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Cronaca

I giovani rinchiusi in una grotta e la loro capacità di restare sereni di fronte ad una trappola che avrebbe potuto rivelarsi mortale

18 Luglio
11:00 2018

Il drammatico salvataggio di una dozzina di ragazzi rimasti accidentalmente chiusi in una caverna thailandese allagata, ha evidenziato la loro capacità di saper resistere ad un trauma psichico, per lo più legato alla claustrofobia ed alla eventualità di non poter riuscire a guadagnare l'uscita e a rivedere la luce e le loro famiglie. I giovanissimi superstiti tailandesi di cui hanno parlato a lungo i giornali di tutto il mondo, erano partiti senza cibo né acqua e sono rimasti al buio per nove giorni destando stupore  nel mondo intero per aver saputo controllare egregiamente il panico, che una situazione simile avrebbe potuto causare. La necessità più urgente, per gli involontari prigionieri, era quella di avere assicurato il loro fabbisogno di ossigeno, impegnandosi a rintracciare sufficienti sacche d'aria per evitare di soccombere all'asfissia. E' noto che gli esseri umani sono in grado di sopravvivere tra i trenta e gli ottanta giorni senza mangiare, tre giorni senza bere e tre minuti senza respirare.  La notevole quantità d'acqua da cui erano circondati ha permesso a tutti una buona idratazione, condizione questa che ha salvato loro la vita, poiché il corpo umano non può fare a meno dell'acqua per più di tre giorni infatti, sudando, respirando e urinando, l'organismo perde 2 litri di acqua ogni giorno, andando incontro rapidamente ad una disidratazione tale da non poter sopravvivere.  

Nonostante i giorni rimasti intrappolati nell'oscurità di una grotta angusta e parzialmente sommersa, lo stato psicologico dei giovani è stato definito "molto buono", dagli esponenti del Ministero della Salute Pubblica che, per primi, sono rimasti sorpresi,  dato che i ragazzi e il loro allenatore di football erano riusciti a sopravvivere per più di una settimana al buio pesto,  su una stretta sporgenza - con il tempo che passava lentamente, angustiati dalla fame e dalla paura di non essere mai più ritrovati.

L'opzione di condurre i ragazzi all'esterno della grotta percorrendo uno stretto cunicolo in cui hanno dovuto compiere una serie di immersioni, era dapprima considerata estremamente pericolosa, ma il gruppo di esperti, fra cui numerosi  sommozzatori professionisti, sono giunti alla conclusione  che la priorità era quella di farli uscire in tempi rapidi, prima che le piogge allagassero l'intricato labirinto delle grotte.

Sia pure se  le valutazioni sulla loro salute riscontrate fino ad oggi siano risultate ottimali, gli esperti hanno affermato che avranno tutti necessità di essere monitorati attentamente, per evidenziare precocemente i segnali di disagio psicologico che potrebbero richiedere anche alcuni mesi per manifestarsi. Nelle settimane successive a questo calvario, è infatti noto, dagli studi effettuati su soggetti incorsi in esperienze simili, che possano affiorare alla mente ricordi capaci di causare sensazioni sgradevoli e far rivivere, tramite esperienze di flash back i momenti più drammatici della loro avventura. Questi sintomi, di norma, si risolvono mediamente dopo un mese, ma se persistono più a lungo, devono far sospettare  la presenza di un disturbo da stress post traumatico, noto come PTSD, i cui sintomi sono generalmente raggruppati in quattro tipi differenti: avere ricordi sgradevoli, dare mostra di ignorare l'evento, insorgenza di cambiamenti negativi nel pensiero e nell'umore e comparsa di evidenti variazioni nelle reazioni fisiche ed emotive. Questi sintomi possono variare nel tempo e essere  presentare differenze, anche notevoli, da persona a persona.

La  sintomatologia causata dai ricordi dei momenti spiacevoli vissuti durante l'esperienza consiste, nello stato di veglia, nel rivivere l'evento traumatico come se stesse avvenendo di nuovo. Oppure il soggetto potrà rivivere la sua esperienza in sogno, soffrendo per le sensazioni provate durante veri e propri incubi che angosciano la vittima di una esperienza terrificante o ancora potrà subire un grave stress emotivo in grado di provocargli una crisi di panico, di fronte a qualsiasi elemento capace di ricordargli ciò che gli è accaduto durante il trauma subito.    

A fronte di questi sintomi il paziente attua sovente un meccanismo difensivo, tendente a sfuggire al ricordo dell'evento, per cui cercherà di evitare di pensare o parlare di quanto gli è successo ed eviterà luoghi, attività o persone che possano ricondurre i suoi pensieri al turbamento subito. Di frequente si osserveranno cambiamenti nell'umore, con esternazione di pensieri caratterizzati da una più o meno importante negatività, manifestando angoscia  per il futuro ed una difficoltà a mantenere relazioni costanti o mancanza di interesse per le attività che, prima del trauma lo attraevano, unita alla difficoltà a gioire di fronte ad una emozione positiva. Il soggetto potrà apparire costantemente in atteggiamento introspettivo, sempre all'erta, come se si aspettasse di dover sfuggire ad un pericolo, manifestando difficoltà di concentrazione e alterazioni del carattere,  come facile irritabilità, scoppi d'ira o comportamenti aggressivi

Nei casi più gravi potrà gradualmente sviluppare un comportamento autodistruttivo, cominciando ad esagerare con il bere eccessivamente, o guidando in maniera pericolosa. Questi sintomi possono essere assai variabili, palesandosi in un periodo della vita in cui maggiore è lo stress, o quando il ricordo della situazione pericolosa in cui era venuto a trovarsi, riaffiora alla mente a causa di un rumore, come quello di un aereo o di un'auto che gli ricordano rumori avvertiti nel corso dell'esperienza.

E' auspicabile che i ragazzi rimasti intrappolati nella grotta in Thailandia non sviluppino il corteo di sintomi fin qui descritti. Nel corso dell'esperienza hanno avuto modo di dimostrare una insospettabile forza d'animo, rafforzata di certo dalla presenza del loro istruttore, un ex monaco buddista, a cui sono andati nonostante la leggerezza dimostrata nel condurre i giovani in un luogo pericoloso, numerosi apprezzamenti per aver saputo gestire le inevitabili paure, insegnando loro a restare calmi anche mediante l'utilizzo di  tecniche di meditazione che, sia pure senza la disponibilità di farmaci, hanno permesso efficacemente di indurre  e mantenere uno stato di serenità, sia nell'istruttore che nei giovani coinvolti dal pericoloso incidente, dimostrandosi una modalità assai valida per placare gli stati d'ansia.

Un dato questo da sottolineare rammentando quanto accaduto, che tutti noi dovremmo tenere in seria considerazione ed approfondire, per arricchire la nostra conoscenza riguardo la potenzialità di un presidio farmacologico naturale, la meditazione,  capace di offrire un rimedio efficace negli stati d'ansia, senza risultare inquinante per l'organismo.

 

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