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Si č salvato un cipresso

Riflessioni ispirate dalla Poesia di Giosuč Carducci

31 Agosto
08:30 2018

In questo fresco scampolo di estate, confortato dal pallore diafano di Selene che riempie il silenzio delle notti senza Stelle, può capitare d’indulgere in pensieri semplici eppur profondi, interrogandosi sull’autenticità delle sensazioni che tanto scuotono l’animo. Così un angolo frascato, che la trascorsa arsura aveva anzi tempo reso secco e bruno, si distingue per aver inaspettatamente conservato una scintilla di verde. Di quattro cipressi che c’erano, uno si è salvato… E lo stormire del vento fra i suoi rami, rarefatti ma ancor vitali, instilla riflessioni dilaganti sul significato della vita, sulla gioia e sulla mestizia, e sulla reale importanza che ciascuno di noi riveste nella favolosa e lontana esistenza degli Astri. Capita, a volte, che al respiro lento dei cipressi si unisca il fischio di un treno, talvolta arrivato troppo presto, in altre circostanze incolpevolmente giunto con così grave ritardo da dileguare all’istante la memoria di un cammino che si pensava prezioso. Rubando anche la possibilità di gettare un ultimo sguardo alla Luna sopra la stazione, nella triste frenesia di un viaggio per cui non conta arrivare ma partire il prima possibile, lasciando dolorosamente indeterminato il tempo del ritorno. Così treno e cipressi scandiscono il lento rotolare dei ricordi, in una fuga a due voci fra idillio e nostalgia che s’intreccia, come mani convulsamente unite nel tentativo di trattenere il ristoro di uno scroscio di pioggia, nell’infinita nostalgia dell’idillio. Giosuè Carducci sperimenta tutto questo davanti a San Guido, mentre lascia con rimpianto la luminosa e fanciullesca Maremma, intrisa di tanti e tali ricordi da scatenare nel petto eterne e ardenti risse, che solo la Poesia può lenir e sommergere nel dolce balsamo della diva armonia. Fresca è la sera e nota è alla mente la favola del cammino compiuto, reso eterno nei ricordi e nella moltitudine di pagine scritte con l’inchiostro sempre più carico della spontanea fiducia. Eppure, Carducci ripensa alla Nonna Lucia, e alla luce di quelle favole tradizionali in cui talvolta la protagonista Ginevra più non udiva l’eco del caro cuore che l’aveva accompagnata su l’erme alture del pensiero. Così anche Lui, incupito dal rigido assottigliarsi della prosa dell’esistenza, prima libera e gioconda e ora prigioniera di aridi formalismi che fanno soffrire, si cala nei neri fondi del dubbio i quali inevitabilmente caratterizzano una parte dell’animo umano. Come dopo un improvviso capitombolo senza importanti conseguenze, solo il vento, mormorando, rialza il sinuoso ondeggiare del cipresso sopravvissuto, i cui dubitanti vertici cupi provano ad aprirsi alla speranza di un giorno nuovo, che rechi di nuovo con sé il ridente e roseo Sol. Le smunte e provate frasche scuotono la consapevolezza e il ricordo di un tempo meraviglioso, che fiasche di piovose lacrime hanno via via colmato con il silenzioso peso del rimpianto. E il pensiero di Carducci corre e va nel vento, per arrivare agli orecchi di quanti non siano asini bigi, di quanti siano forse, ancora, capaci di emozionarsi e commuoversi per il favoloso sopravvivere di una foglia imbrunita. Si è salvato un cipresso, insieme al costante e fiducioso ricordo di una favola senza fine.

 

(In copertina, Giosuè Carducci, dipinto tratto da Poesie sull’albero)

 

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