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Politica Nazionale

Rai. L’ostinazione su Foa. Ma allora nulla è cambiato?

Che cosa ci sta capendo il cittadino? Il teatrino continua

6 Agosto
08:30 2018

Fa caldo e l’attenzione del cittadino verso la Politica politicante si è di molto affievolita, a maggior ragione per quanto concerne il rinnovo dei vertici Rai.

Nei giorni scorsi s’era aperto - e rapidamente richiuso - un altro scenario, concernente la governance delle Ferrovie. Tutti a casa, si rinnova! Nel momento in cui l’inesperto Ministro Toninelli vuole stravolgere le scelte del trasporto ferroviario sin qui seguite, è infatti indispensabile creare un vertice docile e asservito al potere. Nessuno reclama, perché in fin dei conti tali scelte rientrano nelle prerogative del Governo.

Ma la Rai riveste un peso politico immensamente superiore: inoltre per decidere servono i numeri, a prescindere da chi governa e propone, di concerto, le candidature.

L’attuale Maggioranza aveva proclamato solennemente la liberazione della tv pubblica dalle ipoteche paralizzanti della Politica, tuttavia le diatribe attorno alla nomina del Presidente designato dal Ministero dell’Economia, Marcello Foa, danno la rappresentazione plastica di quanto e di come la Politica pretenda ancora di mettere le mani sulla Rai, a prescindere dal colore rosso, azzurro o giallo-verde delle proprie livree.

Ma entriamo meglio nei dettagli del collegato groviglio legislativo, forse sfuggito ai più.

Il provvedimento di riforma della Rai approvato a fine 2015, in piena epoca renziana, prevede che "la nomina del Presidente del Consiglio di amministrazione è effettuata dal Consiglio medesimo nell'ambito dei suoi membri e diviene efficace dopo l'acquisizione del parere favorevole, espresso a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, della Commissione parlamentare di vigilanza".

Siccome la Commissione è composta da 40 membri, al candidato Presidente occorrono almeno 27 voti favorevoli, che sottendono quindi un’ampia convergenza tra forze di maggioranza e forze di opposizione.

Logica vorrebbe che il regista dell’affaire, per essere sicuro di veder sostenuto il proprio candidato senza rischiare di bruciarlo, debba far scorrere sul filo almeno una preventiva telefonata di cortesia a quel leader in grado di disporre e di convogliare i voti indispensabili.

Invece?

Foa, scelto da Matteo Salvini (il quale tuttavia non riesce a farlo digerire a Silvio Berlusconi e a Forza Italia, nonostante l’esperienza professionale in giornali di area berlusconiana) ha raccolto in Commissione di vigilanza 22 voti favorevoli (hanno votato in 23, per cui c’è stata una scheda bianca).

Che cosa potrebbe succedere ora?

Il Segretario del Carroccio e Ministro dell’Interno non intende demordere, e sta nuovamente provando a convincere - forse tardivamente - il leader di Forza Italia a sostenere Foa. I soliti pontieri pronosticano che alla fine Matteo Salvini riuscirà nell’intento, cedendo in cambio qualcosa (qualche Direttore di rete o di tg vicino alle posizioni azzurre?).

Se così fosse, nulla sarebbe cambiato: e del resto i viziacci sono duri a morire.

Dunque si confermerebbe la solita Rai governata con il bilancino della spartizione tra partiti, sebbene il Presidente della Camera - Roberto Fico – non avesse anche nei giorni scorsi mancato di sottolineare il suo personale disappunto per il metodo osservato da Lega e Cinque Stelle nel rinnovo dei vertici della tv pubblica.

Va altresì ricordato come, sempre in base alla già menzionata Legge del 2015, i membri del Consiglio di amministrazione Rai siano così individuati: due eletti dalla Camera dei Deputati e due eletti dal Senato della Repubblica, con voto limitato a un solo candidato. Altri due designati dal Consiglio dei Ministri, su proposta del dicastero dell'Economia e delle Finanze e conformemente ai criteri e alle modalità di nomina dei componenti gli organi di amministrazione di quelle società controllate - direttamente o indirettamente - dal Ministero dell'Economia stesso. Un membro viene poi designato dall'assemblea dei dipendenti della Rai-Radiotelevisione italiana Spa, selezionandolo fra i dipendenti dell'azienda titolari di un rapporto di lavoro subordinato da almeno tre anni consecutivi, con modalità che garantiscano la trasparenza e la rappresentatività della designazione stessa. 

Facile intuire quanto la tv pubblica, con questo meccanismo introdotto dalla Legge del 2015, finisca coll’essere irrimediabilmente condizionata dalla maggioranza di Governo, ancora più di quanto non fosse già accaduto con le precedenti normative.

Foa è uno dei due designati dal Consiglio dei Ministri, unitamente a Fabrizio Salini, il quale dovrebbe ricoprire il ruolo di Amministratore delegato della Rai.

Qualora Foa non dovesse superare il fatidico scoglio dei 27 voti in Vigilanza, avrà di fronte a sé due strade: dimettersi anche da Consigliere oppure permanere in Consiglio, con un diverso Presidente che dovrebbe essere scelto tra gli altri 5 Consiglieri (escludendo per l’appunto Salini, già destinato al ruolo di a.d.). Intanto, stante la Legge, in mancanza di un Vicepresidente Foa continuerà, come Consigliere anziano, a presiedere il Consiglio Di amministrazione fino a quando in Vigilanza uno degli altri Consiglieri non raggiungerà i due terzi dei componenti per essere nominato Presidente.

Anche dal Quirinale risulta stia trapelando una certa irritazione per il pasticciaccio, ampliato da arroganza e/o da imperizia. Oltre al PD, anche il Consigliere di amministrazione della RAI eletto dai dipendenti dell’Ente, sta sollevando l’irregolarità della situazione.

Si lascia intendere che Mattarella, vedrebbe come uno strappo e una forzatura politico-parlamentare l’eventuale ostinazione di Foa a restare su quella poltrona nonostante il voto contrario della maggioranza della Vigilanza, che non ha ratificato la sua nomina, decisa dal Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini.

Comunque, in ultima analisi, a prescindere dalla RAI vorremmo finalmente capire dove potrà mai approdare il metodo usato da Lega e Cinque Stelle per indicare i vertici degli Enti di primaria importanza. Figure apicali le quali, per divenire pienamente operative, necessitano anche della condivisione del Parlamento.

Sul controllo della tv pubblica si sta in ogni caso consumando uno scontro aspro e senza esclusione di colpi all’interno del Centrodestra.

Pare che Salvini voglia andare fino in fondo, anche a costo di mandare in frantumi un’alleanza che peraltro sta dando prova di buon governo in alcune regioni del Nord Italia.

Berlusconi e i suoi non intendono al momento farsi fagocitare dal Carroccio e dunque preferiscono resistere piuttosto che avallare ogni scelta unilaterale fatta dagli uomini di Salvini.

Quale sarà la pagina successiva?

Torneremo profeticamente al “Tanto peggio, tanto meglio”?

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