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“Il lungo assedio” – Diario della Sezione Speciale dei Carabinieri che sconfisse le Brigate Rosse.

Autore Domenico Di Petrillo (Melampo Editore) - parte prima. Domani ore 11.00 parte seconda.

4 Giugno
11:30 2018

Il 22 maggio 2018, al circolo dei lettori di Torino, è stato presentato il libro  ‘IL LUNGO ASSEDIO‘ di Domenico Di Petrillo (Melampo), ex ufficiale dei Carabinieri, molto vicino al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e che è stato affiancato, nei ricordi del periodo narrato, dall’ex Procuratore Capo della Procura di Palermo e Torino, Giancarlo Caselli.

 

Il libro, proseguendo il percorso letterario di ‘ Tutti gli uomini del Generale’, di Fabiola Paterniti, narra della lotta al terrorismo, attraverso le gesta operative della Sezione Speciale Anticrimine dei Carabinieri di Roma. Un fil rouge operativo che parte da Torino, Bologna, Milano, Padova, Roma e raggiunge Parigi, ultimo rifugio dei brigatisti, attraverso l’operazione Olocausto”.

Questa operazione è stata una delle più lunghe nella storia della seconda metà del 900, che demolì definitivamente le Brigate rosse.  Domenico Di Petrillo narra, documenta, un periodo storico   che va dal 1978 al 1989: per dodici anni lui, allora tenente colonnello, e gli uomini della Sezione Speciale Anticrimine dei Carabinieri di Roma, combatterono contro terroristi dalla ideologia travisante, contorta, una pazzia ideologica che generò i consensi anche di tante persone insospettabili.

Domanda: come nasce la sezione speciale Anticrimine dei Carabinieri e perché? 

 

Di Petrillo: sono contento di partire da Torino, perché questa storia nacque proprio qui, grazie all’intuizione di un grande comandante, il generale Dalla Chiesa, a fronte della minaccia del terrorismo. Lui comprese subito che non era possibile contrastarla in maniera frazionata, così ottenne l’istituzione di un gruppo, un nucleo speciale di polizia giudiziaria: parliamo del 74/75. In quel periodo neppure la magistratura aveva compreso la necessità di un corpo speciale, necessario in quanto l’obiettivo dell’indagine era l’organizzazione e l’eventualità che si potesse rigenerare.

 

Questo nucleo venne sciolto nel 75 ma, per fortuna, l’arma si ravvide, intuì la sua utilità e costituì, subito dopo, delle sezioni nelle principali città d’Italia che si riunivano periodicamente al Comando Generale. Io approdai nel 78 in questa organizzazione, ancora giovanissimo, venivo già da un periodo in cui avevo investigato sull’anonima sequestri in Sardegna. Trovai una sezione che non aveva assolutamente nessun contatto con la realtà, non c’erano archivi dai quali attingere per cui cominciammo a formarli studiando i casi e esaminando documenti acquisiti.

 

In quell’anno, (78), iniziò l’operazione Olocausto che comprese nove sotto operazioni. Per ben 12 anni, seguimmo sistematicamente il percorso della banda dei brigatisti, l’indotto della colonna romana che era costituita da un migliaio di persone, distribuite su Milano, Roma, Padova. In 12 anni, effettuammo circa 500 arresti, sia sul territorio nazionale che in Francia, Spagna, Germania, fino alla conclusione dell’operazione avvenuta nel settembre dell’89 a Parigi.

 

Questo libro, vuole raccontare, in forma organica, quello che è accaduto veramente. Ci sono stati vari interpreti più o meno accreditati, ma nessuno ha mai detto esattamente che cosa era accaduto, attraverso nomi, date, fatti, periodi. Mi piace ricordare tutto questo, non solo per onore del vero, ma anche per celebrare i miei uomini, ragazzi meravigliosi che sono cresciuti sulla strada, fino a diventare un reparto che era ammirato in tutta Europa.

 

C’era una forte sinergia tra di loro. Tutte le sezioni si muovevano in completa sintonia e dalle varie città, confluivano nel punto dell’operazione, per poi tornare nelle proprie sezioni e studiare i casi sui quali avevano operato. Ragazzi accomunati da un ideale forte e molto disciplinati sull’uso della forza.  

