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Di tutto un po'

L’evasione fiscale: le responsabilità della politica e le complicità della società civile

Un episodio della neonata unità d’Italia che conferma la difficoltà di risolvere il problema da allora ai giorni nostri

Immagine tratta da ViviEnna.it
4 Giugno
12:30 2018

Una società civile, democratica e moderna, rappresentata da uno Stato che incarni queste caratteristiche, per la sua stessa esistenza e funzionamento richiede che i cittadini, in base alla loro capacità contributiva, paghino con una “giusta convinzione” le tasse.

Quanto sopra esposto in linea di principio appare talmente scontato, da sconfinare nell’ovvio. Tuttavia, dalla semplificazione delle enunciazioni di principio, all’attuazione pratica di queste nella realtà sociale, emerge una notevole difficoltà applicativa, che fa emergere contraddizioni e anomalie.

Dare una spiegazione a questa situazione storicamente complessa richiederebbe ricostruire un lungo percorso che abbraccia un arco di tempo che va dagli anni ’50 ai nostri giorni e che nello stesso tempo documenterebbe uno spaccato socio-economico della comunità nazionale.

Per scendere nel concreto in Italia si parla di una evasione fiscale che sfiora i 270 miliardi di euro. Una cifra su cui tutti dovrebbero riflettere!

Tuttavia è interessante notare come il “pagare le tasse” sia sempre stato un evento che non ha mai trovato un momento di “serena e convinta condivisione” da parte del contribuente di tutte le epoche.

Questa “resistenza” è riconducibile al fatto che “confligge” in modo automatico contro la natura antropologica dell’Homo sapiens, che non dimentica mai di essere inscindibilmente anche “Homo oeconomicus”, opportunista, egoista e prevaricatore.

A titolo d’esempio paradigmatico e curioso, potrebbe essere utile ricordare un riferimento storico lontano nel tempo, che ci offre il volume “Accadde nel 1861 – Cronache, indiscrezioni e retroscena dell’Unità d’ Italia” – Edizioni del Capricorno – La Stampa e che riporto integralmente.

 

Il fisco è iniquo”. Nel Regno d’Italia i piemontesi pagano quattro volte le imposte che pagano i siciliani.

E’ quanto denuncia la Gazzetta del Popolo di Torino sabato 19 ottobre 1861.

Ricorda che nel 1862 il Paese, per far fronte alle spese, dovrà chiedere un nuovo prestito pubblico. Pertanto perora misure fiscali che garantiscano al credito italiano di “riposare sopra solide basi, sopra un sistema di imposte adeguato ai bisogni, o in altri termini sulla perequazione delle imposte”.

Bisogna che scompaia”, dice il quotidiano, “l’enorme distacco che corre fra le 8 lire che si pagano d’imposta a testa in Sicilia e le 30 che si pagano in Piemonte”. Sostiene che le “vecchie province” sabaude sono “le più gravate d’Italia”. “Finché dovettero badare solo a sé riuscirono a fare fronte agli impegni e alla grandi spese per gli armamenti che dovevano renderci stimati in Europa, per ottenere gli alleati che ci hanno condotti alla vittoria”.

Nel vecchio regno sardo ogni nuovo prestito – nota la Gazzetta – corrispondeva a una nuova imposta a garanzia delle spese .

Invece dopo l’Unificazione d’Italia non solo non si pensò di far corrispondere ai prestiti pubblici nuove sorgenti di entrata. Ma anche, qua e là in molte province, salvo in quella piemontesi, alcune imposte vennero alleggerite e altre abolite”.

Il risultato? Pagano sempre i più gravati e “non si capisce perché gli altri italiani non vogliono condividere il peso che il Piemonte da 12 anni sopporta”.

La storia del passato ci ricorda episodi abbastanza sorprendenti, ma la recente ha continuato a confermare questa realtà in continua crescita, incredibile e insopportabile.

Insopportabile in quanto in una nazione civile ”la solidarietà collettiva” dovrebbe essere a tempo, finalizzata a risolvere e rimuovere gli ostacoli che frenano lo sviluppo economico e la crescita civile della aree cosiddette “depresse o sottosviluppate”. Ma tutto questo per un tempo ragionevole!

Ma se questa “solidarietà” dovesse essere scambiate per “continuativa e illimitata” come potremmo definire questa assurda situazione?

Dabbenaggine o imbecillità collettiva, totale disinteresse dell’opinione pubblica in merito alla finanza dello Stato, spinta fino alla delega totale ed incondizionata al cinismo politico?

Difficile dare una risposta definitiva, ma il dubbio che le due ipotesi, sopra menzionate, possano coesistere ed interagire in modo complementare è molto convincente.

Eppure le lamentele, le aspre critiche, le denunce in merito a questa inconcepibile situazione esistono e sono sovente molto accese.

Tuttavia colpiscono perché sono lamentazioni di “singoli”, solitarie e assolutamente inconcludenti. In sostanza si tratta di tanti minuscoli “greggi di cassandre belanti” che fanno solo rumore, ma che non intimoriscono seriamente i “decisori politici”.

E’ su questa “constatazione” sorprendente che la Casta Politicante ha potuto reggere e proliferare e per il futuro forse continuare a dormire sonni tranquilli.

Domanda: i programmi elettorali dei Partiti sono credibili e possono offrire qualche garanzia, se poi al giro di boa della realizzazione degli stessi, questi sono totalmente dimenticati o mutilati al punto da risultare snaturati?

Forse che i Partiti temono il controllo dell’opinione pubblica? Non sembra!

L’esperienza insegna che la “memoria” del corpo elettorale, dopo una immediata reazione d’indignazione, si attenua per esaurirsi inspiegabilmente.

Tuttavia i Partiti (e le relative Caste Politicanti) hanno messo in conto che chi “governerà” sarà inevitabilmente penalizzato, anche pesantemente, ma che chi è stato all’ opposizione potrà sempre sperare di sostituirsi sulla desiderata “giostra”, dispensatrice di benefici e di potere.

Infatti questa convinzione, ormai sperimentata da troppo tempo, li induce ad un percorso caratterizzato da una avallante consuetudine giustificatoria che suona come spregiudicata strafottenza.

La domanda di fondo che si pone è fino a quando potrà perdurare una situazione così avvilente e degradante?

Nessuno per ora, come se fossero tutti disorientati e senza speranza, azzarda una risposta.

Sembra che l’ineluttabilità, la rassegnazione e una penosa incertezza, anche davanti ai clamorosi ribaltoni elettorali che si sono ultimamente verificati, siano ancora i sentimenti che dominano gli animi e le aspettative della stragrande maggioranza della comunità nazionale.

Intanto i mali antichi, di cui si è parlato, continuano ad accumularsi e a pesare come un macigno sulla vita quotidiana di tutta la collettività.

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