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Interviste

Carlo Costalli: una forzatura spendere il termine "dignità"

Analizziamo con il Presidente del MCL il recente provvedimento governativo: bocciato l'aumento della rigidità, pur evidenziando qualche aspetto positivo

10 Agosto
08:00 2018

Visti i significativi e pungenti elementi di giudizio che offre, Civico 20 News ospita in anteprima un’intervista concessa al Direttore di “2006 più Magazine”, pubblicata sul numero attualmente in distribuzione (Maggio-Luglio 2018). Marco Margrita interroga Carlo Costalli, autorevole rappresentante del laicato cattolico organizzato nel mondo del lavoro.

 

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Con schiettezza e senza pregiudizi, il Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori ci offre, in questo dialogo, un giudizio sul primo importante decreto del nuovo Governo. MCL è un’organizzazione che dà rappresentanza ai lavoratori senza essere una sigla sindacale, capillarmente diffusa in tutto il Paese e fortemente radicata sui territori. Interpellando la guida di questa realtà, che conta oltre 350 mila iscritti in Italia, vogliamo dar spazio al punto di vista dei “corpi intermedi”. Carlo Costalli (in foto con il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani) non si sottrae al confronto e ci propone subito la chiave di lettura per interpretare la sua valutazione del provvedimento: «Ho la sensazione che chiamarlo “decreto dignità” sia una forzatura, un’operazione di etichettatura, di marketing, una trovata a tavolino per infiocchettare un provvedimento che ha in sé certamente qualche buona idea ma anche una buona dose di propaganda e di populismo».

Presidente, il Governo e la sua Maggioranza, in particolare gli esponenti dei 5 Stelle, rivendicano di aver posto le basi, con questo decreto, per un vero e proprio cambio di passo. Concorda?

Pur ammettendo le buone intenzioni, forti perplessità destano i provvedimenti in materia di lavoro che, a nostro avviso, sono ben lontani e comunque del tutto insufficienti a rilanciare l’occupazione, che è il vero nodo del sistema-Italia. Così, le rigidità introdotte per decreto sui contratti a termine e sul lavoro in somministrazione sono provvedimenti demagogici che ingessano ulteriormente il mercato del lavoro, limitandone la flessibilità, e che finiranno inevitabilmente per produrre altra precarietà, oltre a un aumento delle ore di straordinario e del lavoro nero e sommerso.

Che cosa in particolare non funziona? Quali i limiti?

Sbagliato è, innanzitutto, pensare che l’occupazione si faccia per decreto. Resta un errore clamoroso, un errore ideologico, lo stesso di Renzi. Nessun decreto crea posti di lavoro, l’occupazione è un’altra cosa, le politiche attive sono un’altra cosa.

C’è, poi, un altro errore di fondo: l’aver confuso il concetto di precarietà con quello di flessibilità. Per noi l’occupabilità rimane il vero obiettivo da perseguire in un tempo in cui neanche il contratto a tempo indeterminato è garanzia di posto fisso: il vero ammortizzatore sociale è garantire la ricollocazione di chi ha perso il lavoro in un arco ragionevole di tempo.

Flessibilità, però, sembra ormai una parola impronunciabile.

Vero, sembra proprio così. E si sbaglia, perché la “buona flessibilità”, magari “negoziata”, è una risorsa necessaria alla gestione del lavoro e degli ordini di un’azienda moderna. Oggi, come dicevamo, nemmeno il tempo indeterminato è garanzia di posto fisso. Sappiamo bene, poi, che ci sono settori legati a periodicità e tempi di lavoro diversi: senza negoziare la flessibilità, in questi casi, che cosa accadrebbe? Aumenterebbero gli straordinari, il lavoro in nero, il ricambio continuo dei giovani. L’alternativa, e mi sembra difficile definirla precisamente ottimale, sarebbe chiudere le aziende. In questo senso il decreto ci fa compiere tanti passi indietro. Un’organizzazione come la nostra, che ha mai rifiutato la sfida di un autentico riformismo, non può non dirlo con chiarezza.

La reintroduzione dei voucher. Come la valutate?

Fu un errore abolire l’unico mezzo che, soprattutto nel settore agricolo ma non solo, se gestito bene può bloccare il nero. Con l’assenza dei voucher e questa nuova normativa il rischio di tornare ad alimentarlo è altissimo. Una intelligente riproposizione di quello strumento è davvero indispensabile.

Tutto sbagliato, tutto da rifare? O c’è qualcosa che salva in questo provvedimento?

Guardi, c’è tanta demagogia, lo stesso refrain ascoltato in una campagna elettorale che sembra non essersi mai conclusa, però non possiamo negare che ci sono punti significativi e parti decisamente da salvare. Tra gli aspetti che ci convincono ci sono senz’altro le limitazioni alla pubblicità sul gioco d’azzardo, la penalizzazione per chi delocalizza, le norme a contrasto dei licenziamenti selvaggi.

 

Marco Margrita

 

(Fotografia in copertina fornita da 2006 più Magazine)

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