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Di tutto un po'

Maria Antonietta: dalla frivolezza alla grandezza!

Brevi considerazioni su di una regina, di Alessandro Mella

Monumento funebre a Luigi XVI e Maria Antonietta (Foto di Eric Pouhier)
4 Luglio
10:00 2018

«Una donna che non aveva se non gli onori senza il potere, una principessa straniera, il più sacro degli ostaggi, trascinarla dal trono al patibolo, attraverso ogni sorta d'oltraggi, vi è in ciò qualcosa di peggio del regicidio»

(Napoleone Bonaparte)

 

Se una cosa la storia insegna è che le vicende umane possono presentare imprevisti tali da mutare i destini d’una persona come una folgore. Eppure, malgrado questo, lasciare dietro di sé giudizi e memorie contrastanti.

È, almeno in parte, il caso di Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, arciduchessa d’Austria e successivamente regina consorte di Francia e Navarra. Nata nel 1755, cresciuta nella rigida etichetta della corte di Vienna, fu destinata ad una vita breve e dai risvolti feroci.

Come moltissime donne del suo tempo, particolarmente quelle della nobiltà e delle famiglie reali ed imperiali, in giovane età lasciò i suoi affetti e la sua patria per un matrimonio prettamente politico.

È noto come, fino a non troppo tempo addietro, i grandi matrimoni suggellassero alleanze, ristabilissero rapporti diplomatici e finissero per condizionare la politica europea fino a diventarne uno strumento. Lei, già graziosa, andò in sposa al delfino di Francia, il famoso Luigi XVI, quand’era appena quattordicenne.

Né la vita di corte, né il passaggio degli anni e la maturazione diedero a quel rapporto la possibilità di crescere e consolidarsi. Luigi fu lungamente distaccato per carattere e per vocazione spontanea, complice anche un problema fisico tardivamente risolto chirurgicamente, e solo dopo molto tempo ebbe le pur minime attenzioni verso la consorte.

Attenzioni svincolate da amore e passioni ma, anche queste, finalizzate ad interessi politici e dinastici poiché, nessuna famiglia reale ne è esente, la necessità di dar vita ad un principe ereditario si faceva una priorità crescente.

Due figlie e due figli maschi portarono a crescere la dinastia. Il maschio primogenito morì giovanissimo e le vicende in corso ne offuscarono quasi la memoria, il secondogenito, frattanto diventato il nuovo erede al trono, ebbe una vita quasi altrettanto breve ma ricca di dolori e dispiaceri e morì in circostanze disumane.

A corte, tuttavia, Maria Antonietta iniziò a compensare le poche attenzioni e la poca passione del marito con ogni sorta di frivolezza. Quest’ultimo, consapevole delle proprie mancanze, prese a fornirle i mezzi economici per soddisfare ogni capriccio e lo fece senza misura e, occorre riconoscerlo, con una leggerezza che gli era consueta. In poco tempo i costi della corte aumentarono a dismisura al punto di pesare sensibilmente, ed in modo devastante, sui bilanci dello stato. Uno stato impoverito dagli sperperi come dai costi del sostegno alla guerra civile americana: «Come potevo sapere che lo stato versasse in simili condizioni? Quando chiedevo del denaro me ne veniva dato il doppio del richiesto!» (1).

Nelle strade la gente moriva di fame. Luigi, fondamentalmente un buon uomo piuttosto ingenuo, non ne ebbe sentore e quando fu messo di fronte all’evidenza si trovò in enormi difficoltà La convocazione degli stati generali, le oneste richieste del terzo stato ed il precipitare della situazione portò in breve a quella rivoluzione che lui, ma nemmeno parte di coloro i quali lo consigliavano, seppe capire fino in fondo. Tanto da esserne, infine, travolto in prima persona.

