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Politica Nazionale

Tutti a lezione da Matteo Salvini.

Il leader del Carroccio è l’uomo copertina di questo primo scampolo di legislatura.

13 Giugno
15:00 2018

Matteo Salvini è l’uomo del momento.

La gestione dell’imbarcazione Aquarius, carica di migranti e finita per essere accolta dalle autorità spagnole, può definirsi come la sua prima vittoria da quando è Ministro degli Interni, un successo pieno che, come è noto, si porta dietro anche il solito carico di critiche pesanti, fardello inevitabile per chi prende decisioni.

Tuttavia, in queste prime ore di governo, è emerso a tutti che per decisionismo, potere politico e spazio occupato sui media, il leader leghista sia nettamente avanti al duo Conte e Di Maio, letteralmente bruciati ai blocchi di partenza.

Salvini non rappresenta la novità in senso stretto; viene eletto in Parlamento Europeo già nel 2004 e da cinque anni è segretario della Lega, partito a capo di varie amministrazioni: eppure è bravo a farsi percepire come il nuovo che avanza, l’uomo di rottura, per nulla scalfito dall’ondata grillina che ha sepolto i partiti tradizionali, anzi, con loro si è rinforzato divenendone complice e portavoce degli scontenti. E chissà se un giorno non riuscirà a inglobarne parte dell’elettorato.

 

Certo di tempo ne è passato da quelle politiche del 2001 in cui Lega Nord raccolse appena il 3,9 %, mentre ora, secondo i sondaggi, veleggerebbe intorno al 25%. Merito di Matteo da Milano che, dopo aver deposto il Senatur, ha dato un volto più votabile al partito, epurandolo di quei soggetti e atteggiamenti razzisti/folkloristici che lo avevano reso per molti poco appetibile e, soprattutto, lo ha nazionalizzato.

 

Ha spostato i confini del partito dal Po alle coste italiane intestandosi il problema dell’immigrazione: la gente ha apprezzato, e ogni volta che si è recato al Sud i sostenitori aumentavano.

 

Certo, le roccaforti restano al Nord dove, tra gli altri, il Carroccio è a capo di Lombardia, Veneto, Friuli e fa parte della maggioranza nella giunta Toti, in Liguria.

 

Salvini è sempre stato abbastanza sottovalutato dai soloni della politica, da chi negli ultimi anni ha disquisito sui massimi sistemi lasciando andare alla deriva un Paese: troppo rozzo, troppo populista, poco elegante con quelle felpe e quelle polo, pareva il pensiero comune.
Salvini divide, o lo si ama o lo si odia.

 

Lo odia una certa sinistra, buonista e accogliente, lo odiano vari intellettuali rinchiusi da troppo tempo nelle loro torri d’avorio come Saviano o Vauro, incapaci di chiedersi il perché del fenomeno senza considerare il suo elettorato più sciocco degli altri.

 

C’è chi, tra di essi, pur non votandolo, ne ha riconosciuto le qualità attirandosi gli insulti di molti: è il caso di Claudio Amendola o Alba Parietti, da sempre di sinistra, ma capaci di intravederne le qualità; il primo addirittura lo definì come il politico più capace degli ultimi vent’anni.

 

Matteo, poi, è uno stakanovsta della comunicazione: difficile passare una settimana senza vederlo in qualche talk di Mediaset o di La7 ad arringare la folla, e la sua pagina Facebook ha superato i due milioni di like, registrando sempre un altissimo tasso di interazione.
E ciò senza togliere un minuto alle ore trascorse nelle piazze e nei mercati, tra comizi e raccolte firme.

 

Salvini fa esattamente quanto promesso in campagna elettorale e cosa gli chiede chi lo ha votato, e con l’atto di forza Aquarius ha dato un segnale preciso: battere i pugni sul tavolo, incaponirsi, può portare a dei risultati. Negli anni precedenti, questa espressione, battere i pugni sul tavolo, abbondantemente usata, non aveva mai visto reale applicazione.


Così non è stato l’altro ieri.


Il Ministro degli Interni ha fatto all-in lasciando al largo delle coste internazionali oltre 600 migranti: sapeva che qualora non si fosse fatta avanti la Spagna o un paese terzo, sarebbe toccata a lui la gestione della patata bollente, perdendo la faccia.


Certo, fosse scappato il morto avrebbe dovuto rispondere a critiche ferocissime, e qualcuno avrebbe di certo chiesto le sue dimissioni.


E’ stato un rischio calcolato: la nave era stabile, non la classica bagnarola, e le situazioni all’interno di essa erano monitorate.

 

Rischiare ogni tanto paga, scegliere di abbracciarla la causa Conte staccandosi almeno a livello nazionale da Berlusconi fa parte di ciò, ma per ora è troppo presto per giudicare l’opportunità di tale scelta.

 

Questo inizio con il botto ha messo un po’ in secondo piano gli altri due protagonisti dell’esecutivo, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, il primo subordinato per forza di cose alle volontà dei due patiti di maggioranza, il secondo alle prese con un Ministero carico di incognite e problemi.


Anche sulla scelta dei Ministeri Salvini si è dimostrato intelligente prendendosi quello che lo avrebbe esposto di più (insieme a quello economico) e in cui avrebbe cercato di fare quanto promesso in campagna elettorale.

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