 

Domanda: cosa ne pensa del libro? 

 

Caselli: questo libro oltre a essere interessante, mette in luce alcuni aspetti nascosti che non si volevano più mettere in luce. Una malattia che si potrebbe anche definire, mancanza di coscienza.  Non possiamo dimenticare le parole dette di recente Barbara Balzerani, pluriassassina e che si commentano da soli, invece vanno molto apprezzate le forze dell’ordine come quelle di Di Petrillo, che hanno operato sul campo con fatica, debellando quel pericolo esistenziale presente nella nostra democrazia. Il libro di Di Petrillo è incalzante e, se posso permettermi, è un grande poliziesco reale, non di fantasia.

 

Domanda: quali sono state le difficoltà che le sezioni hanno avuto nel loro nascere? 

 

Di Petrillo: partecipai, come avevo detto, alla sezione di Roma nel maggio del 78, grazie all’incarico ricevuto da Dalla Chiesa di formare un nucleo speciale interforze. Confluirono nell’ Arma, una cinquantina di   poliziotti, non partecipò la guardia di finanza ma parteciparono invece, vari esponenti del Sismi. Il lavoro principale fu svolto dall’Arma dei Carabinieri. Il nucleo, in prima battuta, purtroppo venne sciolto alla fine del 79 e il motivo principale, fu il fatto che nel nostro Paese si accolgono le innovazioni con diffidenza, titubanza.

 

Domanda: siete stati pionieri nello sviluppare dei metodi e delle tecniche operative, ce ne può parlare?

 

Di Petrillo: gli uomini e i mezzi a disposizione della sezione di Roma, svolsero un’attività eccezionale e se il ROS ha ottenuto una medaglia d’oro al valor militare, per ciò che ha dato al nostro Paese, è anche grazie alla nostra esperienza.

 

Ho arricchito questo libro anche con i metodi e la dottrina operativa, una formidabile pratica qualificata di intelligence contro la deviazione.

 

Tra le tecniche operative, ad esempio, fondamentale era il pedinamento, che doveva essere fatto da almeno 15 persone per essere adeguato. 

Era un’attività complessa che, oltre al pedinamento, implicava l’osservazione, finalizzata a scoprire cosa accadeva ad esempio, all’interno di un appartamento. Nella cinematografia, i pedinamenti sono molto più semplici, bastano due agenti in auto. Per pedinare una persona, spesso per mesi, sono necessarie almeno cinque auto. Bisogna sapersi muovere, in modo che la persona oggetto di attenzione, non se ne accorga, perché altrimenti, si vanificherebbero mesi e mesi di lavoro.

 

I miei uomini, erano diventati talmente bravi che quando erano costretti a mollare, sapevano già dove il pedinato sarebbe andato e si facevano trovare proprio lì. Allora, ci di spostava con una cartina in mano e tutta questa attività, aveva necessità di un collegamento, per cui si stava sempre in contatto radio.  

Il PKK tedesco, citava la sezione speciale dell’Arma dei Carabinieri, come un reparto di eccellenza. A questo volevo aggiungere anche una curiosità operativa: talvolta, se necessario, partecipavano anche le nostre famiglie, visto che allora nell’Arma non c’era personale femminile: le nostre mogli, fidanzate, cognate, figlie che ci davano una grossa mano, perché ci consentivano di avvicinarci di più all’obiettivo.

 

Le proporzioni di queste indagini, erano talmente ampie, che ero costretto a predisporre un tabellone che si ingrandiva man mano che aumentavano le operazioni investigative, con l’indicazione dei nomi che non erano naturalmente i nomi in chiaro. I nomi veri erano custoditi in un registro.

 

Poi si includevano nella mappa, le date, le ricorrenze, gli incontri che configuravano uno specchio su cui erano inseriti dei cerchietti collegati tra di loro e che mettevano in relazioni quei nomi. Veniva quindi delineata una pianta che dava esattamente la misura delle operazioni da svolgere il giorno dopo. Ogni servizio partiva con un briefing, in cui si descriveva quello che si doveva fare, e terminava con un debriefing in cui si esaminava cosa si era fatto.

 

Oltre a rendere tutti i partecipanti al corrente dell’operazione, si faceva addestramento, attraverso una formazione sul campo. Oggi ci sono a disposizione i computer, allora no, e quindi, era tutto più complesso.

