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Di tutto un po'

Quel salto nel vuoto…

Andrea Biscàro ricorda il dramma dell’attrice teatrale Peg Entwistle

12 Settembre
13:00 2018

Hollywood. «Questa città – è l’amara riflessione dell’attrice Amanda Donohoe – è mossa unicamente dalla paura, la paura del fallimento». A completare il quadro, un divo come Errol Flynn: «A Hollywood hanno un grande rispetto per i morti, ma nessuno per i vivi». Nel mezzo, sogni infranti, promesse mancate e l’impatto con la propria personalità, non di rado inadatta ad affrontare certi ambienti governati da un business che eleva, abbatte e rigetta, se crede.

Associated Press, lunedì 19 settembre 1932:

«Ieri la polizia ha trovato, ai piedi della gigantesca lettera “H”, la prova di una tragedia della patria del Cinema, il corpo livido di una ragazza che ha fallito».

Procediamo con ordine e torniamo indietro di 24 anni. È il 1908, precisamente mercoledì 5 febbraio, quando a Port Talbot, cittadina del Galles (contea di Glamorgan) affacciata sulla costa orientale della baia di Swansea, nasce Millicent Lilian Entwistle, affettuosamente chiamata Peg. Il padre si chiama Robert, la madre Emily Stevenson. Vivono a West Kensington, Londra. Al momento della nascita sono in visita alla famiglia di Emily. La madre muore nel 1910. Due anni dopo il padre (attore teatrale) è assunto dal produttore di Broadway Charles Frohman per dirigere dei teatri a New York. E così la piccola sbarca nella Grande Mela.

Nel 1914 Robert si risposa con Lauretta Ross, sorella dell’attrice Jane Ross, moglie di Charles Harold, suo fratello. La coppia ha due figli, Milton e Robert Bleaks. Sette anni di serenità, poi la malasorte: Lauretta muore di meningite (1921) e il 2 novembre del ‘22 Robert è investito da un autista di limousine all’incrocio tra Park Avenue e la 72° Strada. Testimoni riportano che l’autista si è fermato, è sceso dal veicolo, ha dato un’occhiata al corpo riverso sull’asfalto e se n’è andato. È ancora uccel di bosco. Robert muore il 19 dicembre al Prospects Hospital di Brooklyn.

I suoi tre figli vengono affidati agli zii Charles e Jane che nel 1924 iscrivono Peg alla scuola Henry Jewett’s Repertory di Boston. La sua insegnante di recitazione è l’attrice Blanche Yurka. Sotto la sua guida, Peg studia con profitto, interpretando i lavori di Henrik Ibsen. È dotata, tanto che nel ‘25 suo zio e l’attore Walter Hampden le offrono il suo primo ruolo a Broadway: una particina non accreditata nell’Amleto, la cui protagonista è nientemeno che Ethel Barrymore! Lo stesso anno interpreta il ruolo di Hedvig in The Wild Duck di Ibsen. Tra il pubblico c’è una coetanea, tale Bette Davis, che rimane colpita dalla sua capacità di trarre il meglio, foss’anche da una manciata di battute. Le sue performance non passano inosservate agli scopritori di talenti del New York Theatre Guild, dove è ammessa nel 1926. Per comprendere lo spessore artistico della Entwistle, è bene ricordare chi si è accorto di lei. Il «Theatre Guild è una compagnia teatrale fondata a New York nel 1918» allo scopo di «produrre opere non commerciali da drammaturghi americani e stranieri. All’epoca era diverso dagli altri teatri in quanto il suo consiglio di amministrazione condivideva la responsabilità di scegliere i lavori, la gestione e la produzione. The Theatre Guild contribuì notevolmente al successo di Broadway dagli anni ‘20 fino agli anni ‘70».

Peg consegue il diploma di recitazione e interpreta ruoli di supporto in spettacoli importanti, guadagnandosi la stima professionale di colleghi, registi e produttori.