Maria Antonietta fu, forse, più lucida di fronte alla rivoluzione. Tentò di arginarne gli effetti attraverso reti di contatti d’ogni sorta, si disperò per l’ormai prossima fine della monarchia assoluta in Francia e visse con profondo travaglio interiore l’evolversi degli eventi. La fallita fuga a Varennes, gli arresti, la condanna di un marito che prese ad amare nella tragedia, la sottrazione dell’unico figlio maschio vivente ed infine il processo fecero di una frivola, e spendacciona, principessa straniera una donna fiera nella disperazione: «Se soltanto il popolo si rendesse conto di quanto è diventata grande nella disgrazia, dovrebbe riverirla e amarla invece di credere a tutte le cattiverie e le menzogne che sono state messe in giro dai suoi nemici». (Luigi XVI) (2).

Tutto ciò che fosse stato possibile fare per ferire “l’austriaca” fu fatto e nessun dolore gli venne risparmiato. Ne uccisero anche la più amata confidente mostrandole, dalla finestra della prigione, la testa portata in macabra processione sulla punta d’una picca. Dopo la morte del marito, oggetto anche lei e forse maggiormente dell’odio popolare, fu mandata a processo tra contrastanti opinioni.

Le accuse si spinsero fino all’incesto. Sdegnata da quanto il rancore potesse inventare pur di farle del male reagì con coraggio e fierezza respingendo ogni accusa: «Se non ho risposto, è perché la natura stessa si rifiuta di rispondere ad una simile accusa lanciata contro una madre! Mi appello a tutte le madri che sono presenti!» (3).

Tale fu la sua reazione che i popolani presenti in aula, a lei originariamente fortemente ostili, non poterono che sostenerla. Ma l’odio giacobino, crescente e assetato di sangue, lo volle sulla ghigliottina. Desiderò che ella seguisse il martirio del sovrano che aveva sposato. La dignità, la fermezza e l’energia dimostrata da quella detestata donna andavano a maggior ragione punite. La piazza chiedeva la carne, l’ostentazione della morte e la testa in mano al boia.

Maria Antonietta, dopo l’ennesima notte in povertà nella sua cella, raggiunse la ghigliottina senza isterie, con classe quasi. Salì sul patibolo avvolta da un’umile veste bianca, spettinata, trascurata ma non abbastanza da distruggerne del tutto l’innato fascino. Con delicatezza fece ogni scalino, si scusò con il boia per avergli inavvertitamente calpestato un piede.

Un sibilo, un fruscio tetro, ne fecero concludere la vita terrena. Aveva vissuto in una frivolezza consolatoria per anni, era passata attraverso la tragedia e la sofferenza ed ora, nel momento del martirio, moriva da grande e dignitosa regina. Fu realmente maestosa e regale in quegli ultimi istanti, nei mesi in cui dovette subire ogni angheria prima che il suo corpo fosse gettato in una fossa comune. I suoi resti, come quelli di Luigi XVI, furono riesumati dopo la restaurazione per volontà del cognato Luigi XVIII che gli fece dare più degna sepoltura.

Ancora oggi contrastanti sono i giudizi. Le si rimproveravano le spese folli, l’umana leggerezza ed il distacco dal suo popolo. Al punto che, quotidianamente, le si vede attribuire il famoso aneddoto, falso ed inventato molti decenni prima della sua nascita, secondo cui a chi gli faceva notare la richiesta di pane da parte del popolo essa avesse risposto: Che mangino brioches!

Non lo disse mai, nemmeno lo pensò, ma molto significativo è il fatto che questa etichetta le sia stata messa addosso e sia dura da far scomparire (4).

Se ne dica quel che si vuole ma certamente, pur in una vita terrena maggiormente priva di glorie, essa seppe elevarsi nella fine fino ad ascendere al pantheon della grandezza. Maria Antonietta, una sciocca e vanesia, che di fronte al martirio seppe essere una grande regina.

Nota 1 - Joan Haslip, Maria Antonietta, p. 218.

Nota 2 - Joan Haslip, Maria Antonietta.

Nota 3 - Antonia Fraser, Maria Antonietta: La solitudine di una regina, pp. 32, 77, 80, 472.

Nota 4 - Evelyne Lever, Maria Antonietta – L'ultima regina, pp. 422-423.

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