 

Domanda: Può fornirci un suo personale ricordo del Generale Dalla Chiesa a quell’epoca?

 

Caselli: il mio Ufficio era stato già quello del procuratore Bruno Caccia che mi prese per mano e mi insegnò il mestiere, ma il materiale sequestrato alle brigate rosse era conservato in una stanza della Caserma Cernaia che si affaccia su un grande cortile, quindi, mentre osservavamo, esaminavamo quelle carte, vedevamo le esercitazioni dei Carabinieri, la fanfara, impartire gli ordini. Una volta, durante una pausa, andai al bar degli ufficiali e incontrai Dalla Chiesa insieme ad altri ufficiali della polizia tedesca. Quegli ufficiali, cercavano in tutti modi, di farsi dire dal Generale con quali mezzi formidabili e, nascosti e in quali stanze, i carabinieri erano riusciti ad arrivare a eccezionali risultati.

 

Ricordo che, nel 75, a chiusura di un’inchiesta sulle brigate rosse, avvenne, come dice il libro, una diaspora, ossia lo scioglimento del nucleo e il Generale Dalla Chiesa, venne da me chiedendomi di aiutarlo a non fare sciogliere quel nucleo. Noi pensavamo di non potere fare nulla.  Si trattava di una decisione dell’esecutivo, sulla quale la magistratura non poteva influire e fu un errore, perché il lavoro di quel nucleo era direttamente collegato con il nostro lavoro di magistrati.

 

Ricordo ancora che, in un episodio particolare, in cui eravamo stati fuori Torino per un riscontro investigativo, ci fermammo alla Cernaia a salutare il Generale Dalla Chiesa: lo trovammo di fronte a una enorme mappa in cui erano inserite tante bandierine, tutti segnali dai quali si intuiva la dote principale di Dalla Chiesa, ossia la grande sapienza, il grande intuito, la grande perspicacia nel raggiungere l’obiettivo.  

 

Tutto questo, Di Petrillo lo ha racchiuso in quella frase che cita sul Generale e che disse guardandoci negli occhi ‘ Roma non può continuare a restare assente, dobbiamo a tutti costi fare qualcosa’.  Ecco, questo dobbiamo, non dovete, io avanti a voi dietro, e non, sicuramente, io dietro a voi avanti, è il significato di quello che era il Generale e questo è un ricordo affettuoso che di lui conservo, quello di un uomo straordinario.

 

Vorrei ora ricordare un momento indissolubile che mi lega, questa volta, a Di Petrillo e che riguardava la mafia. Nel 93, quando ero procuratore capo di Palermo, venne arrestato Santino di Matteo che, però, non voleva parlare né la prima volta, né la seconda volta che lo interrogai. Accadde però, che decise di parlare proprio mentre mi ero regalato una vacanza con mia moglie a Venezia. Arrivò la notizia che Santino di Matteo aveva deciso di parlare, proprio appena arrivai a Venezia, così, tornai a Palermo e ricordo di non avere mai pagato così tanto un albergo mai consumato.

 

A Palermo, verso mezzanotte, iniziò l’interrogatorio che si prolungò fino alle sei del mattino. Era il settembre del 93 e Di Matteo ammise di avere commesso tutto quello che era indicato nell’ordine di cattura, ma in quel momento, voleva parlare solo della strage di Capaci. Così iniziò un lungo racconto, l’attacco più profondo, più duro al cuore dello lo Stato. Un Km e mezzo di autostrada, per colpire Falcone.

 

Ringraziai Di Petrillo che organizzò l’interrogatorio e che, per me, fu un momento assolutamente incancellabile. Questo purtroppo determinò il rapimento del piccolo di Matteo, un ragazzino di 13 anni, tenuto prigioniero, brutalmente ucciso e sciolto nell’acido.  Ecco io sono molto legato a Di Petrillo in particolare per quella sera, quel successo sulla strage di Capaci.

 

 

Trattasi di alcuni momenti dell’incontro del 22 maggio 2018, riportati nel più fedele dei modi, nonostante le difficoltà acustiche riscontrate in sala. Sono disponibile ad eventuali puntualizzazioni o rettifiche del testo, se richieste dagli interessati.

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