La sua prima interpretazione accreditata col Theatre Guild è del giugno 1926: si tratta del ruolo di Martha in The Man from Toronto. Dal ‘26 al ‘32 lavora col Guild in dieci spettacoli teatrali, sempre a Broadway. Tanto è il suo talento che nel ‘28 va in tour con la compagnia in occasione del decennale del Guild. La stampa è entusiasta delle sue interpretazioni. Peg prende tremendamente sul serio la recitazione. A tal proposito, si riporta il passo di un’intervista rilasciata all’Oakland Tribune e pubblicata il 5 maggio 1929:

«Preferirei interpretare ruoli che siano convincenti. Forse perché sono i più facili e al contempo i più difficili per me. Per interpretare qualsiasi tipo di scena che susciti emozione, devo lavorare sino a una data intensità. Se la raggiungo alla prima parola, il resto delle parole e delle battute escono spontaneamente. Ma se fallisco, devo sviluppare l’equilibrio del discorso e nel farlo l’intera caratterizzazione si sgretola. Sento che sto ingannando me stessa. Non so se le altre attrici hanno la mia stessa reazione oppure no, ma a me preoccupa».

Nell’aprile del 1927 sposa l’attore Robert Keith (anch’egli è scritturato dal Theatre Guild), papà di Brian Keith (avuto con la precedente moglie), attore cinematografico e televisivo, noto al pubblico italiano per la sitcom Tre nipoti e un maggiordomo. Un matrimonio, quello con Peg, che naufraga quasi subito. Il divorzio viene concesso nel maggio del 1929.

Nei primi mesi del 1932 è tra gli attori del popolare spettacolo teatrale di J.M. Barrie, Alice Sit-By-The-Fire. Per problemi legati all’alcolismo della protagonista, lo spettacolo viene cancellato. La perdita del lavoro la sprona a prendere la via della California, seppure il momento non sia dei migliori. Il crack del ‘29 è recente e l’America sta vivendo i duri giorni della Grande Depressione. Comunque sia, arriva a Hollywood e alloggia a casa dello zio, al 2428 di Beachwood Drive, sulle colline di Hollywood, lungo la direttrice della scritta Hollywoodland, eretta nel 1923 sul Monte Lee. Ogni lettera è larga 9 metri e alta 15. Al tempo, di notte, era illuminata da una serie di lampadine. Nel 1949 il suffisso “Land” viene tolto e così l’illuminazione dalla rimanente scritta. Nel maggio del ’32, Peg va in scena con The Mad Hopes assieme a Billie Burke e Humphrey Bogart. Lo spettacolo ha un notevole successo. La critica è entusiasta di lei.

Tre giorni dopo la conclusione delle repliche (inizio di giugno), sta facendo i bagagli per tornare a New York, quando riceve una chiamata dalla RKO per un provino. É il Cinema, il sogno di tante ragazze, la massima tra le visibilità! Passa il provino e ottiene una piccola parte nell’originale thriller psicologico (oggi lo definiremmo così) dal titolo Thirteen Women, regia di George Archainbaud, prodotto da David O. Selznick. Il cast è di ottimo livello: Irene Dunne, Ricardo Cortez, Myrna Loy, Mary Duncan e, nella parte di Hazel Clay Cousins, Peg Entwistle. Basato sull’omonimo romanzo di successo di Tiffany Thayer, il film viene presentato a New York il 15 ottobre e a Los Angeles in novembre. L’anteprima, proiettata ad agosto, riceve il “no” della critica. Forse è una pellicola avanti coi tempi, fatto sta che al botteghino si rivela un flop. Immensa la delusione di Peg. In pratica, è senza lavoro oltre che al verde.

L’insuccesso del suo primo film, il fatto d’essere in bolletta, le nubi grigie che si addensano sul Paese e, di riflesso, su se stessa e sulla personale visione del futuro, minano la sua evidentemente già fragile stabilità emotiva. Nella sua mente tutto sembra privo di speranza.

È il 16 settembre 1932. Un venerdì sera.

