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Appunti di viaggio in Russia (settima puntata)

Verso il Mar Bianco, la Carelia e l’arcipelago delle isole Solovki, di Paolo Barosso

Artigianato di Carelia - lavorazione della corteccia di betulla sull'isola di Kizhi
9 Settembre
13:15 2018

La Carelia è una Repubblica autonoma della Federazione Russa, confinante con la Finlandia a ovest e bagnata dal Mar Bianco a nord-est, che deve il nome all’antica popolazione dei Careli, di stirpe ugro-finnica, imparentata etnicamente con i Finni (Finlandesi), ma di fede cristiana ortodossa. Regina incontrastata del paesaggio di Carelia, alquanto uniforme nel suo andamento pianeggiante, è la taiga, con fitte foreste di conifere frammiste a betulle (ma anche ontani, salici, larici), che verso nord cede terreno alla tundra, con prevalenza di muschi, licheni e bassi arbusti.

La Carelia è disseminata di laghi, circa cinquantamila, derivati dal ritrarsi del grande ghiacciaio nordico, che circa 10.000 anni fa, durante l’ultima glaciazione, s’era espanso dalla Norvegia. Con l’addolcimento climatico, che segnò la fine dell’era glaciale, giunsero i primi abitatori, antenati dei Sami o Lapponi. Tracce di questo antico popolamento si ritrovano nei cosiddetti Seid o Seita, termine che designa la “divinità”, ma che allude anche al luogo fisico in cui l’entità dimora. Con questo nome si indicano infatti le grandi formazioni rocciose, trasportate in antico dai ghiacci, oggetto di saxorum veneratio (culto delle grandi pietre) come per i massi erratici piemontesi, ma anche manufatti creati dall’uomo, sia in legno (sculture, ceppi adoperati come altare), sia con le pietre, ammucchiate in forma di piramide o disposte sul terreno, in riva al mare o sulle sponde dei laghi, a disegnare labirinti più o meno complessi. È facile presumere che la grande roccia, imponente o di aspetto bizzarro, fosse considerata una porta per comunicare con l’ultraterreno e che piramidi e labirinti litici servissero a offrire una “dimora” fisica al genius loci, spirito o divinità, per tenere sotto controllo le forze soprannaturali e propiziarsene i favori attraverso offerte votive e sacrifici rituali di animali.

Nei pressi della località costiera di Belomorsk, sul Mar Bianco, si trova un sito archeologico di notevole interesse. Immerse nella foresta careliana, in una radura lambita da un torrente, affiorano dal terreno enormi lastre rocciose, levigate dai ghiacci, che appaiono ricoperte di petroglifi (incisioni rupestri), realizzati probabilmente dagli antenati dei Sami verso il 4000 a.C. I graffiti, descritti per la prima volta nel 1926 dall’antropologo careliano Alexander Linevsky, mostrano un repertorio iconografico che include scene di caccia alla balena, praticata con rudimentali arpioni nel Mar Bianco, e scene di caccia su terraferma, in particolare all’alce. Singolare è la presenza di cacciatori sugli sci, forse le più antiche raffigurazioni documentate di questo tipo. Vi compaiono poi l’orso, presenza abituale nelle foreste russe, scene di combattimento fra gruppi rivali e un episodio singolare, che allude forse alla punizione d’un furto. Il significato di questi graffiti è ancora discusso, ma, aldilà dell’aspetto cultuale, variamente interpretabile (riti propiziatori, ringraziamento per una caccia abbondante), vi si legge anche la finalità pedagogica di impartire istruzioni sulle pratiche venatorie e belliche, e anche il monito morale di astenersi da azioni negative come il furto.

I Sami, dediti a caccia, pesca e all’allevamento delle renne, vennero poi sospinti verso nord, nella penisola di Kola e nell’area scandinava, dall’avvento di popolazioni ugro-finniche, Careli e Vepsi, imparentati con i Finni, che nei secoli seguenti si mescoleranno con i Russi, sopraggiunti a ondate dall’area di Novgorod a partire dall’XI secolo e poi soprattutto dal XIII secolo, per via delle invasioni tatare. I Russi di Novgorod s’insediarono in Carelia, fondendosi con gli autoctoni (i coloni russi stanziati nell’area prossima al Mar Bianco vennero chiamati “Pomory”, che significa “abitante della costa”) e apportandovi la fede ortodossa, innestata dal XII secolo senza scossoni sui culti preesistenti, tanto da perpetuarne in certi casi pratiche e riti arcaici, sopravvivenze del paganesimo delle origini, inserendoli però in una prospettiva cristiana. D’altronde la questione del popolamento originario della Russia è complessa e discussa: nelle fonti bizantine più antiche, ad esempio, si tengono distinti i Russi dagli Slavi perché con il nome “Rus” si designava piuttosto un gruppo etnico e sociale identificabile con i Variaghi, stirpe vichinga di guerrieri-mercanti cui apparteneva Rjurik, vissuto nel IX secolo, capostipite della dinastia rimasta al potere in Russia sino a fine Cinquecento, e il principe Oleg, che verso la fine del IX secolo spostò la capitale a Kiev allargando e unificando lo stato russo. Soltanto con il tempo la qualifica di “Russi” venne adoperata per designare il raggruppamento etnico derivato dalla fusione della classe egemone vichinga, i Variaghi, integrata da elementi ugro-finnici, nella componente maggioritaria formata da Slavi.

Con la pace di Stolbovo, che nel 1617 pose termine alla “Guerra d’Ingria” tra Russia e Svezia assegnando agli Svedesi la porzione sud-occidentale della Carelia, molti Careli stanziati nell’area nord-ovest del lago Ladoga, per sfuggire all’imposizione della religione luterana, migrò nelle regioni di Novgorod e Tver, supportati dalle autorità russe, che garantirono loro protezione e temporanea esenzione dalle tasse.

Dopo secoli di armonico sviluppo, con il periodo sovietico si assistette a un forte arretramento della cultura carela, sia per il divieto di parlare la lingua imposto al tempo di Stalin, sia per le misure coercitive che comportavano spostamenti massicci di popolazione da una repubblica all’altra dell’Urss. Si calcola che oggi, a fronte di un 40% circa di Careli registrati a fine Ottocento, la consistenza del gruppo etnico ugro-finnico, composto da Careli e Vepsi, si aggiri attorno al 10%. Per salvaguardarne la cultura sono state varate in tempi recenti misure a sostegno di lingua e tradizioni locali.

Paolo Barosso

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