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Cronaca Nazionale

Lorys Stival - Madri che uccidono i figli / sindrome di Medea.

Il mito greco attraverso il figlicidio commesso da Veronica Panarello.

8 Agosto
09:00 2018

La Corte d’assise d’appello di Catania, il 5 luglio scorso, ha condannato Veronica Panarello a 30 anni di reclusione.

Siamo di fronte a uno scenario con quattro versioni diverse rappresentate dalla Panarello, ma le telecamere la inchiodano, in quanto l’hanno inquadrata mentre andava al canalone a depositare il figlio, nonostante, nella prima versione, avesse dichiarato convinta, di avere lasciato il figlio a scuola.  

 

Ci sono, di fatto, degli elementi che scagionano il suocero, Andrea Stival, che lei ha continuato ad accusare, perfino a sentenza pronunciata, con la frase urlata: ‘T’ammazzo!

 

Il suocero non era sulla scena del delitto, come documentato dal suo cellulare e dai testimoni e la relazione extraconiugale con Veronica, che lei indica quale movente del delitto, riconducibile alla scoperta da parte del figlio Lorys, della relazione incestuosa tra di loro, non trova elementi di riscontro.

 

Analizzando l’atteggiamento di Veronica, durante il processo, i sui sembrano quasi frammenti di una confessione, in cui lei continua a cambiare versione per arrivare forse, a una confessione vera. Al tempo stesso, con la chiamata in correità del suocero, c’è la sua volontà di spostare l’attenzione verso la vita privata, per mettere in confusione i giudici.

 

L’alibi di Andrea Stival, come è stato osservato, è basato sulle dichiarazioni della sua compagna Andreina. Non è stato visto sulla scena del crimine, mentre era nel negozio di Vanity House con la compagna, sotto l’appartamento di Veronica il giorno del delitto ma lui, così come Andreina, avevano omesso di dirlo: questo potrebbe rappresentare un punto oscuro, negativo da sottolineare ma comunque, giustificato dalle compere che i due, la mattina del 29.11.2014, intendevano fare.

 

L’unico dato a sostegno della relazione extraconiugale, è l’anomalo traffico telefonico dal mese di maggio, al momento dei fatti, ma questo potrebbe solo provare la loro relazione, non la complicità nell’omicidio.

 

Infatti, il compito del magistrato, non è accertare la relazione clandestina tra Veronica e il suocero, ma accertare la verità dei fatti attinenti l’omicidio.

Al di la comunque di quella che è stata la verità processuale, sul piano psicologico però, andando nelle profondità oscure dell’anima, non si conoscono le vere motivazione, le ragioni che hanno spinto la Panarello a questo gesto omicidiario, ossia quali siano state, nella sua mente, le cause scatenanti in lei, l’dea di voler togliere di mezzo il figlio.   

 

Il Gup, in primo grado, con rito abbreviato e i Giudici d’Appello, in secondo grado, quando hanno inflitto 30 anni alla Panarello, lo hanno fatto motivando questo omicidio con il dolo d’ impeto.

Si potrebbero, secondo pareri specialistici criminologici, ricondurre i fatti al quadro criminale della cosiddetta sindrome della Medea, madri che uccidono i figli, ossia un figlicidio per vendetta, spiegato nel mito greco.

Medea, secondo la leggenda, nipote di Circe, aveva ereditato poteri magici e, innamorata di Giasone, uccise il fratello, consentendo al proprio amato di ottenere il vello d'oro e fuggire con lei e gli Argonauti, mentre il padre era intento a raccogliere i resti del figlio morto.

 

Giasone, però, dimenticò in fretta l’amore per Medea e, ingrato, sposò una donna più giovane. Medea, quindi, pianificò la sua vendetta: simulando una riconciliazione con la sposa, le tessette un vestito nuziale intriso dei peggiori veleni, che la uccisero non appena lo indossò. Poi, non contenta, punì anche Giasone, uccidendogli i suoi figli anche se, baciandoli prima a più riprese, probabilmente cercò di compensare il rimorso della loro prematura vita da lei spezzata.

 

Sotto questo profilo, il comportamento di Veronica Panarello viene avvicinato a quello della sindrome di Medea. Una mamma che uccide i propri figli per punire d’impeto il marito, Davide Stival e il suocero, in questa storia, che il Gup, in primo grado, aveva definito "una spirale di cieca distruzione dell’idea di famiglia e dei valori che essa stessa incarna".

 

Nella storia della cronaca italiana non mancano comunque analogie con altri casi, tra cui il più clamoroso, fu quello di Annamaria Franzoni, la mamma di Cogne che, in un raptus, uccise il piccolo Samuele, pur continuando a negare sempre le sue colpe.

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