Peg Entwistle lascia un biglietto per suo zio. Lo avvisa che sta uscendo per far visita a degli amici. In realtà, esce di casa e si incammina verso la fine. É una lunga, fresca camminata notturna, con la scritta Hollywoodland costantemente di fronte a sé, più vicina ad ogni passo, sempre più grande. Ha tutto il tempo per pensare. Oppure no. Ha già deciso e va, per inerzia, sospinta da una quieta disperazione che precede l’attimo.

È ai piedi delle gigantesche lettere. La luce artificiale della scritta la investe. Tutto le appare terribilmente irreale. Sceglie la H o, più semplicemente, è la prima lettera che raggiunge. Dietro ogni lettera c’è una scala per la manutenzione. Si toglie la giacca, la piega e la posa sulla nuda terra, assieme alla borsetta. Quindi sale e raggiunge la sommità della lettera. Durante la salita perde una scarpa, che va a cadere non distante dagli effetti ordinatamente disposti sul terreno. Poco male, tanto non dovrà più fare della strada, è arrivata al capolinea.

Un ultimo sguardo alle luci della città, quindi il salto. Quindici metri in caduta libera e, colpito il suolo, altri trenta metri giù per il Monte Lee.

Il 19 settembre, due giorni dopo, un’anonima escursionista passa nei pressi della scritta e vede la giacca, la borsetta e la scarpa; in seguito, il corpo di una donna. Apre la borsetta, non trova nessun documento, ma c’è un biglietto:

«Temo d’essere una codarda. Mi spiace per tutto. Se avessi fatto questa cosa tempo fa, avrei risparmiato un sacco di dolore. P.E.».

La donna raccoglie gli effetti personali e li lascia sugli scalini del dipartimento di polizia di Los Angeles, quindi chiama la stazione di polizia e dice ciò che ha visto e fatto. I poliziotti trovano il pacchetto sugli scalini, quindi si recano alla scritta e rinvengono il cadavere. Il certificato di morte riporta quale causa principale del decesso «fratture multiple del bacino». Una rapida autopsia certifica che Peg è morta a causa di un’emorragia interna dovuta alla rottura del bacino.

Sarà lo zio a identificare il cadavere e ad attribuire un nome alle iniziali «P.E.».

Il funerale ha luogo il 20 settembre al W.M. Strothers Mortuary, 6240 Hollywood Boulevard. Peg viene cremata e le sue ceneri riposano nella stessa tomba del padre, all’Oak Hill Cemetery di Glendale, Ohio.

Il quotidiano Los Angeles Herald Examiner le appiccica addosso un infelice soprannome: La ragazza della scritta Hollywoodland. Insomma, la ragazza che s’è buttata di sotto, la prima a volare giù dalla scritta. Una macabra, teatrale apripista…

Su di lei, nel corso degli anni, s’è detto di tutto, rumors e malignità che è inutile riportare.

Le uniche informazioni attendibili sulla sua esistenza sono quelle presenti nel libro di James Zeruk Jr., Peg Entwistle and the Hollywood Sign Suicide: a Biography (McFarland & Company, 2013). Un’opera scritta in collaborazione con la famiglia Entwistle, la quale ha messo a disposizione dello scrittore lettere, articoli, fotografie.

C’è in molti l’errata convinzione che Peg Entwistle sia paragonabile a quell’esercito di starlette sbarcate a Hollywood in cerca di successo facile. Molte fra queste stelline non hanno mai brillato, alcune si sono bruciate con varie forme di suicidio, altre sono tornate frustrate al paesello, altre ancora hanno malamente galleggiato nel sottobosco del successo.

Non è stato così per l’ottima attrice teatrale Peg Entwistle, sconfitta da una città certamente dura se non impietosa, ma allo stesso tempo piegata e spezzata dalle sue terribili fragilità.

Così apre un articolo dedicato alla sua morte:

«Dalla scorsa notte, nell’obitorio della Contea, giace il corpo schiacciato e fratturato di un’attrice talentuosa, muta testimonianza della completa disperazione che deriva dal fallimento a Hollywood».

«Quella ragazza avrebbe potuto fare un’enorme carriera»: l’ha detto Bette Davis. Le crediamo.

Andrea Biscàro

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