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Gattopardi in allarme

Ricche poltrone a rischio

30 Maggio
14:00 2018

Con il termine di gattopardi, Giuseppe Tomasi da Lampedusa, indica coloro che concordano con la necessità che tutto cambi, ma a patto che tutto rimanga come prima. Gli euroburocrati oggi vivono nell’ansia che la loro fortunata vicenda abbia molto presto una fine.

Sono state tante le frustrazioni che periodicamente hanno dovuto sopportare negli ultimi anni e che hanno messo in dubbio la loro permanenza sulle dorate poltrone che occupano nella loro Unione Europea.

Negli ultimi tempi hanno intaccato le loro posizioni di potere, prima l’elezione di Donald Trump, poi l’avvento della Brexit ed in seguito, la politica della Le Pen e le elezioni dell’Austria e quelle dell’Ungheria.

 

Ora sono ossessionati dai risultati delle elezioni italiane e dalla formazione di un governo negoziato tra Salvini e Di Maio, che possa mettere fine alla soggezione dimostrata dall’Italia nei confronti dei loro diktat, dei loro trattati e dei parametri economici imposti ai paesi dell’UE.

 

Li turba in particolare il pensiero di non poter più intimare al nostro paese di “fare i compiti a casa” come ai tempi, per loro dorati, dell’uomo del loden, il servile bocconiano Mario Monti.

Se il nuovo governo italiano mettesse fine alla prassi consolidata di correre, come sempre in passato, a prosternarsi ai piedi della Merkel e del suo etilico maggiordomo Juncker, gli euroburocrati, che nessuno ha mai eletto, potrebbero subire un drastico ridimensionamento del loro potere.

 

Perdere il consenso anche del nostro paese comporterebbe, oltre alla perdita delle loro altissime prebende, anche il divieto di adire alla pensione all’età di 55 anni, e soprattutto la rinuncia al privilegio di potersi eleggere tra loro, al di fuori del consenso dei popoli amministrati.

 

Tutti insieme gli euroburocrati, spinti dalle loro paure ed appoggiati da molti giornali (come quelli schierati in prima linea ed infarciti da ottusi dipendenti della famiglia De Benedetti) e dal  cieco supporto degli innamorati  UE, annidati nei talk show RAI, Mediaset e Cairo, hanno deciso di alzare la loro funerea voce per mettere al sicuro le loro cariche.

 

Sono andati a caccia del repertorio, già usato in passato ai tempi della elezione di Donald Trump e del divorzio del Regno Unito, ed hanno pronosticato, anche per la vicenda italiana, il panico dei cosiddetti “mercati” senza  peraltro specificare quali, l’immancabile spread alle stelle, i conti pubblici a rischio, il disordine economico, lo sconvolgimento di impegni internazionali e, dulcis in fundo, la precaria tenuta dell’euro.

 

In campo internazionale si è fatto sentire il giovane Macron, che si crede la reincarnazione di De Gaulle e che ha dimenticato le sue  difficoltà interne, per ammonire il nostro paese, avanzando la frottola del disastro in cui sarebbe caduto, se avesse lasciato l’ente europeo e la sua moneta. Forse la sua dolce mammina e “premier dame” Brigitte, si era dimenticata di avvertirlo in quale confusione sarebbe incorsa la fragile costruzione europea se, oltre a quella della Gran Bretagna (che non ha mai adottato l’euro), la UE venisse ripudiata anche dall’Italia.

 

Spinti dalla paura, molti altri euroburocrati si sono adoperati con moniti e minacce. Tra gli altri il ministro dell’economia francese Le Maire, che ha sentenziato che, se il nuovo governo italiano, non rispettasse gli impegni assunti sul debito, sul deficit e sul consolidamento delle banche, “l’intera stabilità finanziaria della zona euro sarebbe minacciata”.

 

Il tedesco Weber, pur riconoscendo, bontà sua, che “bisogna dare una possibilità a leghisti e grillini”, ha ritenuto di affermare che il nostro paese starebbe “giocando con il fuoco”.

Si sono espressi in modo isterico ed hanno sparato a palle incatenate sulle vicende italiane, anche Valdis Dombrovskis, Dimitris Avramopoulos, Jyrki Katainen, Norbert Roettgen e tanti altri funzionari avvinghiati alle loro sedie.

 

Addirittura, il ministro degli esteri del paese più corrotto e malfamato dell’UE, il piccolo Lussemburgo, si è permesso di consigliare:  “Mattarella non lasci distruggere il lavoro UE di questi anni”.

Ma nessuno ha raggiunto gli alti vertici del ridicolo come Wolfang Munchau, editorialista del “sempre autorevole Financial Times”, per il quale “la crisi delle élite europee ricorderebbe la caduta della repubblica di Weimar,

caratterizzata da un’inflazione a più del 600% e da una disoccupazione del 40%”.

 

Crisi che fu risolta, ma lui si guarda bene dallo scriverlo, con il cancellierato del suo nonno Adolf Hitler.

 

 

          

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