottiglie in PVC, 230 t per le bottiglie in vetro. 

Dati ricavati dal testo: “Componenti e materie plastiche” redatto nel 1981 dal medesimo autore di questo articolo & dall’architetto Franco Mattiuzza, con la supervisione del prof. Giorgio Ceragioli, per il Politecnico di Torino.

Ritornando all’intelligenza e al corretto uso di cui noi possiamo farne, al di là delle conoscenze specifiche di chimica o compatibilità tra materiali, l’encefalogramma che ne risulta, applicato al disastroso dilagare delle materie plastiche che richiedono tempi di decomposizione in alcuni casi quasi infiniti, non risulta particolarmente brillante e ben connesso nelle sue sinapsi.

In tutti questi anni l’informazione ha denunciato, ma non ha educato e la legge di mercato costi-benefici, unitamente alla magica lavorabilità della plastica, ci ha abituato ad afferrare i pratici e colorati contenitori ben in vista sugli scaffali della grande distribuzione, e riempire il carrello della spesa senza pensaci su. La pubblicità avrebbe potuto fare la sua parte proponendo contenitori alternativi, ma non è compito di un’agenzia creativa far del bene al consumatore piuttosto che all’azienda committente.

Catene di diabolici motivi per i quali oggi la plastica è entrata nella catena alimentare quasi come un prodotto naturale e negli spot pubblicitari aumentano i consigli per far fronte all’aumento dei disturbi intestinali. Non è un caso.

Forse è ora di scomodare la nostra manipolata, stordita intelligenza, e abbracciare in massa la ''teoria del rifiuto'', non solo delle materie plastiche, ma moderando tutto ciò che adoperiamo senza misura per soddisfare i nostri evoluti vizi; dall’automobile, ai condizionatori, al riscaldamento, a tutto ciò che sta uccidendo l'habitat naturale.

Le isole di plastica che galleggiano negli oceani e anche nel Mediterraneo sono opera nostra e di certe cattive abitudini. Dall’acquisto ipnotico al malcostume di gettare “le cose” per terra. Ad ogni pioggia il pattume segue l’andar del fluido, raggiunge il fiume, arriva al mare.

Non ci vuole molta intelligenza né per capire, né per decidere che è ora di cambiare molte, stupide abitudini. Non ci vuole molta caparbietà per farlo. È un dovere civico, un piccolo gesto del singolo moltiplicato per l’umanità, un gesto logico, di cui pesci, fauna marina, uccelli, fondali, spiagge e generazioni a venire, ci sarebbero molto grati.

È una mssione da diffondere e condividere: razionalizzare l'aquisto della plastica, educarci a non disperderla nell'ambiente e assicurarsi del suo smaltimento-riciclo, ma prima occorre un attimo di autovalutazione della propria intelligenza. Aumentarne il livello non ha mai fatto del male.

Chiedo scusa a ogni lettore per quest’ultima “provocazione elastica”. 

Le coste del Mare Nostrum non sono esenti, anzi... 

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